Eugenie Clark.
...
.
...
Una donna sotto i mari.
...
.
...
Titolo originale: Lady with a spear.
Traduzione di: Fluffy Mella Mazzucato.
...
.
...
1954. Edizioni Artistiche Propaganda Editoriali,  Tipografia Aldo Molinari e Compagni, MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
L'AUTRICE.
.
Eugenie Clark, popolarmente conosciuta come The Shark Lady (New York, 4 maggio 1922  Sarasota, 25 febbraio 2015)  stata un'ittiologa statunitense conosciuta sia per le sue ricerche sul comportamento degli squali sia per il suo studio dei pesci nell'ordine Tetraodontiformes. Clark fu una pioniera nel campo delle immersioni subacquee a fini di ricerca. Oltre ad essere considerata un'autorit nella biologia marina, era popolarmente riconosciuta e si serv della sua fama per promuovere la conservazione marina. Clark ha ricevuto tre lauree honoris causa, ha inoltre ricevuto riconoscimenti dalla National Geographic Society e nel 1975 la medaglia d'oro dalla International Society of Woman Geographers per i suoi studi sulla riproduzione e il comportamento degli squali.
...
.
...
AVVERTENZA.
...
.
...
  stato un vero piacere per me, lo scorso anno, mentre scrivevo questo libro, ricordare oltre il mio lavoro e le mie esperienze, tutte le persone merc le quali lo studio dei pesci  divenuto l'affascinante occupazione della mia vita. Ringrazio particolarmente coloro che mi hanno aiutata a dare una forma letteraria a questi ricordi.
Certamente non avrei mai incominciato a scrivere questo libro senza l'incoraggiamento di Elisabeth Lawrence e di Marie F. Rodell. Il loro interessamento ed i loro utili suggerimenti mi sono stati di valido aiuto nella mia fatica.
Le mie prime esperienze di scrittrice incominciarono sette anni fa quando Edward M. Weyer Jr., il direttore del Natural History Magazine, mi aiut a compilare il primo articolo divulgativo. Al dottor Weyer devo la concessione di includere in questo libro una serie di articoli gi pubblicati nella sua rivista; ma la mia pi viva riconoscenza va alla professoressa Frederika Beatty, da cui ebbi il primo incoraggiamento a scrivere e che mi impart un corso di "composizione, affascinante, per me, quanto un corso di ittiologia. Dai suoi insegnamenti ho tratto il coraggio per incominciare il primo capitolo di questo libro, e il vantaggio dei due premi letterari ottenuti nel 1952; il premio in memoria di Eugene Saxton, che mi ha consentito l'indipendenza finanziaria indispensabile per scrivere questo volume e il premio Breadloaf che mi ha permesso di assistere alle riunioni in cui brani della mia opera vennero letti e discussi da critici e scrittori di professione. Desidero inoltre esprimere la mia particolare gratitudine a Fletcher Pratt e John Fischer per i loro preziosi suggerimenti.
A lavoro ultimato la signora Hedzvig Englert si offr generosamente di rivedere e scrivere a macchina la stesura finale del mio manoscritto, una fatica a tempo di record ch'ella termin il giorno prima di mettere al mondo un bambino.
Devo un'ultima parola di ringraziamento a mio marito che accetta, senza mai batter ciglio, il disagio di rincasare la sera stanco ed affamato per trovarmi china sulla macchina da scrivere dimentica che fra i doveri di una moglie c' anche quello di approntare la cena.
...
.
...
INDICE.
...
.
...
1. Faccio conoscenza con i pesci.
2. Sott'acqua al largo della California meridionale.
3. Platy e Xifofori.
4. Pesci balestra unicorni delle Indie Orientali.
5. Gli occhi dei pesci.
6. Dallo Zoo Bronx"  alle Hawaii. .
7. Kwajalein: gli avvelenatori e gli avvelenati.
8. L'isola di Guam: whisky e pesce crudo. 
9. Saipan e i tesori delle pozze di marea.
10. Le isole Palau ed il miglior pescatore con l'arpione
11. I pesci che non ho pescato ....
12. A sud delle isole Palau
13. Viaggio a Ulithi
14. Verso l'Egitto
15. Stazione marina nel deserto ....
16. Pescando nel Mar Rosso
17. Dall'alba a notte alta
18. Guardando nel passato dell'Egitto: il Re Tu tankhamen ed io
19. I visitatori della stazione marina.
20. Il visitatore pi importante ....
...
.
...
Fine indice.
...
.
...
FACCIO CONOSCENZA CON I PESCI.
...
.
...
Respirai profondamente, mi aggiustai la maschera sul viso, controllai la molla di sicurezza del mio fucile subacqueo e mi immersi nuovamente nel Mar Rosso. Lo scoglio sotto il quale se ne stava nascosto il pesce scorpione a strisce arancio e marrone era ad una profondit di circa tre metri. Non doveva essere difficile catturarlo. Raggiunsi lo scoglio facendo attenzione di non toccare i coralli velenosi che lo coprivano e mi afferrai al masso per tenermi ferma. Lentamente puntai il fucile verso una creatura che pareva un fiore scintillante, dai petali delicati. Si mosse appena mentre mi avvicinavo, fidando forse negli aculei velenosi che porta, a difesa, nascosti in quei petali delicati...
Potrebbe sembrare una fantasia letteraria o un sogno; ma non  una finzione. Forse  un sogno: un sogno divenuto realt. Un sogno incominciato in una mattina d'autunno a New York, quando avevo nove anni.
Era sabato e non c'era scuola. La mamma mi condusse con s nella citt bassa dove si recava a lavorare e mi deposit in un grande edificio al Battery Park. Divertiti finch verr a prenderti mi disse poi andremo insieme a colazione.
E fu cos, per caso, che entrai nel mondo dell'acqua, perch si trattava del vecchio acquario in fondo a Manhattan. Intorno a me c'erano delle vasche di vetro nelle quali si muovevano strane creature; in fondo, una vasca pi grande delle altre in cui l'acqua appariva meno chiara, quasi misteriosa. Era di un verde pallido e, a qualche piede di distanza dal vetro attraverso il quale guardavo, diventava scura come se non fosse limitata da alcuna parete di vetro, ma si stendesse
all'infinito. Chinandomi sopra la ringhiera d'ottone misi il viso il pi vicino possibile al vetro, immaginando di camminare sul fondo del mare.
Il sabato seguente ritornai all'Acquario, e l'altro ancora, e tutti i sabati che seguirono. Non mi stancavo mai d'osservare i pesci: da quelli di acqua dolce aerodinamici, che nuotavano velocemente spostandosi da una parte all'altra delle lunghe vasche come tigri in gabbia, con un movimento quasi impercettibile in contrasto col loro rapido moto, alle forme sinuose che strisciavano sul fondo e sembravano compiere uno sforzo enorme soltanto per spostarsi di pochi centimetri.
L'acqua mi era sempre piaciuta, sia che mi tuffassi e guazzassi nelle grosse onde salmastre al largo di Long Island, o nuotassi nelle fresche e calme acque di uno stagno. Nonostante il sale e il cloro tenevo sempre gli occhi aperti quando avevo la testa sott'acqua, cercando di scorgere qualcosa attraverso l'oscurit verdognola: il fondo del mare coperto di ciottoli, il condotto dell'acqua sotto lo stagno o, magari, i miei piedi.
Mia madre aveva incominciato a portarmi alla spiaggia prima che compissi i due anni. Un tempo era stata maestra di nuoto e l'acqua le era amica. Tutti i miei familiari: la nonna, lo zio, e la mamma, adoravano il mare ed erano tutti abili nuotatori. Lo zio faceva dei tuffi fantastici ed io chiamavo le mie amiche ad ammirarlo mentre si esibiva, poi gridavo forte per farmi sentire da tutti: Quello  mio zio. State attenti, ora far un salto mortale.
Con un piacere pi tranquillo e segreto stavo invece ad osservare mia madre che nuotava a bracciate ritmiche e aggraziate, senza alcuno sforzo apparente. Quando usciva dall'acqua si toglieva la cuffia da bagno e i capelli nerissimi, che solitamente portava appuntati sul capo secondo la tradizionale foggia giapponese, le ricadevano fino ai fianchi. Allora la sua origine orientale spiccava assai pi che nelle fotografie del tempo in cui, ancora fanciulla, viveva in Giappone e indossava il chimono; sembrava una pescatrice di perle orientali. Quando coglievo i commenti pieni d'ammirazione che gli stranieri facevano su di lei, non proclamavo il nostro grado di parentela, come facevo per lo zio, ma me ne stavo tranquilla ad ascoltare, certa che presto ella mi avrebbe chiamata e cos tutti avrebbero saputo ch'era mia madre.
Una delle prime cose che osservai fu l'abitudine della mamma di mettersi della gomma da masticare nelle orecchie quando si apprestava a nuotare. Non riuscivo a capire perch
lo facesse, ma mi sembrava una cosa chic. Cos la prima volta
che mi permisero di masticare gomma, non persi tempo e me ne riempii le orecchie, insieme ad alcuni ciuffi di capelli. Ma presto imparai la tecnica giusta, nonch la ragione di quell'uso. La gomma si adatta all'esatta forma dell'orecchio e funziona da tappo per impedire all'acqua di entrare; il cerume naturalmente evita che essa penetri all'interno.
Quanti progressi ho fatto dal tempo in cui, come per un rito, mi sedevo sulla spiaggia con la mamma a masticar gomma per tapparci poi le orecchie e tuffarci insieme. Mi sentivo allora una nuotatrice professionista.
Invece non valevo molto come nuotatrice. Riuscivo a destreggiarmi, ma le mie bracciate, a dispetto della tradizione familiare, erano irregolari e goffe. Mi divertivo sempre a star a guardare gli altri e in quei sabati trascorsi all'Acquario del Battery Park, ebbi modo di osservare i migliori nuotatori che esistano: i pesci.
Prima d'allora non mi ero mai soffermata a pensare come nuotassero i pesci. Consideravo il nuoto un movimento coordinato di braccia e gambe. Come mai allora i pesci riuscivano cos bene a farlo senza quelle appendici importanti? Li osservai a lungo prima di capire che anche i pesci avevano delle appendici: la coda e le pinne, ma che se ne servono principalmente per girare ed equilibrarsi, e che soltanto i possenti muscoli del loro corpo servono a spingerli e a farli avanzare nell'acqua.
All'ora di colazione, la mamma venne a prendermi all'Acquario e ci avviammo da Fuji, un piccolo ristorante giapponese in Greenwich Street. A casa preparavamo spesso dei piatti orientali, ma alcuni degli ingredienti pi rari dovevano essere sostituiti da altri, similari, che riuscivamo a trovare nella drogheria locale. Nobusan, il proprietario del Fuji, andava invece orgoglioso dell'autenticit dei suoi piatti.
Cos, mentre mangiavamo il sahimi e intingevamo alghe marine secche croccanti in salsa soy arrotolandole coi bastoncini attorno al riso bollito, interrogavo la mamma sui pesci che avevo visto all'Acquario quella mattina. Al principio di dicembre scoprii una vetrina che esponeva piccoli acquari, l'appartamento nei quali nuotavano minuscoli pesci tropicali.
- Pensa, mamma - le dicevo innocentemente - c' della gente che pu tenersi in casa questi bei pesci e starli a guardare quanto vuole! - La mamma continuava a mangiare intuendo il vero significato delle mie parole.
Un sabato, dopo colazione, anzich andare al cinematografo, ci recammo in Nassau Street ad acquistare il mio regalo di Natale e riuscii a persuaderla a comprarmi un piccolo acquario della capacit di una settantina di litri. Prendemmo un po' di ghiaia ed alcune grosse pietre per conferire al fondo un'aria naturale, qualche variet di piante acquatiche, fra cui una Vallisnaria color smeraldo dalle lunghe foglie, e delle lumache rosso corallo. Era la spesa pi pazza e divertente che avessimo mai fatta. Scegliemmo un paio di guppies(1) dalla coda leggera come un velo, dei platies(2) rossi picchiettati di nero, xifofori(3) verde pallido, danii a strisce, danii dalle iridescenze perlacee, emigrammi ocelliferi, un pesce spazzino baffuto che sembrava uscito da una fiaba, ed un paio di pesci-angelo deliziosi. Quando vidi un pesce-clown che desideravo, la mamma m'inform che avevamo sorpassato di gran lunga la cifra ch'ella aveva stanziato per il mio dono natalizio.
- Non potrebbe contare come regalo per il mio compleanno? - insistetti.
- Ma tu compi gli anni soltanto in maggio! - esclam la mamma; e intanto il pesce-clown a strisce rosse nuotava esibendosi verso di noi.
- Va bene - decise la mamma - ti comprer anche quello.
Uscendo dal negozio, non era pi il caso di fare il calcolo dei regali di futuri Natali e compleanni ricevuti in anticipo. La mamma mi aveva persino comperato un grosso libro pieno di illustrazioni a colori riproducenti pesci da acquario.
Col passar dei mesi il nostro appartamentino di tre stanze si tramut in un vero serraglio. La mia piccola gratifica settimanale era interamente consacrata alla mia passione prediletta, che affascinava anche mia madre, del resto. Diverse volte alla settimana la mamma tornava a casa con qualche pacchetto di cartone bianco, preoccupata di tenerlo in posizione orizzontale ed io capivo che aveva di nuovo trascorsa l'ora di colazione nel mio negozio prediletto ed aveva arricchito di qualche nuovo esemplare la nostra collezione.
Un mio compagno di scuola mi port alcune salamandre che aveva catturato e cos facemmo un terrarium che assomigliava a un angolino di foresta. Acquistammo anche un curioso rospo cornuto e lo mettemmo in una gabbia di vetro che battezzammo il deserto. Il nostro alligatore conferiva al suo acquario l'atmosfera di un fiume della giungla. Me ne stavo ad osservarlo mentre, immerso nell'acqua sporgeva soltanto gli occhi e il muso alla superficie e mi sembrava di vederlo crescere a dismisura fino a diventare un grosso e feroce rettile. Ma poi la bestia spalancava le mascelle e invece del possente ruggito di un alligatore gigante emetteva un gracchiante
quack che lo riportava alle sue modeste proporzioni.
Fu proprio il rospo cornuto ad avere una parte importante nella mia vita, poich salv la mia anima.
La bestia si cibava soltanto di vermi, assai difficili a trovarsi. Un giorno mi presentarono a un uomo che, mi dissero, aveva una ricca collezione di pesci e di altri animali. Mi invit ad andarla a vedere. Era il serraglio pi straordinario che avessi mai visto, dopo lo zoo. Pesci per tutta la casa; una stanza era interamente riservata agli uccelli e in diversi angoli v'erano gabbie con serpenti, lucertole, tartarughe e simili. Il signor Stephans era molto conosciuto. Quando qualcuno si stancava di tenersi in casa una bestiola, o essa diventava troppo malandata per essere attraente, la portava al signor Stephans che la curava, gratuitamente, e se la teneva per sempre,
o finch il suo padrone la reclamava di ritorno. Se qualcuno vi regalava una povera tartarughina con il vostro nome dipinto sulla schiena, e non sapevate cosa farne, il signor Stephans se ne prendeva cura.
Se non credete che la proverbiale capacit di riproduzione del coniglio sia oscurata da quella del guppy, chiedetelo all'uomo che ha incominciato la collezione con un paio di quelle bestiole ed ora  costretto a gettare i piccoli nell'acquaio per mancanza di spazio. Dopo un solo accoppiamento col maschio, la femmina pu avere fino a nove covate con un totale di diverse centinaia di pesciolini, anche se rimane isolata dopo quell'unico accoppiamento. Il signor Stephans per riusciva sempre a trovare un acquario libero se gli portavate la vostra superproduzione. In cantina erano relegati i membri meno attraenti del suo serraglio
- E cos ti trovi nell'imbarazzo per procurarti il cibo adatto al tuo rospo cornuto, vero? Ebbene, vieni a vedere. - Mi condusse davanti a un piccolo cassettone e apr uno dei cassetti. Era pieno di qualcosa che sembrava segatura e su quella strisciava uno scarafaggio nero. Il signor Stephans cacci le dita in Quella che, mi spieg, era farina di grano e ne trasse dei grossi vermi che si contorcevano e che riconobbi immediatamente per quelli di cui si cibava il mio rospo. Nel cassettone ve n'erano a centinaia e il signor Stephans mi spieg che erano le larve dello scarafaggio nero che avevo visto.
Durante quella prima visita alla casa del signor Stephans ero piena d'entusiasmo e non facevo che ammirare la sua splendida collezione di animali. Ma egli attribuiva sempre ogni merito al loro Creatore. Seppi dopo che era il pastore di una cappella nelle vicinanze.
Talvolta, insieme ai vermi mi regalava un buono per un pesciolino o due che dovevano nascere durante la settimana nel suo serraglio.
Per merito del signor Stephans diventai il pi giovane membro che mai fosse stato accettato nella Queens County Acquarium Society e il mio fervore per la raccolta e lo studio dei pesci crebbe in proporzione geometrica. Imparai a tenere una registrazione metodica della mia collezione d'animali, a riconoscerli coi loro nomi scientifici, a segnare la data in cui avevo acquistato ciascun esemplare, e le vicende di ognuno.
Fu un vero avvenimento quando la coppia di pesci siamesi da combattimento incominci a prolificare. Era una sera, dopo cena, e la mamma ed io eravamo incantate davanti all'acquario a guardare. Il maschio aveva costruito un nido di bollicine alla superficie dell'acqua in un angolo dell'acquario. Si mise poi sotto questo riparo e avvolse la sua compagna con le lunghe pinne fluttuanti, premendone il corpo finch ne uscirono le uova. Poi cautamente le raccolse con la bocca e le mise nel nido. Dopo alcuni giorni di ansiosa aspettativa scoprimmo le code ondeggianti di pesciolini quasi microscopici uscire dal fondo del nido. Presto, pi di un centinaio di nuovi ospiti nuotavano nell'acquario. Avevo acquistato i loro genitori per due dollari l'uno ed ora possedevo un acquario pieno, di un valore potenziale superiore ai duecento dollari. Prima di conoscere le difficolt dell'allevamento dei pesciolini, avevo pensato di persuadere la mia famiglia a dedicarvisi a scopo di lucro.
Assistemmo anche all'accoppiamento di guppies, xifofori e platies tutti vivipari, e li vedemmo partorire i loro piccoli. Era interessante leggere e discutere tutti gli aspetti di questi vari modi di riproduzione che rendevano pi agevoli le conversazioni scabrose che s'impongono tra madre e figlie adolescenti.
Durante tutti i corsi superiori non ebbi altro in mente che i pesci. Qualunque fosse l'argomento di cui dovevo trattare nei compiti in classe, riuscivo sempre a portare il discorso sui pesci. La biologia era la mia materia preferita poich in essa apprendevo le basi della botanica e della zoologia ed imparavo a meglio comprendere i miei animali. Ora riuscivo a capire ci che avveniva nel nido di bollicine dal momento in cui il pesce maschio vi soffiava dentro le uova fino al primo apparire delle minuscole code che formavano un capitale potenziale di duecento dollari.
Quando iniziai il corso all'Hunter College dovetti ridurre il mio serraglio. Non avevo pi tanto tempo libero ed inoltre avevamo preso un appartamento insieme alla nonna e lo spazio per le mie bestie si limitava alla sola mia stanza. Purtroppo per esse non restavano sempre l. Il peggior colpevole era il mio grosso serpente, a nome Rufus, un serpente boa tutto nero. Rufus finiva sempre col mettermi nei pasticci. Molte volte arrivavo tardi a scuola perch svegliandomi, la mattina, scoprivo che Rufus mancava dalla sua gabbia e non mi permettevano di uscir di casa senza averlo rintracciato. Il briccone riusciva a strisciar fuori da un'apertura da cui avreste giurato che non sarebbe passato. La nonna incominciava ad averne abbastanza.
- Assicurati che Rufus sia ben chiuso nella sua gabbia oggi quando verr la signora Bertie - mi disse un giorno. La signora Bertie era l'amica del cuore della nonna, ma era cattiva e non amava i serpenti. Se le avessimo detto che ne avevamo uno, non avrebbe mai varcato la soglia di casa nostra. Controllai le aperture della gabbia di Rufus e per maggior sicurezza chiusi a chiave la porta della mia stanza.
La nonna e la signora Bertie chiacchieravano allegramente quel pomeriggio e io ciondolavo in giro mangiando dolci e pasticcini, solitamente nascosti, venuti fuori quel giorno in onore della nostra ospite, quando improvvisamente vidi la nonna impallidire. Seguii il suo sguardo e mi sentii agghiacciare. Ai piedi della signora Bertie, strisciando placidamente di sotto la sedia, era spuntato Rufus.
La nonna riprese prontamente la sua presenza di spirito.
- Genie, raccogli quella vecchia corda nera che c' sotto la sedia della signora Bertie - disse e la nostra ospite, guardando distrattamente a terra, spost lentamente i piedi e continu a chiacchierare con la nonna mentre io raccoglievo Rufus e lo portavo fuori dalla stanza.
Mentre frequentavo il secondo anno a Hunter, alcuni giornalisti mi intervistarono sulla mia collezione d'animali, chiedendomi di vedere qualche serpente.
- Scommetto che avreste paura a mettervi quella serpe marrone attorno al collo - mi sfid uno di loro.
- Oh, no - risposi. Era questa la mia prima esperienza coi giornalisti. Sebbene non l'avessi mai fatto prima d'allora, mi avvolsi la bestia attorno al collo e questa si allacci la testa con la coda e se ne rimase comodamente appesa. I cronisti proruppero in esclamazioni di elogio: io ero raggiante. Improvvisamente scatt un lampo al magnesio: qualcuno mi aveva fotografata.
Il giorno seguente sul Daily Star di Long Island apparve un ingrandimento della foto. L'articolo che l'accompagnava era intitolato: Una scolara di Hunter lancia una nuova moda in fatto di collane. Dapprima rimasi confusa; ma poi, quando un'amica mi chiese se intendevo far parte di un circo equestre, mi sentii imbarazzata e colpevole per essermi messa in mostra cos stupidamente.
Il giorno dopo, durante la lezione di tedesco, fui chiamata a rapporto dalla Direttrice. Quando entrai nel suo studio ella mi chiese severamente: - Siete voi l'allieva della nostra scuola che porta viscidi serpenti appesi al collo?
Le spiegai che non li usavo affatto come collane e che non erano viscidi. Ma di quest'ultima affermazione ella non parve convinta.
- Avete mai toccato un serpente? - le chiesi. - Ammise di no, ma la convinsi a provare subito. Le portai una delle mie piccole e morbide bisce verdi, una splendida creatura color smeraldo che si era guadagnata persino la simpatia della nonna. Quando la direttrice osserv il suo bel colore, i suoi grandi occhi bruni scintillanti, ne tocc la pelle e sent ch'era asciutta e vellutata, vide il modo affettuoso col quale questi animali amanti del calore, rispondono al tocco di una mano gentile, cambi idea sui serpenti. E cos continuai la mia collezione di rettili, con l'approvazione della Direttrice.
Al collegio, naturalmente, eccellevo in zoologia. Volevo diventare uno zoologo di professione, preferibilmente un ittiologo. Ne avevo parlato per anni, ma quando mi accinsi a prepararmi seriamente, mia madre fece qualche riserva.
- Forse faresti meglio a frequentare contemporaneamente qualche corso di dattilografia e stenografia. Nel caso che, terminati gli studi, tu non trovassi un lavoro come quello del dottor Beebe, potresti incominciare come segretaria di qualche famoso ittiologo. - Ma la scuola, il lavoro di casa e la mia passione favorita non mi lasciavano tempo per corsi supplementari e la mamma non credette di insistere.
Frequentavo tutte le lezioni di zoologia, e quelle che avessero rapporto con essa, che figuravano nel programma dei corsi. Poich la maggior parte di queste lezioni implicavano delle ore supplementari di pratica di laboratorio, avevo il libretto di frequenze pi pieno di tutta la scuola. Sentivo che quelli di noi che si dedicavano allo studio della scienza, erano molto pi fortunati degli altri studenti, che imparavano quasi esclusivamente dai libri e dalle lezioni.
Noi eravamo pi vicini al nostro lavoro. Non leggevamo soltanto che se una mosca dagli occhi viola si accoppia con un'altra dagli occhi normali, prolificher mosche dagli occhi normali, ma che la seconda generazione avr una proporzione di tre mosche dagli occhi normali per ogni mosca dagli occhi viola. Allevavamo mosche nelle bottiglie, seguivamo i cicli della loro vita per due generazioni e contavamo i diversi tipi di discendenti per confermare la veridicit di questa importante proporzione che esemplifica una delle pi fondamentali leggi sull'ereditariet. Legge che si adattava ai pesci come alle mosche. Valeva la pena di fare delle ore straordinarie per riuscire ad osservare e controllare il fenomeno vivente proprio sotto il naso, e come facente parte del nostro lavoro scolastico.
Le sessioni del laboratorio d'anatomia, sebbene lavorassimo su materiale morto, come cadaveri d'animali e sezioni dei loro organi, erano egualmente interessanti. Capivamo i movimenti della zampa di un gatto dopo averne sezionato e studiato tutte le ossa, i muscoli e i nervi interessati. Ognuno di noi aveva il suo cadavere di gatto. Alla fine del semestre, ottenni il permesso dall'insegnante di portarmi a casa il mio gatto morto.
Ross, il mio giovane amico, studente di belle arti, aveva studiato l'anatomia degli animali dalle illustrazioni dei libri di testo. Organizzammo di metterci insieme a riprendere schizzi dal vero servendoci del gatto morto. Ma la nonna reag piuttosto violentemente quando vide ci che conteneva la grossa borsa di tela cerata ch'era il sudario dei miei esemplari. Non si era ancora riavuta dallo shock che le aveva procurato alcune settimane prima la scoperta nella ghiacciaia di una scimmia morta inviatami dal gentile proprietario di un negozio di vendita d'animali. Questa volta ella eman una legge: - Niente pi bestie morte in questa casa!
Prima di abbandonare il mio tesoro, decisi di consultarmi col mio amico artista.
- Che cos'hai in quel pacco? - mi chiese Ross mentre mi introduceva nel suo appartamento.
- C' il gatto. La nonna non me lo lascia tenere in casa.
- Va bene - decise Ross compiacente. - Lo terremo qui. C' posto nel mio studio; e la mamma non ci bader.
Cos, per diverse settimane, Ross ed io ci trovammo, nel tempo libero, a prendere schizzi sull'anatomia del gatto. La relazione fra tutte le sue parti divenne chiara nella mia mente mentre disegnavamo e discutevamo con tutto comodo ciascun organo. Ross mi mostr la tecnica del chiaroscuro e della prospettiva che faceva spiccare gli strati dei muscoli nei miei disegni.
Nascondevamo la borsa di tela cerata in fondo allo studio, dietro alcune casse e quando Ross la prendeva badava sempre a chiudere la porta della sua camera. - Tua mamma sa del gatto? - gli chiesi un giorno.
- Non glie ne ho ancora parlato - ammise - ma non ci far caso.
- E come fai per l'odore? - Il gatto in s non era poi brutto, ma il liquido d'imbalsamazione combinato con l'odore della tela cerata emanava un effluvio piuttosto acuto. Ross mi spieg che con tutte le vernici e i colori ch'egli adoperava nel suo lavoro, l'odore del gatto finiva col confondersi, cos che
lo si notava appena. Ma dopo d'allora non riuscii pi a godere veramente dei nostri studi: la mamma di Ross mi accoglieva sempre cos gentilmente e avevo rimorso di fare cosa che poteva spiacerle. Quel cadavere nascosto nello studio non poteva essere una cosa piacevole per lei.
Mi sentii meglio quando decidemmo di affidare il nostro modello all'Ufficio d'igiene.
Durante le vacanze estive, mi recai all'Universit della Stazione Biologica del Michigan, posta nei boschi del nord dove si svolgevano lezioni all'aperto di botanica e zoologia. Andare in cerca di pesci e serpi faceva parte del nostro lavoro scolastico.
Dividevo la mia cabina con un'altra studentessa di zoologia ed era cosa normalissima per noi portarci a casa uova di bisce e metterle a covare sul tavolo da pranzo. La mia compagna di stanza, Norma, addomesticava uno scoiattolo selvatico catturato nelle vicinanze e presto la bestia divise con noi cabina e cibo. Eravamo popolari fra gli scoiattoli, e fra gli studenti, perch eravamo sempre rifornite di croccanti e dolci di mandorle che Nobusan mi mandava in grosse scatole dal suo ristorante per tutto il tempo che rimasi lontana da casa. Egli mi scriveva anche lunghe lettere in giapponese, ma mi ci volevano delle intere giornate per decifrare le ultime notizie del Fuji.
Anche Norma frequentava l'universit di Hunter. Entrambe facevamo parte della squadra di nuoto e la nostra cabina nel Michigan era vicina al lago Douglas dove potevamo tenerci in allenamento. Fu quello uno splendido periodo di vacanze. Godevamo ogni minuto delle nostre lezioni all'aperto poich ci era consentito di studiare gli animali allo stato naturale provando un'entusiasmante sensazione di libert a vivere nei boschi, dopo aver sempre abitato in citt.
Forse c'era una sola lezione, all'inizio della giornata, che non era di nostro gradimento: la lezione di ornitologia.
Personalmente non ho mai avuto l'abitudine di alzarmi con gli uccelli, e il dovermi alzare prima di loro era una parte dell'insegnamento che non riuscivo a digerire. Quando sentivamo squillare la sveglia alle 3,45 del mattino, Norma ed
io tendevamo l'orecchio nella speranza che lo scrosciar della pioggia facesse sospendere la lezione. Ma il resto della giornata, una volta strappate fuor dal letto mentre ancora era buio, ricompensava cos largamente il sacrificio che, nell'estate seguente, decidemmo di iscriverci nuovamente al corso superiore di ornitologia, che a volte, a causa delle prolungate lezioni all'aperto, incominciava anche pi presto.
Spesso iniziavamo quelle giornate chiedendoci perch una persona sana di mente dovesse interessarsi di come cantano gli uccelli nelle prime ore del mattino. Ma con l'avanzar del giorno, uditi i tordi trillare e il coro gioioso degli uccelli canori, ci allettava il profumo delle uova al prosciutto e del caff bollente, che si spandeva per il bosco e l'appetito scacciava gli ultimi fumi del sonno. Che bella cosa un corso di ornitologia! Erano quelle le sole giornate in cui facessi colazione o ammirassi il levar del sole senza esser mezzo addormentata.
Quei corsi estivi supplementari di pratica all'aperto ci diedero un grande vantaggio sugli altri studenti che si erano strettamente attenuti ai programmi scolastici.
Mia madre per aveva ragione. Quando terminai gli studi, non v'erano posti di privilegio come quelli del dottor Beebe pronti ad aspettarmi. Stava per scoppiare la seconda guerra mondiale; le industrie erano impegnate nella produzione bellica e v'era scarsit di uomini. Le offerte di lavoro traboccavano di ottime occasioni per giovani e inesperti laureati in chimica, fisica e matematica; ma c'erano scarse richieste di zoologi. Uno studente di zoologia appariva come una specie di fenomeno. Chi offriva lavoro a un biologo aveva la pi ampia scelta e gli aspiranti venivano ricompensati a seconda dei titoli di studio, gli anni di esperienza e il numero delle pubblicazioni scientifiche al proprio attivo.
Decisi di tentare con la chimica per guadagnare abbastanza denaro da pagarmi gli studi universitari. Riuscii ad impiegarmi come chimico alla Celanese Corporation nei laboratori di ricerca di Newark. Era una nuova esperienza lavorare in un grande laboratorio dove la miglior scoperta che si potesse fare era quella che meglio poteva tradursi in un guadagno per la societ.
Lavoravo pi di cinquanta ore la settimana e il mio borsellino traboccava nei giorni di paga. Ma alla sera andavo all'Universit di New York, dove i corsi di laboratorio, carissimi, scavavano vuoti paurosi nelle mie entrate.
Anche Norma lavorava al Celanese e frequentavamo insieme l'Universit. In quei giorni d'intenso lavoro s'inizi il corso superiore di zoologia.
Il corso universitario al quale assistevo sempre completamente sveglia, era quello di ittiologia. Il nostro professore ch'era stato direttore dell'Acquario del Battery Park finch era esistito, era a quel tempo conservatore della Sezione di ittiologia al Museo Americano di Storia Naturale, la mta prediletta mia e di Norma quando potevamo disporre di una fine settimana da dedicare all'esplorazione delle sale di quel magnifico edificio. Le lezioni di ittiologia si tenevano al Museo, dopo ci era consentito di andare nelle Sale a studiare gli esemplari cui si riferiva la lezione di quel giorno. Pi tardi Breder afferm il mio diritto al Master's degree (1) e mi fece conoscere i plettognati: un gruppo di pesci che vivono per la maggior parte nei mari tropicali presso i banchi coralliferi e che costituiscono l'assortimento pi eterogeneo di bizzarre creature marine che un imbalsamatore possa mai raggruppare.
Avete mai sentito parlare di un pesce senza coda? Soltanto l'ordine dei plettognati pu vantare una simile stranezza. Se vedete un mostro senza coda che in alto mare si riscalda al sole galleggiando immobile su un fianco, come un'isoletta brulla, siate pur certi di trovarvi in presenza di un molide o, come si chiama pi comunemente, un pesce-luna dell'oceano.
Estraendo dall'acqua un pesce attaccato alla lenza, vi  forse capitato di vederlo gonfiare come un pallone e sentirlo gracchiare come una rana. Si trattava certamente di un plettognato, di quelli che si pescano al largo di Long Island. Ma avete mai visto il suo parente tropicale che, non soltanto si gonfia, ma mette in azione centinaia di aculei, come un porcospino irritato?
Avrete forse ascoltato qualche volta il melodioso lamento hawaiano del ragazzo solitario, che canta di nostalgia per la sua isola agognando di ritornare ai suoi pesci e alla sua piccola capanna di foglie a Kealakahua nelle Hawaii, dove nuota l'humahumanukanuka apauaa. Sapete cosa sia l'humahumanukanuka apauaa? L'autore della canzone avrebbe potuto altrettanto facilmente chiamare il pesce col suo nome scientifico: Rhinecanthus aculeatus, che ha lo stesso numero di lettere.  un plettognato che grugnisce come un porco, che porta sul dorso un meccanismo di chiusura come un grilletto di arma da fuoco, e che, spaventato, nasconde la testa in un buco come lo struzzo proverbiale.  un pesce che fa parte delle molte gaie variet colorate dei pesci-balestra.
Oltre lo studio su i plettognati il dottor Charles M. Breder, Jr. un vero mago in materia, si interessava del meccanismo con cui gli sferoidi maculati (1) si gonfiavano. Egli mi disse che attualmente si sa ancora pochissimo sull'anatomia e lo sviluppo evolutivo di questi strani animali e mi incoraggi a esaminare il problema, permettendomi di fare osservazioni e studi anatomici sui preziosi esemplari esistenti nel museo e riservandomi uno spazio nel laboratorio per pompare
lo stomaco degli sferoidi freschi. Fece anche di pi: volle discutere con me il mio lavoro e mi fu largo di suggerimenti, considerandomi pi una sua collega che non una sua allieva. Mi disse che i risultati da me ottenuti e i disegni anatomici che rivelavano il rapporto dell'apparato digerente dei plettognati col meccanismo per cui la bestia si gonfiava, meritavano la pubblicazione, e pi tardi, quando leg la mia tesi di laurea con la pubblicazione dei suoi studi ed il mio nome apparve sul frontespizio del volume accanto al suo, mi sentii gonfiar d'orgoglio proprio come uno sferoide.

Note.
(1) Guppy - Lebistes reticulatus.
(2) Platy - Platipoecilus maculatus.
(3) Xifofori - Hipdrophorus hellery.
(4) Blowfish o pufferfish.


SOTTACQUA AL LARGO DELLA CALIFORNIA MERIDIONALE.

- HUBBS  forse l'ittiologo pi famoso del paese, ma  un tipo alla buona. Vai a parlargli. Non puoi sbagliarti: sembra un incrocio fra un senatore e un cane chow - mi disse Jan, l'artista dei pesci.
Al congresso annuale della Societ degli Ittiologi e degli Erpetologi, tenutasi quell'anno a Pittsburgh, un comune amico mi present al dottor Carl L. Hubbs.
Jan dava un ricevimento quella sera e la sua casa era cos affollata che sembrava dovesse scoppiare (aveva invitato quasi tutti i membri dell'associazione a fargli una visitina per prendere l'aperitivo pregandoli di condurre i loro amici, cosa che tutti avevano scrupolosamente fatto), cos riuscii a vedere il lato pi superficiale della personalit del dottor Hubbs. Le sue allegre risate esplodevano inaspettatamente nella stanza satura di fumo. Egli era l'anima della festa.
Imparai pi tardi come il dottor Hubbs fosse tanto serio nel suo lavoro quant'era gioviale nelle ore di svago.
Fu una gradita sorpresa ricevere una sua lettera alla fine dell'estate.
Mi chiedeva se volevo accettare di collaborare alle sue ricerche in qualit di assistente, lasciandomi mezza giornata per preparare la laurea di dottore in scienze naturali, all'Universit di California dove egli insegnava.
Seguirono delle giornate di intensa attivit. Per la prima volta strappavo le mie radici da New York per trapiantarle altrove, spostandomi attraverso il continente. Non avevo abbastanza denaro per viaggiare in treno, ma fortunatamente potei
aggregarmi ad una comitiva di amici che intraprendeva il viaggio in automobile, dandoci il turno alla guida. Eravamo, in tre, tutti ansiosi di attraversare il paese il pi rapidamente possibile, cos viaggiammo giorno e notte e raggiungemmo la California in quattro estenuanti giornate. Oh, come sognavo una buona dormita in un letto! Ma la prima notte che passai a La Jolla, un gruppo di emuloni(1) che con l'alta marea si lasciavano trasportare dalle onde fino a riva per seppellire le loro uova nella sabbia umida, e si accoppiavano ancora sulla spiaggia, attrasse il dottor Hubbs, sua moglie e me ad uscire con le lanterne a studiarne i movimenti.
Con mia grande gioia appresi che il dottor Hubbs era un nuotatore entusiasta. Il giorno dopo il mio arrivo, nuotammo insieme per un quarto di miglio per divertirci con un branco di marsuini. Le bestie venivano spiccando salti verso di noi. Ero elettrizzata, ma anche un po' impaurita.
- Non mancate di stringer loro la mano mentre passano - mi grid il dottor Hubbs. Ma quando ci furono vicino, le loro forme che balzavano elegantemente fuor dall'acqua sprofondarono nell'oceano, e non li scorgemmo pi finch riapparvero pi avanti, dalla parte opposta.
Nella mia qualit di assistente del dottor Hubbs, uno dei miei compiti era quello di contare i cilindretti ossei sostenenti le pinne e le vertebre di centinaia di pesci spinosi, tutti della stessa specie. Era un lavoro tedioso e spesso monotono, ma offriva un solido esempio di alcuni importanti termini evolutivi, come: variazioni di una specie o livello di spedizione. Il dottor Hubbs si preoccupava che mi restasse tempo sufficiente per i miei studi e io seguivo il suo corso sui vertebrati marini ed altri di Fisica Oceanografica e Chimica dell'Acqua marina. Oltre alle lezioni all'istituto, l'insegnamento continuava spesso sul mare, nell'imbarcazione dell'istituto dove imparavamo a manovrare una rete, a leggere il sestante, a far scandagli, a prendere campioni del fondo marino, o campioni d'acqua, a misurare le temperature a profondit diverse.
Avevo anche un mio piccolo problema personale di ricerche: il professore mi aveva portato un esemplare di squalo panciuto(2) che aveva catturato in mare dicendomi: Ho cercato di mantenerlo in vita perch lo vedeste gonfiarsi, ma c'era tempesta, gli  venuto il mal di mare e il poverino  trapassato.
Oltre la specie dei plettognati, non vi sono che i gattucci che si gonfino.
Nessuno ha mai descritto il meccanismo di tale fenomeno in questi squali, cos incominciai io a studiarne l'anatomia. Come nei pesci-palla dei plettognati, trovai che l'apparato di gonfiamento di questi squali faceva parte del sistema digerente, e che  lo stomaco, munito di pareti estremamente elastiche, che si dilata e si gonfia.
 errore comune quello di credere che i pesci si gonfino inspirando dell'aria. Probabilmente quest'idea errata deriva dal fatto che osserviamo un pesce gonfiarsi quando lo tiriamo fuori dall'acqua, e la bestia non ha altro modo di difesa che di ingurgitare aria; ma nel suo ambiente naturale, dove questo comportamento si manifesta normalmente, gli sferoidi si enfiano ingurgitando acqua.
Sezionando un gattuccio  facile capire come fa a gonfiarsi, ma perch lo faccia  ancora un problema aperto agli studiosi di ittiologia.
Il dottor Hubbs aveva unito il suo amore per il nuoto con la sua passione per lo studio della vita dei pesci e mi incoraggiava a fare altrettanto. Cos feci la mia prima esperienza con la maschera subacquea.
Nuotammo sommersi fra gli scogli a fior d'acqua al nord dell'istituto. Il piatto di vetro della maschera rendeva tutto cos chiaro che era come entrare in un acquario. Il dottor Hubbs emerse con la testa dall'acqua.
- Tuffatevi e seguitemi - mi disse. Gli obbedii ed egli mi condusse in un punto cavernoso dello scoglio dove scorsi la testa di un grosso pesce verdognolo che ci fissava. Improvvisamente lo riconobbi per una murena e tornai come un razzo alla superficie. Il dottor Hubbs emerse ridendo.
- Ma non  pericolosa quella grossa murena? - gli chiesi.
- Prima di tutto, era piccola. Sembrava grossa perch la guardavate attraverso la maschera, e sott'acqua tutto sembra tre volte pi grande del vero. Le murene non vi faranno alcun male se avrete l'aria di non osservarle e non vi avvicinerete troppo o con sbadataggine. - In tal modo appresi una delle regole fondamentali relative ai pesci cos detti pericolosi.
L'altura di La Jolla  posta ad alcune miglia a sud dell'istituto di Oceanografia. Ero in un ristorante a ingozzare in tutta fretta un panino imbottito di salame con una larga fetta di cipolla cruda, ma non riuscivo a cacciarlo gi tanto avevo
lo stomaco stretto per l'agitazione. Quel giorno avrei camminato in fondo al mare con un elmetto d'immersione. Il dottor Hubbs me l'aveva formalmente promesso. Mi precipitai fuori dal bar, caricai una borsa di vettovaglie sul motoscooter, e attraversai scoppiettando La Jolla per ritornare all'istituto. La strada del ritorno era sempre pi simpatica. La maggior parte del percorso si compiva in discesa, e il motorino dello scooter non picchiava in testa. Marciavo senza fatica ammirando lo splendido paesaggio della California meridionale. Dalla citt si vedeva l'istituto biancheggiare nel sole. Quel giorno, ancorato alla banchina, c'era il battello di ricerche dell'istituto, l'E. W. Scripps, pronto a riceverci.
Un palombaro della Marina doveva impartire una lezione d'immersione a quattro studenti dello Scripps. Il dottor Hubbs, un esperto tuffatore con l'elmetto, si preparava ad esplorare
i banchi di alghe marine al largo di La Jolla ed io lo seguivo dappresso come sua assistente, nella speranza che si offrisse anche a me l'occasione di usare l'elmetto.
Quando ci ancorammo al largo dei banchi, il nostro istruttore ci spieg brevemente i segnali convenzionali della Marina per i tuffatori muniti di elmetto e senza sistema di comunicazione con la nave.
Un colpo alla corda di segnalazione dice all'imbarcazione Tutto bene. Due colpi significano: Allentate il cavo, sto allontanandomi. Tre colpi dicono: Tendete il cavo, mi sto avvicinando. E quattro colpi: Pericolo. Tiratemi su in fretta.
- Procurate di ritener bene a mente questi segnali - ci ammon l'istruttore. - E ricordate che il compito di colui che manovra la corda  molto importante; ogni tuffatore dovrebbe imparare a usarla per provare l'effetto dei segnali da ambo le parti. Chi tiene la corda dovrebbe dare di tanto in tanto un colpetto per chiedere a chi  immerso se tutto va bene e questi dovrebbe rispondere per rassicurarlo. Qui il fondo  a circa sette metri e mezzo, il che significa che avrete quasi due atmosfere di pressione nei polmoni, respirando la aria che noi vi passiamo a quella profondit. Se per qualche ragione doveste togliervi l'elmetto e risalire senza di esso alla superficie, accertatevi di far uscire quell'aria compressa dai polmoni, mentre state emergendo. L'elmetto ha una valvola, a destra, per regolare la quantit d'aria.
- Okay. Chi vuol scendere per primo?
Guardai ansiosamente il dottor Hubbs, ma egli mi fece cenno d'aspettare.
Scese il primo uomo. Portava il costume da bagno e scarpe da tennis. Si cal per la scala di corda lungo il fianco della nave e quando fu immerso fino al collo gli abbassarono il pesante casco sulle spalle nude. Rimase sott'acqua soltanto pochi minuti, ma diversi di noi si alternarono alla manovra del cavo per poter tutti procedere alla prima elementare segnalazione, bench fra i sobbalzi e le scosse della nave, fosse molto difficile rendersene conto. L'uomo torn a galla con gli occhi dilatati. L'acqua  un po' fredda e misteriosa laggi, ma era meraviglioso!.
Il secondo studente indossava pantaloncini e camicia e disse che voleva rimanere immerso un po' pi a lungo. Ma quando arriv in fondo alla scala, qualche piede sott'acqua, torn a risalire. - Temo che la mia sinusite non lo sopporterebbe - esclam con vero dispiacere.
- Lasciate provare a Genie - disse il dottor Hubbs all'istruttore, e poco dopo ero sulla scala e scendevo nell'acqua fredda mentre il peso del casco nascondeva la pelle d'oca delle spalle.
Quando anche l'elmetto fu completamente sommerso, mi sentii pi a posto. Raggiunto l'ultimo gradino della scala potei vedere lo scafo immerso dell'imbarcazione e guardarmi attorno. Ero sopra uno spesso banco di alghe marine. Le punte dei lunghi filamenti bruno-arancio delle alghe mi sfioravano i piedi nel verde tenebroso dell'acqua e mi davano l'impressione di trovarmi in vetta agli alberi sinuosi di una strana foresta subacquea. Di tanto in tanto le cime delle alghe si piegavano simultaneamente come l'erba alta dei prati sfiorata dalla brezza. Riuscivo anche ad avvertire il cambiamento delle correnti, come folate d'aria fredda, e avrei voluto indossare qualcosa oltre il costume da bagno, perch qualsiasi indumento, anche inzuppato d'acqua, offre una notevole protezione contro i venti del mondo subacqueo.
Afferrai la fune che pendeva accanto alla scala e mi lasciai scivolare nel cuore della foresta d'alghe. Incominciai a camminare sul fondo sabbioso del mare fra le fronde ondeggianti delle piante marine che ora si elevavano oltre la mia testa. In alto, molto lontana, intravvedevo la chiglia della nave. Che quantit di pesci laggi e come si avvicinavano senza paura a scrutare l'intrusa che si muoveva lentamente fra loro. Un pesce, pi audace degli altri, mi si appoggi sull'elmetto per guardarmi in faccia. Shoo gli dissi piuttosto spaventata. Un odore acre e spiacevole mi colp le nari. Il pulsare della pompa dell'aria si mescolava, nel casco, alla poca aria, ma ora all'odor di gomma del cavo di respirazione, si aggiungeva qualcos'altro di veramente sgradevole che non riuscivo a identificare. Finalmente compresi. Genie, spero che ti ricorderai la prossima volta di non mangiar cipolle prima di immergerti! mi dissi.
Le alghe erano fitte attorno a me, in quell'immensit fredda e davvero misteriosa. Mi spostai verso un'area sabbiosa pi aperta, dove filtravano i raggi del sole. Sentii un colpo alla corda di segnalazione e ne diedi un altro in risposta. Ma di su continuarono a dar altri colpi, nonostante le mie risposte, finch mi decisi a dare un bello strattone che per poco non mi butt a terra e allora la corda si ferm. Capii che occorreva molta pi forza di quella che pensassi per riuscire a far giungere le mie risposte.
Ora tutto era bello all'infuori della respirazione. La puzza di gomma mista all'odor di cipolla era terribile e respiravo con difficolt. Aprii un po' la valvola per regolare l'aria e, con sollievo, provai un senso di fresco. Ma ancora mi sembrava che respirare sotto la pressione di due atmosfere e camminare con quell'ingombrante peso sulla testa fosse tutt'altro che comodo.
Improvvisamente la sabbia mi si mosse sotto i piedi ed un pesce passerino mi attravers la strada. Davanti a me c'era una massa scura ed io mi ci diressi, ma il mio cavo molto teso mi tratteneva. Indietreggiai di qualche passo per impugnarlo meglio, poi diedi due strattoni alla corda. Sentii allentarsi la tensione, mentre dalla nave, compiacentemente, mi davano altro cavo. Camminando verso la massa scura, mi avvidi che si trattava di un gruppo di rocce. Conteneva dei buchi simili a finestre punteggiati di graziosi anemoni di color lavanda; orecchie marine, conchiglie e spugne completavano la decorazione. Era come una casetta di marzapane nella foresta acquatica, ma nessun accenno alla strega del mare che l'abitava. Decisi di non avvicinarmi troppo e vi girai attorno. Le alghe si diradavano e le rocce aguzze spuntavano dal fondo sabbioso. Continuai a camminare rimuovendo stelle marine brune, cetrioli di mare ed una lepada con un mantello di velluto nero che ne copriva quasi completamente il guscio. Cercai anche di acchiappare con le mani qualcuno dei pesciolini pi vicini.
D'un tratto sollevai gli occhi e vidi ondeggiare verso di me le alghe pi lontane incurvandosi come per un inchino. Il movimento si trasmise prontamente a tutto il letto d'alghe
ed io mi abbrancai a quelle pi prossime piegandomi in avanti col casco, come per affrontare un forte vento. Ottima misura di prudenza perch una violenta corrente subacquea mi pass accanto e mi avrebbe certamente travolta. Mentre mi congratulavo con me stessa per la mia abilit, fui quasi spazzata via (e per poco non persi il casco) da un ritorno di quella stessa corrente, che mi colse inaspettatamente alle spalle. Cos imparai ad aspettare e rispettare il flusso e il riflusso delle correnti sottomarine. Il mare si faceva sempre pi mosso, ma io proseguivo affascinata dalla magia del mondo fantastico nel quale mi muovevo.
Di l a poco mi accorsi che le difficolt di respirazione si erano fatte pi gravi: boccheggiavo addirittura. Diedi un nuovo giro alla valvola dell'aria, ma non valse a niente. Continuai a girarla finch fu completamente aperta, ma anzich migliorare, la situazione peggior. La testa mi girava: c'era qualcosa che non andava. Da qualche tempo non scambiavo pi segnali con la nave e pensai ch'era meglio dare quei famosi quattro colpi. Raggiunsi la corda di segnalazione. Pendeva abbandonata al mio fianco, sul fondo del mare. Mi girai presa dal panico e vidi con terrore il cavo molle, adagiato sul terreno, per metri e metri lungo il sentiero sinuoso che avevo percorso. Sembrava un lungo serpente attorcigliato attorno alle rocce e alle radici delle alghe. Lo sollevai tirandolo e s'impigli in una roccia. Incominciai a ritornare sui miei passi verso la nave con tutta la rapidit consentitami dall'impaccio del casco. Era come vivere un sogno angoscioso, quando si lotta con la volont di correre e l'assoluta impossibilit di muoversi.
Mi mancava il respiro, gli occhi mi bruciavano e mi sentivo la testa pesante. Mi sembr di percorrere miglia e miglia seguendo il cavo inerte prima di scorgere finalmente, ancora un po' distante, la chiglia della nave e, proveniente dall'alto, il cavo ben teso.
Avevo braccia e gambe molli, ma con un ultimo sforzo diedi un potente strattone alla fune, sentendomi venir meno.
Non avevo pi paura e mi sentivo invasa da un dolce languore, mentre nella mia mente ottenebrata si faceva strada l'ironia della situazione: il mio ultimo, disperato colpo per chiedere aiuto aveva invece il significato opposto: un solo colpo voleva dire Tutto bene.
Ero caduta in ginocchio sulla sabbia e in tale posizione l'acqua incominciava a entrarmi nel casco. Era fresca e mi schiar un poco le idee. Feci scivolar via il pesante elmetto e lasciai che la forza dell'acqua mi spingesse su, verso l'alto. Su...su... attraverso l'atmosfera verde, come un pallone gonfiato e con la stessa sensibilit. Con moto involontario avevo aperto la bocca per respirare in qualche modo, aria od acqua, al pari di uno sferoide in pericolo; ma inutilmente. L'aria dei polmoni usciva gorgogliando in un lungo e continuo eruttare mentre attorno a me la pressione diminuiva.
Quando raggiunsi la superficie dell'acqua, vidi un gruppo di uomini tuffarsi dal fianco della nave. Il dottor Hubbs, con le pinne ai piedi, fu il primo a raggiungermi. Intravvidi il suo viso preoccupato e sentii la sua forte mano afferrarmi per i capelli per rimorchiarmi verso l'imbarcazione.
Mi avvolsero nelle coperte e il cuoco mi port una tazza di caff bollente. Cos' successo? volevano sapere. Raccontai loro che poich l'aria mi era sembrata insufficiente avevo aperto la valvola per farne entrare di pi. Soltanto una donna  capace di far girare la valvola in senso inverso, togliendosi l'aria! osserv qualcuno. Ma il dottor Hubbs e l'istruttore, controllando l'elmetto, trovarono che la valvola era completamente aperta. Il cavo dell'aria proprio sopra il casco, era stato recentemente rabberciato con una canna da giardino e la saldatura si era allentata. Cos avevo perso la maggior parte dell'aria pompata, prima che questa raggiungesse l'elmetto.
-  terribile che sia accaduto alla vostra prima immersione - osserv il dottor Hubbs con simpatia. - C' un solo modo per aiutarvi a cancellare una tale spiacevole esperienza.
E cos, quando il casco fu aggiustato, e dopo un breve riposo che non permise alla mia paura di radicarsi troppo profondamente, mi fecero tuffare nuovamente, e questa volta, come in tutte le immersioni col casco che feci dopo d'allora, senza alcun inconveniente e senza odor di cipolle.

Note.
(1) Grunious.
(2) Swell-shark - Scylliorhinidae.

Didascalia.
Un arpionatore delle isole del Pacifico mostra un velenoso pesce-balestra. Indossa la tenuta d'ordinanza. Gli occhiali e l'arpione sono di fattura casalinga. L'arpione ha una striscia di elastico che fa scattare la freccia sott'acqua.
Fine didascalia.


PLATY E XIFOFORI.

Nel 1947 dalla U.S. Fish e Wildlife Service(1) venne il progetto di controllare la pesca attorno alle Filippine. Si cercava un chimico oceanografico che conoscesse bene la materia. La combinazione delle mie esperienze nelle ricerche chimiche al Celanese e all'istituto Medico Cornell, le lezioni all'istituto di Oceanografia Scripps e i miei studi sui pesci rispondevano ai requisiti richiesti.
Mi spiaceva lasciare lo Scripps, ma come resistere alla possibilit di soggiornare alle Filippine dove le acque abbondavano di plettognati e di entrare a far parte di un complesso di studiosi con un programma ben definito e guadagnarmi inoltre quello che mi sembrava allora uno stipendio favoloso? Furono in molti a meravigliarsi che l'incarico fosse affidato a una ragazza e qualcuno fece notare a Washington che io ero la sola donna del gruppo. La cosa dest qualche apprensione: intanto io arrivavo alle Hawaii, dove per il mio passaporto fu misteriosamente trattenuto perch mi dissero che la F.B.I.(2) doveva controllare la mia origine orientale. Ch'io sappia stanno ancora controllando. Non seppi mai se ero discriminata o no. Dopo settimane di aspettativa mi rassegnai alla mia sorte e offrii le mie dimissioni a chi era ansioso di riceverle. Assunsero un uomo al mio posto.
Per un'appassionata di ittiologia, arenata lontano da casa sua mentre le autorit indagano sul suo conto, non c' luogo migliore delle Hawaii. Ebbi modo di studiare gli humahumanukanuka apauaa nell'Acquario di Waikiki insieme ad altri pesci originari delle acque tropicali del Pacifico. Il direttore dell'Acquario mi permetteva di sezionare i pesci che morivano in un piccolo e comodo laboratorio mantenuto dall'Universit delle Hawaii, situato proprio dietro l'Acquario. Mi si present l'occasione di studiare l'apparato di gonfiamento di uno speciale gruppo di piccoli sferoidi tropicali, mai studiati prima. Stesi una relazione sulle modifiche di tale meccanismo e cercai di scrivere un pezzo forte sui plettognati hawaiiani che aiutasse nell'identificazione di tutte le specie conosciute provenienti da quei luoghi. Oltre agli esemplari dell'Acquario, avevo libero accesso all'enorme collezione di pesci imbalsamati conservati al Bishop Museum. Cos divisi il mio periodo d'attesa fra questi due interessanti centri di studio mentre godevo dell'indimenticabile ospitalit hawaiiana.
Mi comprai una maschera e incominciai a esplorar sott'acqua. Il direttore della Sezione di ricerche sui pesci delle Hawaii mi offr lo spettacolo della prima pesca subacquea. Ci recammo col battello dell'Universit sul lato nordovest di Oahu. Era con noi un professore di zoologia che studiava un parassita che andava rovinando il valore commerciale di alcune variet di tonni. Navigammo al largo per diverse miglia prima di rintracciarne un branco. Stormi di uccelli acquatici, in cerca di cibo alla superficie dell'acqua, ci diedero la prima segnalazione del punto dove potevamo trovare un branco di tonni. Avvistatolo, guidammo la barca proprio nel bel mezzo lanciando esca per attirare le bestie: ne pescammo qualche esemplare che sezionammo sul posto scoprendo diecine di piccoli vermi che ulceravano e spappolavano la carne delicata del tonno.
Al ritorno ci ancorammo vicino a un banco di corallo per fare il bagno e, rinfrescandoci, toglierci dai corpi accaldati la puzza del pesce. Il professor Hiatt ed io ci mettemmo le maschere e il direttore delle ricerche, prof. Vernon Brock, che di solito portava delle spesse lenti, si era munito di occhiali subacquei con lenti normali. Il signor Brock portava anche pinne ai piedi e una fiocina.
L'acqua era azzurra e incredibilmente tersa. Nuotai un po' alla superficie osservando lo splendido scoglio di coralli. Il signor Brock si immerse a quasi dodici metri di profondit per esplorare gli scogli fitti di caverne che ospitavano migliaia di esemplari di pesci tropicali, poi lentamente, da quell'esperto nuotatore subacqueo che era, si diede all'inseguimento di un grosso pesce pappagallo, gli inferse una rapida stoccata e risal verso la superficie tenendo l'arpione su cui si dibatteva l'animale infilzato. Era stata una cattura davvero emozionante, ma sebbene non ne avessi voluto perdere nemmeno un particolare ero stata costretta diverse volte a emergere con la testa dall'acqua per respirare, mentre il signor Brock era rimasto sempre immerso. Mi augurai di poter anch'io un giorno imparare a usare l'arpione e catturare i pesci nel loro elemento; mi appariva ormai troppo banale al confronto, rimanere seduti all'aperto e cavar dall'acqua i pesci appesi a una lenza!
La mia breve vacanza alle Hawaii vol come il vento.
Feci ritorno a New York. La mia istruzione era tutt'ora incompleta; ma, fortunatamente, avevo ricevuto dal professor Myron Gordon, uno studioso di genetica dei pesci, di fama internazionale, l'offerta di lavorare come sua assistente nelle ricerche, al Museo Americano di Storia Naturale. Egli desiderava affidarmi alcune ricerche che, secondo lui, avrei potuto sviluppare in una tesi di laurea. Si offr inoltre di patrocinare i miei studi universitari a New York.
Ora, ripensandoci, capisco che la F.B.I. mi rese veramente un ottimo servigio. Non sarei mai riuscita a prepararmi a una tesi di laurea dopo gli anni trascorsi alle Filippine. Pi si aspetta a conseguire un titolo di studio e pi difficile
riesce trovare poi il tempo e l'entusiasmo per riprendere a studiare.
Nel campo della scienza  opportuno avere il titolo di dottore in fisica, sebbene non sia assolutamente indispensabile. Uno dei pi brillanti ed abili ittiologi americani, non ha mai frequentato l'universit e questo non gli ha impedito di assurgere all'altezza dei pi valenti professori universitari. Tuttavia chi non ha un'istruzione formale trova generalmente maggior difficolt a far conoscere il proprio valore, specialmente quando ha bisogno di guadagnare. Il titolo di dottore in fisica facilita immensamente la strada. Perci desideravo ardentemente conseguirlo dato che la mia carriera era gi sufficientemente ostacolata dalla mia qualit di donna.
Le scienziate devono purtroppo superare molte difficolt, se vogliono farsi strada, ma hanno qualche vantaggio. Un uomo ha spesso una famiglia da mantenere e non  sempre libero di viaggiare, al contrario una donna  quasi sempre indipendente ed io ero libera di recarmi ovunque, e di fare ci che volevo. Tutt'al pi arrischiavo la pelle.
Il mio problema di ricerche al museo si accentr sul metodo riproduttivo dei platies e xifofori, pesci che avevano fatto parte del mio primo acquario domestico. Negli anni che seguirono, il mio progetto fu appoggiato dal Centro di Studi sugli Usi degli Animali (che si interessava al comportamento sessuale di questi pesci), dalla Societ Zoologica di New York (che si interessava alla loro genesi) ed infine dalla Commissione per l'Energia Atomica (a cui interessava la fisiologia dei pesci in generale). Quest'ultima si assunse di procurarmi il materiale vivo, un laboratorio, e di pagare tutte le mie spese. Ero al colmo della felicit.
Il progetto aveva per me un'enorme attrattiva. Era una specie di sfida perch implicava tanti aspetti della biologia che dovevano essere fusi in una composizione unica. Non era soltanto lo studio di due tipi di pesci. Era fondamentalmente lo studio di uno dei pi interessanti fenomeni biologici: l'evoluzione; un progetto in cui platy e xifofori, due tipi comuni di pesci, da acquario, possono essere usati come animali sperimentali per dimostrare uno dei meccanismi di evoluzione chiamato: l'isolamento sessuale.
Quasi tutti coloro che tengono in casa platies e xifofori non li considerano esseri sessualmente distinti l'uno dall'altro; ma in verit, nella maggior parte dei nostri acquari, questi due tipi di pesci non sono mai di razza pura, cos come si trovano in natura, sono degli ibridi, dei prodotti addomesticati, che gli acquaristi commerciali ottengono in una stupefacente variet di colori e di forme, spesso molto pi fantasiose dei pesci originali.
Il bellissimo wagtail, per esempio,  uno di questi ibridi in cui una strana, nascosta propriet riproduttiva dello xifoforo  combinata con la semplice coda di cometa del platipecilo (un bordo scuro alla parte superiore e inferiore della coda) per formare uno squisito ibrido con delle belle striature nere brillanti su tutte le pinne. Il dottor Gordon fu il primo ad ottenere questo pesce geneticamente controllato, nel proprio laboratorio ed ora questa  una delle variet pi popolari negli acquari domestici. La produzione di tali bellezze da acquario  soltanto un ramo secondario del lavoro svolto dal dottor Gordon, che invece si occupa principalmente dello studio del cancro dei pesci.
Il tessuto canceroso di questi pesci  cos simile al tessuto canceroso umano che  quasi impossibile distinguerli al microscopio. Il dottor Gordon riesce a controllare geneticamente i tumori dei pesci. Accoppiando alcuni esemplari di pesci egli pu predire esattamente il numero di discendenti nei quali si svilupperanno dei tumori. Talune combinazioni platy-xifoforo danno non soltanto lo splendido ibrido color ebano, molto simile allo xifoforo, ma producono altres un cancro nero, un melanoma assai simile a quello del pi spaventoso flagello dell'umanit.
Per tutti i pesci cancerosi di questo gruppo sono prodotti artificiali dei laboratori; il dottor Gordon ha raccolto esemplari puri nei fiumi del Messico e dell'Honduras, da cui essi originalmente provengono, senza mai trovarne uno affetto da cancro, e senza trovare un solo ibrido.
Platipecili e xifofori Hellery di razza pura vivono spesso fianco a fianco nello stesso fiume e si pescano insieme nella stessa rete. Che cosa li trattiene dal far razza fra loro naturalmente, e produrre dei discendenti cancerosi? Fisicamente sono in grado di farlo; in condizioni di cattivit gli acquaristi
lo hanno pi volte dimostrato, e allora com' che questi pesci rimangono sessualmente isolati nella loro dimora abituale? Qual' il meccanismo sessuale isolante messo in atto dalla natura?
Era questo il mio problema.
Il dottor Gordon e il dottor Lester R. Aronson, il Presidente del Dipartimento di Comportamento animale, erano giunti prima di me alla conclusione che uno dei fattori del meccanismo isolante implicava l'aspetto fisiologico della riproduzione.
Questi due uomini dottissimi seguivano con interesse i miei progressi ed io avevo modo di approfittare delle critiche e della guida di un genetista e di uno psicologo di animali per studiare un problema che  fra i pi complicati ch'io abbia mai cercato di risolvere.
Non era facile raggiungere la mta. Quando incominciai a studiare il materiale relativo al problema e poi a lavorare sui pesci in laboratorio, mi trovai di fronte a una interminabile serie di interrogativi, le cui risposte erano come i pezzi di un mosaico che dovevano esattamente combaciare fra loro.
Il primo passo consisteva nello studio della riproduzione delle due specie. V'erano forse delle diversit che potevano contribuire a un impedimento fisiologico quando, in natura, i pesci hanno facolt di scegliere fra l'accoppiarsi con la propria specie o con un'altra? S, le difficolt c'erano e consistevano in differenze quantitative e qualitative nel comportamento preliminare delle due specie. L'atto stesso della copulazione, ad esempio, avveniva meno frequentemente, ma aveva una pi lunga durata e si produceva dopo un periodo di corteggiamento pi rapido fra una coppia di xifofori che fra una di platies. I maschi platipecili avevano uno strano comportamento nella fase di corteggiamento: interrompevano cio improvvisamente la caccia alla femmina per mettersi a beccare il fondo dell'acquario con rapidi movimenti vibratori, cosa che lo xifoforo maschio non faceva mai. Dovetti fare centinaia di osservazioni per provare statisticamente queste differenze. Stavo seduta nella serra del museo: una vera giungla da acquario mantenuta a 90  F. e col 100% di umidit. Mettevo il viso
il pi vicino possibile al vetro della vasca da osservazione, tentando di non disturbare il pesce che stavo osservando tenendo in grembo un ingegnoso meccanismo creato per me dal dottor Aronson; una specie di tastiera su cui avevo studiato un sistema di dattilografia a tocco che mi permetteva di annotare tutto quello che il pesce faceva senza distogliere lo sguardo dai suoi movimenti. La tastiera funzionava elettricamente ed era legata a un congegno che descriveva, per mezzo di un complicato sistema di quaranta punte, l'esatta sequenza e la durata di ciascun movimento.
Accumulavo risme di dati. Che cosa stai compilando, il rapporto Kinsey sui pesci? mi chiedevano gli amici.
Quando incominciai le mie osservazioni, non si sapeva nulla di certo sull'accoppiamento di questi pesci, come e quando, esattamente, il maschio trasferisca lo sperma nel corpo della femmina in questa specie di animali vivipari. Molti ritengono che il trapasso dello sperma accada quando il maschio tocca leggermente il corpo della femmina con la pinna anale girata. Quest'atto si osserva spesso negli acquari da appartamento. Nell'acquario del mio laboratorio il maschio talvolta ripeteva quest'azione un centinaio di volte nello spazio di dieci minuti. Erano vere e proprie copulazioni? Non mi sembrava possibile, tuttavia nessuno era mai riuscito a provarlo o a contestarlo.
Notai poi un insolito comportamento di contatto fra maschio e femmina, qualcosa che accadeva di rado, solitamente dopo che i pesci erano stati isolati per molte ore e poi rimessi assieme. Il maschio dava la caccia alla femmina e improvvisamente i due pesci sembravano incollati per un periodo che durava cinque secondi. Questo, indubbiamente, era la vera copulazione e mi studiai di dimostrarlo.
Riunii un gruppo di femmine vergini, osservando il comportamento di ciascuna con un maschio, per dieci minuti, e annotando tutto quello che accadeva fra loro. Poi con una minuscola pipetta di vetro, tolsi un campioncino dell'ovaio della femmina viva, avvolgendolo nel cotone bagnato e lo osservai al microscopio. Nel campione asportato appariva ben visibile la presenza dello sperma maschile; se non ne trovavo
traccia ripetevo l'esperimento finch la femmina era stata fecondata. E non esistevano dubbi su ci. La gocciolina di campione, messa sotto il microscopio brulicava di migliaia di cellule spermatiche natanti, simile ciascuna ad un animale separato che si lanciava attraverso il campo della lente: una creatura tutta testa che agitava una lunga coda.
Non avevo mai visto niente di simile nei campioni prelevati da femmine ch'erano state puramente toccate dalla punta della pinna anale di un maschio neppure quando l'azione si ripeteva per centinaia di volte; al contrario, dopo uno solo di questi contatti che io chiamavo di copulazione, quantitativi di sperma potevano essere rintracciati nella femmina.
La tecnica usata per violare gli organi di riproduzione di un pesce femmina senza recar danno, era un'invenzione utile anche in altri campi, e mi port al pi riuscito fra i miei esperimenti.
Una serie di prove mi dimostr che, in condizioni normali, accadeva di rado di poter abbattere le barriere psicologiche dell'accoppiamento; in tali casi, la femmina di una data specie poteva razzare con un maschio di specie diversa; ma le femmine dei platipecili e degli xifofori immagazzinavano sperma per mesi. Che cosa accadeva quando lo sperma di due diverse specie di maschi venivano a competizione per fertilizzare le uova che sarebbero poi maturate nel corpo della femmina? Come potevo mettere alla prova questa competizione fra gli spermi in controllate condizioni sperimentali?
La risposta fu questa: con la fecondazione artificiale. Qualcosa che nessuno in quella citt aveva mai tentato di fare con i pesci. Il mio esperimento, usando micropipette sulle femmine vive, ebbe inizio. Tolsi lo sperma dal maschio e lo immisi nella femmina usando la tecnica inversa a quella usata quando prelevavo campioni di sperma dal corpo della femmina. Dal mio primo esperimento nacquero dei pesciolini, nelle provette di laboratorio.
Fu quello un giorno memorabile per me. Altri studiosi nei laboratori del Museo erano al corrente delle mie ricerche e si informavano sui progressi della mia fecondazione artificiale, mentre io, ansiosa come un padre, me ne stavo in attesa del lieto evento.
Ogni giorno scrutavo speranzosa il ventre della pi promettente signora xifoforo, completamente vergine, tranne che per il trattamento con la pipetta. Ella si ingrossava gradualmente, sebbene nei pesci questo non sia un segno sicuro. Ma la prova decisiva arriv sotto forma di dodici pesciolini. Feci ai colleghi una elargizione di sigari per festeggiare l'evento e il dottor Gordon venne a congratularsi con me. Anche altri mi strinsero la mano, un po' per gioco un po' sul serio, poich ormai avevo il modo di affrontare l'ultimo e maggior problema del mio progetto di ricerche.
Da l, all'inizio degli esperimenti sulla lotta degli spermi,
il passo fu breve. Adoperai un numero controllato di mescolanze di sperma tratti dalle due specie di maschi, poi fecondai artificialmente le femmine. Era la prima volta che simili prove venivano tentate sui pesci. Potei cos dimostrare che la lotta fra le due diverse specie esiste e che lo sperma ricavato da un maschio della stessa specie della femmina, ha un vantaggio su quello di un maschio di specie diversa e che produce degli ibridi. Sebbene quest'ultimo sperma fosse artificialmente sparso in maggiori quantit, il primo produsse un pi forte numero di discendenti nel gruppo delle nascite che seguirono.
Cos fattori nel meccanismo di isolamento del platipecilo e dello xifoforo si rivelarono gradatamente.
Questo studio mi port ad un lavoro similare su altri pesci vivipari. Il dottor Aronson ed io passammo mesi e mesi a studiare il pi comune e difficile dei pesci da acquario: il
guppy. Scoprimmo che anch'esso aveva un raro e quasi simile metodo di copulazione. Sempre col sistema della micropipetta per l'introduzione dello sperma nella femmina, potemmo confutare l'opinione comune secondo la quale nei guppy maschi sia continua la proiezione di sperma nella femmina. Con fotografie prese con un lampo elettronico, potemmo analizzare in ogni minimo dettaglio, le manovre di corteggiamento di questi veloci pesciolini.

Note.
(1) Servizio Americano Ittiologia e Fauna.
(2) Federation of British Industries.


PESCI BALESTRA UNICORNI DELLE INDIE ORIENTALI.

TRASCORSI tre anni al Museo facendo continui esperimenti su platipecili, xifofori e guppies d'acqua dolce, interrompendoli solo per brevi intervalli, quando mi si offerse l'occasione di prender contatto coi pesci di mare. Durante una intera estate studiai al famoso Istituto Biologico Marino di Woods Hole nel Massachusetts, alcuni pesci del Nord Atlantico. E, per alcuni mesi, viaggiai anche nelle Indie Orientali per studiare i pesci tropicali dell'Atlantico col dottor Breder, mio primo professore, nominato ora direttore del nuovo Lener Marine Laboratory sull'isola di Bimini. Egli mi invit a studiare i plettognati di quella regione, il che mi offriva, con mia grande gioia, ottime occasioni per immergermi con la maschera.
Ma le acque meravigliosamente limpide attorno a Bimini presentavano uno svantaggio: i barracuda. In mezzo a delicate attinie color lavanda e giallo canarino, attraverso la lente d'ingrandimento della maschera vedevo costantemente i barracuda in agguato. Erano molto frequenti in quei luoghi; quelli che incontravo erano piuttosto piccoli, non pi di 90 centimetri di lunghezza, ma non era raro il caso che mi trovassi a contatto con due o tre alla volta.
Una volta, sott'acqua, mi destreggiavo con un temperino a staccare qualche ventaglio di mare che desideravo far seccare per portare in ricordo alla mia famiglia (a differenza della maggior parte degli animali marini, i ventagli di mare mantengono magnificamente il colore), quando, nel tornarmene a galla con due deliziosi esemplari, m'imbattei in un barracuda. Non si muoveva, ma mi fissava tranquillamente, senza dar
segno di paura, cosa insolita negli altri pesci. Mi sentii come un ladro sorpreso da un poliziotto a rubare i fiori in un parco e lasciai cadere il mio bottino.
In seguito mi abituai alla presenza dei barracuda, di quelli piccoli almeno, perch non so come mi sarei comportata se ne avessi incontrato uno adulto. I nativi di Bimini li temono molto e il mio servitore negro si mostrava sempre pi preoccupato di me quando mi immergevo col casco; non avevo ancora raggiunto il fondo che gi Pedro mi chiamava col portavoce per farmi risalire:  meglio che veniate, ora, signorina Janie. Presto arriveranno i barracuda.
Preferivo quasi sempre usare la maschera anzich l'elmetto d'immersione. Imparavo a trattenere il fiato pi a lungo e riuscivo a immergermi alla medesima profondit consentitami dal casco, senza aver impaccio nei movimenti. Inoltre, con la sola maschera, non avevo il fastidio di comunicare con Pedro che mi assillava per farmi risalire.
Pedro era molto pi contento quando prendevamo la barca e senza immergerci facevamo raccolta di pesci scuotendo nelle reti le alghe galleggianti.
Le specie di plettognati che abitano i mari intorno a Bimini sono veramente interessanti; pi notevole fra tutti il pesce balestra-unicorno detto anche pesce-lima.
Una volta Pedro ed io acchiappammo un gruppo di pesci- lima appena nati gettando la rete in una macchia di sargassa(1) che aveva navigato verso Bimini dal Mar dei Sargassi. Misi i pesci vivi in un acquario del laboratorio. - Avete mai visto questi pesci-lima impazzire? - mi chiese il dottor Breder. Quella sera ne ebbi la prima dimostrazione.
Ci muovemmo a tentoni nel laboratorio buio. Il dottor Breder recava un grande riflettore, ma non l'adoper finch non ci fermammo di fronte all'acquario contenente i piccoli pesci-lima; l, improvvisamente, l'accese. Il potente raggio
luminoso ruppe l'oscurit e saett sugli occhi addormentati, ma, naturalmente, aperti dei pesciolini. Dapprima non si mossero; guardarono sconcertati la luce, poi, uno ad uno incominciarono lentamente a muoversi come ubbriachi, avanti e indietro ciondolando di fianco. Alcuni addirittura si capovolsero. Sembravano una troupe di acrobati durante le prove. Infine incominciarono a girare in tondo, sempre pi in fretta muovendosi a zig-zag come trottole, per l'acquario.
- Quando sono abbagliati diventano completamente furiosi e si uccidono - mi spieg il dottor Breder e spense la luce per salvar loro la vita. Mi chiedevo che cos'avrebbe fatto il dottor Breder, con gli occhi aperti, se qualcuno all'improvviso gli avesse scattato un potente fascio di luce in faccia. Il dottor Breder non si spiegava questa strana reazione dei pesci lima, sebbene l'avesse descritta in una relazione dettagliata. Nell'articolo si riferiva al fenomeno come a una disorganizzazione locomotrice. Ma, in termini meno tecnici, convenni con lui che quei poveri pesci sembravano davvero impazziti.
Alcuni giorni dopo pensai di trarre profitto da ci che si poteva imparare aggirandosi di notte in un laboratorio buio. Mi feci strada alla meglio fino alla vasca in cui tenevo alcuni dei miei pesci-lima pi grossi; poi accesi la torcia.
- Che succede? - mi chiesi stupefatta davanti allo spettacolo che mi si offriva. Nella vasca dove tenevo un gruppo di pesci-lima di un marrone cupo a strisce orizzontali bianche, c'era un gruppo di pesci-lima bianchi con strisce verticali scure.
Ad onor del vero  abbastanza facile che un pesce cambi colore e forma, ma stavolta il cambiamento era cos radicale che riuscivo appena a convincermi che si trattasse degli stessi pesci che avevo messo nella vasca durante il giorno. Nelle settimane seguenti osservai attentamente gli animali a tutte le gradazioni di luce; ma lo strano fenomeno si verificava solo quando li sorprendevo addormentati al buio. Il cambiamento
che si operava nei miei pesciolini quando si mettevano in pigiama era superato soltanto da quello che si verificava quando erano fortemente eccitati. Allora si vedevano spuntare su tutto il corpo macchie di un color arancio acceso, al posto delle righe, che scomparivano completamente.
Ma lo strano comportamento dei pesci-lima di Bimini non si limitava a questo. Il dottor Beebe fu il primo a notare l'abitudine di alcuni di essi di procedere a testa in gi. I tipi ch'egli osservava erano lunghi e sottili e questa posizione li faceva assomigliare ad alghe, perci egli era portato a credere che fosse un sistema per mimetizzarsi. Nel laboratorio di Bimini ebbi occasione di studiare un gruppo di questa specie. Non stavan sempre a testa in gi, ma quando lo facevano era un vero spettacolo. I pesci-lima hanno una falda addominale che pu allargarsi come la coda d'un pavone. Quando uno di loro, specialmente il maschio, si mette a testa in gi, allarga la coda, insieme a tutte le pinne, e drizza la lima proiettandola come un unicorno, e vibrando in tutto il corpo.
Questo accadeva quando due maschi s'incontravano faccia a faccia. Tutti e due tentavano di mettersi a testa in gi, ma poich soltanto uno ci riusciva, l'altro pesce, solitamente il pi piccolo, ripiegava le sue pinne e si toglieva dalla strada dell'altro. Mi accorsi che c'era un solo maschio davanti al quale tutti fuggivano. Poi c'era il numero due che incuteva timore a tutti, tranne che al numero uno. E cos via, secondo questa scala gerarchica, fino all'ultimo pesciolino che scappava davanti a tutti gli altri. Era cos piccolo e malandato che mor di fame, poich tutti gli altri pesci lo battevano in sveltezza nell'accaparrarsi il cibo all'ora del pasto.
Questo sistema dei pesci  molto simile a quello scoperto prima nelle galline. Il mio povero pesciolino spaurito non era esattamente beccato dagli altri, ma era sorpassato in bravura, da tutti i compagni, nell'esercizio di mettersi a testa in gi.

Note.
(1) Pianta marina della famiglia delle alghe.

Didascalia.
COMBATTIMENTO FRA DUE PESCI-BALESTRA MASCHI.
IL pi forte si mette a testa in gi davanti all'avversario soccombente
Fine didascalia.


GLI OCCHI DEI PESCI.

GLI OCCHI dei pesci sono organi straordinari. Non conosco nessun altro gruppo di animali dotato di un sistema ottico cos vario. I pesci della preistoria ebbero tre occhi. Uno studio sui pesci fossili dimostra che esisteva una piccola apertura, in centro, alla sommit del cranio. Un tempo questa apertura conteneva un organo conosciuto come l'occhio pineale, leggermente sensibile, rudimenti del quale esistono ancora in alcuni pesci.
C' chi afferma esistano pesci con quattro occhi. Cuatro ojos  il nome popolare di una variet di pesce stranissimo che vive nel Messico. Non perch porti gli occhiali, ma a cagione di qualcosa biologicamente pi notevole. Strettamente parlando il Cuatro ojos ha soltanto due occhi, ma ogni occhio  diviso in due parti: la met superiore si  adattata alla facolt di vedere in aria, mentre la met inferiore pu vedere sott'acqua. Cuatro ojos fa buon uso di questo accomodamento ottico per scoprire tutti i suoi nemici. Un pesciolino che vive in acque poco profonde, fra le pozze di marea, salta talvolta sulla terra vicina; ma pi spesso sta fermo e nuota alla superficie dell'acqua con la testa emersa in parte, in modo che i suoi occhi superiori scrutano l'aria, e quelli inferiori il fondo, cos che gli  facile vedere che cosa succede in alto e sott'acqua simultaneamente.
C' un pesciolino della specie dei blenni(1), con una combinazione similare di quattro occhi. Ma in questa creatura ciascun occhio  diviso in modo che la met anteriore ha una visione aerea e la met posteriore una visione acquatica.
Il mondo dei pesci ha anche i suoi ciclopi. Gli embriologi possono, coi loro esperimenti, produrre pesci ciclopici assoggettando a speciali trattamenti l'embrione in uno stadio critico. Ma, come in tutti i vertebrati, gli individui con un sol occhio sono dei deformi, e non certo gli esemplari di una specie.
Dei pesci completamente senza occhi, per, sono frequenti fra quelli che abitano nelle cave buie di fiumi e laghi,
o quelli che vivono nelle profondit abissali del mare, dove la vista non  un fattore di sopravvivenza.
La maggior parte dei pesci ha due occhi, sebbene non necessariamente dalle due parti opposte della testa, come sanno tutti quelli che hanno visto il passerino asimmetrico. I passerini, membri della famiglia dei pesci piatti, incominciano la vita con un occhio da ciascun lato della testa e nuotano nel modo tipico ai pesci; ma durante lo sviluppo avviene una metamorfosi: il pesce incomincia ad appoggiarsi su di un fianco, poi a starsene disteso sul fondo sabbioso; indi l'occhio che si trova verso il fondo incomincia ad emigrare girando per portarsi accanto all'altro occhio.
I pesci non hanno ciglia, ma alcuni posseggono una specie di palpebra. Certi tipi di pescecani possono chiudere momentaneamente gli occhi o battere le palpebre poich possiedono delle sottili e semitrasparenti palpebre interne che si stendono sugli occhi. Tutti gli altri pesci passano la loro vita con gli occhi aperti.
Non vi siete mai fermati a riflettere il piacere che deve dare la possibilit di godere simultaneamente di due diverse visioni, una per ciascun occhio? Questa  proprio una prerogativa dei pesci. I nostri occhi, messo a fuoco un oggetto unico, ne riportano l'immagine al cervello; ma il cervello dei pesci riceve contemporaneamente due immagini, poich gli occhi di questi animali, guardano in direzioni diverse, non mettono a fuoco simultaneamente lo stesso oggetto.
Vi sono alcuni eccezionali tipi di pesci, i cui occhi, posti sul medesimo piano, vi portano a sospettare che abbiano una visione bioculare, come i nostri. Ad esempio gli astronomi dalla testa appiattita, e certi pesci dagli occhi sporgenti. Fra questi ultimi il pesce dorato dagli occhi telescopici , probabilmente, il meglio conosciuto. Se ne trovano in commercio nei magazzini popolari a prezzo unico. La variet pi preziosa, per, fa parte di un allevamento perfezionato della Cina: il ciprino dorato detto Telescopio Celeste, che  poi nero come il carbone, manca della pinna caudale ed  dotato di occhi che, come quelli degli astronomi, fissano sempre il cielo.
Ma di tutte le creature dagli occhi sporgenti, nel regno animale, lo Stomiatide merita il premio.  un pesce di acque profonde. Si pens dapprima che fosse una specie del tutto nuova finch, osservando le varie fasi del ciclo della sua vita, si scopr che era la larva di un pesce ben conosciuto, con occhi normali e che adulto si chiama Idiacanto. Il legame esistente fra i due pesci non fu facile da scoprire prima che si trovasse la fase intermedia di sviluppo. L'Idiacanto ha gli occhi situati in fondo a dei peduncoli incredibilmente lunghi: sono peduncoli leggeri, flessibili, filiformi che escono dalla testa e, agitandosi, permettono agli occhi di vedere in ogni direzione. Quando il pesce cresce, le appendici si raccorciano gradatamente finch gli occhi si fissano nelle cavit naturali.
Ma soltanto la dissezione del lungo nervo ottico arrotolato nella parte posteriore degli occhi del pesce adulto, ha potuto spiegare il loro strano sviluppo.
Pu un pesce ricordare con l'occhio sinistro qualcosa che ha appreso con l'occhio destro? A questa questione ha risposto il dottor Roger Sperry, un neuroanatomista che conobbi mentre studiavo a Bimini.
Mi sembr dapprima un problema senza senso poich
lo consideravo dal punto di vista delle capacit umane, un errore di molti novellini nel campo del comportamento animale ed un atteggiamento stolto nel ragionamento scientifico, fatto per offuscare la verit ed eliminare le indagini su un importante problema dandogli una soluzione facile ed errata. La mia prima reazione fu:  naturale, che se mi coprissero l'occhio sinistro ed io vedessi, soltanto con l'occhio destro, un oggetto grande e uno piccolo sulla tavola, e li assaggiassi entrambi rendendomi conto che soltanto uno  commestibile, ricorderei certamente qual' dei due quando, anzich con l'occhio destro, fossi portata a guardare gli stessi oggetti col solo occhio sinistro.
Poi il dottor Sperry mi spieg che in alcuni esperimenti coi piccioni, si era scoperto ch'essi non riuscivano a fare questa semplice trasmissione quando erano messi alla prova. Gli uccelli, come i pesci, tranne che per certi tipi a muso piatto, come la civetta, hanno gli occhi su lati opposti del capo e ciascun occhio vede indipendentemente dall'altro. Quando un uccello vuol guardarvi meglio, storce la testa da una parte o dall'altra. I pesci, che non hanno il collo da girare, devono voltare tutto il corpo da un lato per raggiungere lo scopo. Sa l'occhio destro dell'uccello - o del pesce - ci che fa l'occhio sinistro?
Un uomo imparer a suonare le note basse di una canzone con la mano sinistra, ma ci non significa che poi sappia suonarle con la destra: l'abitudine non si  trasmessa da una mano all'altra. Il pesce che ha un cervello primitivo - anche pi di quello di un piccione - ha un suo modo di registrare impressioni ottiche separate; ma pu benissimo difettare della coordinazione necessaria per trasmettere un'abitudine di discriminazione visuale da un occhio all'altro.
Quando il vero significato dell'originale problema si fece finalmente strada nella mia mente, mi prese la curiosit di conoscerne la soluzione. Il dottor Sperry mi rivel allora di avere progettato un esperimento per scoprirlo. Ma era un'impresa che richiedeva molto tempo, troppo, per applicarcisi da solo nel breve periodo di permanenza a Bimini. Aveva bisogno di qualcuno che lo aiutasse, e preferibilmente qualcuno che fosse pratico di pesci, poich egli aveva fatta la maggior parte del lavoro precedente su anfibi e su piccoli mammiferi. Naturalmente io mi dichiarai pi che felice di ficcare il naso nei suoi esperimenti.
Cos divisi il mio tempo fra plettognati e gobii(2). Il dottor Sperry scelse questi ultimi perch si trovano facilmente a Bimini; vivono nelle acque poco profonde delle pozze di marea e perci tollerano l'acqua stagnante e possono esser tenuti in un acquario senz'acqua corrente; ed infine perch di solito stanno sul fondo dell'acquario senza nuotare, particolarit che facilitava gli esperimenti sulla loro vista. Incominciammo gli esperimenti con ventinove gobii. Ciascuno doveva esser tenuto in un acquario separato e studiato individualmente. Il dottor Sperry incominci ad operare mettendo loro un cappelletto di stagnola su di un occhio, o tagliando il nervo ottico. Poi abituammo ognuno dei nostri pesci a discernere le immagini con l'occhio buono.
Non era facile ottenere una prova sicura per accertarci che il pesce aveva imparato a vedere con un solo occhio e non con l'aiuto del naso o altro organo sensorio che potesse raccogliere indizi dall'odore o dalle vibrazioni nell'acqua.
Il sistema migliore ci parve questo: mettere un'esca nella vasca del gobio ben bene affamato. L'esca consisteva in un fil di ferro teso verticalmente nell'acqua sopra la testa del gobio fermo sul fondo. Alla parte inferiore del filo era attaccato un grosso pezzo di lana di vetro, bianca. Un po' pi su, sempre sul filo, mettemmo un pezzettino di carne bianca tratta da una conchiglia.
Il gobio, vinta per la fame la paura iniziale, sal dal fondo della vasca e incominci a esaminare l'esca, mentre uno di noi l'osservava attentamente. Se il gobio attaccava subito la lana di vetro l'esca era immediatamente tirata via e il povero pesce non otteneva altro che un colpetto sul naso.
Questo giochetto si ripeteva spesso per diecine di volte (sebbene alcuni fra i pi intelligenti imparassero prontamente il trucco) finch accadeva finalmente che il gobio tentava un po' pi su il filo prima di addentare la prima massa bianca che si offriva alla sua vista. Per ricompensa, invece di un colpo sul naso, si trovava con la bocca contro qualcosa di morbido e gustoso e gli si dava il tempo necessario per addentarla. Dopo qualche esperimento il gobio imparava la lezione e si affrettava a sorpassare il grosso pezzo di lana di vetro senza toccarlo, puntando direttamente sul cibo attaccato pi sopra e quasi nascosto dalla lana di vetro. Quando un pesce dava diciassette o pi morsi sopra venti prove consecutive, segnavamo il punteggio concludendo che il pesce aveva imparato a distinguere.
Per esser certi che si trattava di discriminazione visiva, facemmo molti tipi di prove. Una, per esempio, era quella di sostituire la lana di vetro con un grosso pezzo di carne bianca. Il gobio continuava ancora a passarle vicino senza toccarla e andava dritto al pezzo pi piccolo posto pi in alto e pi difficile da raggiungere. Questo per eliminare la possibilit che il pesce si lasciasse guidare dal fiuto.

ESERCIZI SULLA DESCRIMINAZIONE VISIVA.
1)1 UN GOBIO
La seconda parte dell'esperimento era la pi importante. L'occhio sano del gobio veniva coperto ancora da un pezzetto di stagnola o accecato staccando il nervo ottico, mentre l'altro occhio era riportato allo stato normale, sia togliendo la stagnola
o aspettando che il nervo ottico ricrescesse. Allora si sottoponeva il pesce alla prova con la medesima esca.
- Si ricorda! - esclamammo insieme, mentre il primo pesce saliva dritto fino al cibo senza interessarsi minimamente alla lana di vetro. Ma, mentre continuavamo i nostri esperimenti, il mio entusiasmo incominci a calare. Alcuni degli altri pesci esitavano, e poi commettevano un certo numero di errori cos che i primi venti tentativi diedero un punteggio molto inferiore a quello precedente. E ce n'erano di quelli che non facevano che sbagliare, prendendosi colpi sul naso a ripetizione e niente cibo, come se non avessero mai visto l'esca prima d'allora. - Sciocco! - non potevo trattenermi dal dire - Perch non ti ricordi?
Era difficile trovare una spiegazione. Per controllare la possibilit di un trauma qualsiasi, il dottor Sperry toglieva la stagnola dall'occhio coperto e gli sciocchi non avevano difficolt a distinguere fra i due pezzi bianchi attaccati al filo. Si rimetteva il cappuccio di stagnola su quell'occhio e i pesci tornavano ignoranti! Era una cosa esasperante. Come potevano esistere simili diversit fra individui della stessa specie?
Il fatto di poter provare che la trasmissione visiva riusciva perfettamente in alcuni casi, non mi sembrava sufficiente. Ma il dottor Sperry, con la sua tanto maggiore esperienza e le sue pi ampie vedute filosofiche, mi assicur che i nostri risultati erano gi notevoli. Avevamo aperto un nuovo campo di ricerche sull'ottica ed il comportamento dei pesci, e raramente in problemi cos complicati i primi esperimenti conducono a risultati definitivi. Nel nostro lavoro  assai raro ottenere un s o un no definitivo alle domande riguardanti la sensibilit degli animali e perci esistono i metodi scientifici che dimostrano soltanto la possibilit che taluni avvenimenti si verifichino. Continuando a studiare i problemi di comportamento dei pesci e le conclusioni raggiunte dai miei colleghi, le irregolarit dei miei risultati mi affliggono sempre meno. Anche oggi quando riprendo a esaminare le nostre conclusioni sugli esperimenti di Bimini, scorrendo le tavole pubblicate e il punteggio del gobio n. 3, sono portata a chiedermi ancora perplessa: - Perch non ti ricordavi?
Forse un giorno saranno fatti altri esperimenti sulle tracce da noi segnate e forse allora avr la risposta.

Note.
(1) O bavose.
(2) Ghiozzi o gobetti.


DALLO ZOO BRONX ALLE HAWAII.

STAVAMO seduti in una sala spaziosa degli uffici di amministrazione dello zoo Bronx. La riunione non sembrava promettere niente di speciale: alcuni discorsi, rapporti del comitato, rapporti del segretario e del tesoriere ed altre questioni minori. Era la riunione di chiusura, la parte affaristica, di una rappresentanza di psicologi. Chi avrebbe mai immaginato che fosse il preludio a un viaggio nei Mari del Sud?
Inseguivo i miei pensieri mentre i presidenti dei vari comitati tenevano i rapporti. A un tratto la parola Micronesia mi colp e attir la mia attenzione sull'oratore. Il dottor Harold Coolidge, segretario esecutivo del Pacific Science Board, stava parlando dell'occasione che si offriva a pochi fortunati di compiere degli studi nei Mari del Sud, come parte di un programma intitolato Ricerche scientifiche in Micronesia, indetto dall'Ufficio di Ricerche Nautiche. Il Ministero dello Science del Pacifico e la Marina volevano conoscere qualcosa di pi sulle numerose isolette del Pacifico che, dalla fine della seconda Guerra Mondiale, formavano il Trust Territory degli Stati Uniti.
Rincasai dalla riunione col pensiero fisso alle romantiche isole dei Mari del Sud, tanto decantate dai libri: storie di poeti e di pittori, di marinai e di naufraghi, interessanti rapporti di spedizioni, e riandavo ai miei avventurosi approcci coi banchi coralliferi durante la mia breve visita alle Hawaii, due anni avanti...
Naturalmente inoltrai la mia domanda al Ministero delle Scienze del Pacifico; ma le previsioni non erano molto incoraggianti. Gli esperti che conoscevano bene quella zona ritenevano
improbabile che il Ministero mandasse una donna sola in giro per il Pacifico a far raccolta di pesci. La vita  molto difficile in quei luoghi; le malattie tropicali e il caldo avrebbero messo a dura prova le resistenze di una ragazza, e poi le donne pescatrici non trovano incoraggiamento, specialmente nella Micronesia dove incontrano accanita opposizione da parte degli indigeni che le accusano di portar sfortuna.
Immaginate la mia sorpresa quando ebbi una telefonata da Washington. Il Ministero delle Scienze del Pacifico mi faceva sapere che intendeva avere particolareggiate informazioni sui pesci della Micronesia, e, intendeva che fossero identificati i tipi velenosi. Mi chiedeva se ero disposta a partire per il Pacifico del Sud nel giro di qualche settimana. Mentre le parole quasi incredibili risuonavano nel microfono, con una profusione di dettagli, pensieri confusi mi attraversavano la mente. Proprio quella mattina avevo accettato una borsa di studio della Commissione di Energia Atomica che avrebbe ostacolato il viaggio; come conciliare le due cose? Ero proprio agli ultimi esami per la mia tesi di laurea, li avrei finiti in tempo? Certo sarebbe stato magnifico andare ad esplorare il Pacifico del Sud e abbandonare New York durante la stagione del mio raffreddore da fieno!
Mi avevano accordato pochissimo tempo, tuttavia, fatti i preparativi, non vedevo l'ora di partire. La Commissione di Energia Atomica mi consent una proroga per la borsa di studi e il Museo Americano di Storia Naturale garantiva le spese del viaggio: tutto era stato appianato. Lasciai gli Stati Uniti il 17 giugno del 1949, e decollammo da Alameda a bordo dell'idrovolante Martin Mars del Servizio Militare di Trasporti Aerei, diretto alle Hawaii.
A Honolulu c'era la possibilit di fare qualche spesa, visitare vecchi amici e fare gli ultimi preparativi per la spedizione. Il Ministero delle Scienze del Pacifico aveva un ufficio
secondario al Bishop Museum, diretto dalla signorina Ernestine Akers, una giovane donna alta e sottile, dalla frangetta castana e dal cervello sempre in attivit, che aveva il compito di sorvegliare che il programma S. I. M. (come tutti chiamavano il Scientific Investigations in Micronesia) fosse svolto regolarmente.
Viaggiavo sola, ma il mio viaggio era stato preparato in modo da darmi un senso di piena sicurezza e di fiducia. Per tutto ci che riguardava l'organizzazione pratica, potevo far affidamento su Ernestine. Ella mi diede l'orientamento preliminare, mi pilot attraverso le formalit per ottenere una carta d'identit della Marina ed altri documenti necessari, e prese le disposizioni per il noleggio di un completo equipaggiamento fotografico. Era molto competente e si interess a ciascuno dei miei piccoli problemi con l'affetto di una sorella maggiore.
Venne poi all'aeroporto a vedermi partire. Il mio bagaglio, incluso tutto ci che avevo acquistato alle Hawaii, aveva raggiunto il peso di 117 kg. (quarantacinque chili pi di quelli consentiti dai miei documenti). L'ufficiale che stava controllando la mia roba scosse il capo con rincrescimento: - Se si trattasse di qualche chilo extra, be'..., ma quarantacinque chili, temo siano proprio troppi.
Un ufficiale mastodontico, che pesava almeno un quintale, passava la visita davanti a me. Ernestine fece un rapido calcolo poi disse: - Se la signorina Clark pesasse novanta chili, la prendereste a bordo egualmente, no?
L'ufficiale annu.
- Ebbene, siccome ne pesa soltanto quarantacinque... - Ernestine mentiva spudoratamente, mentre io, tenevo il fiato nell'illusione di togliere al mio stomaco gonfio di buon cibo hawaiano, ben sette chili di peso.
L'ufficiale si gratt la nuca, diede un'occhiata all'orologio e alla fila dei passeggeri che aspettavano il loro turno,
poi torn a fissare i nostri due volti supplichevoli. - Okay - sospir e sorrise di sbieco in risposta alle nostre espressioni di ringraziamento.
Pochi minuti dopo salivo a bordo del secondo grosso velivolo e davo un'ultima occhiata fuggevole al Capo Diamond mentre volavamo verso il Medio Pacifico.


KWAJALEIN: GLI AVVELENATORI E GLI AVVELENATI.

QUATTRO ore dopo aver lasciato le Hawaii mi svegliavo mentre veniva abbassato il carrello per l'atterraggio. Ci fermammo brevemente all'isola Johnson per il rifornimento. Non ci si pu immaginare un'isola del Pacifico meno romantica
- un miglio quadrato scarso(1) - col punto pi elevato a un metro e mezzo sul livello del mare, e nemmeno un palmizio in vista. Sembrava poco pi di una striscia di terra, una pista di atterraggio per aeroplani da lunghi viaggi transpacifici.
Mentre ripartivamo, vidi che l'isola era circondata da banchi di corallo. A bordo di piccole zattere gli indigeni si tuffavano nelle acque limpide. Allora mi ricordai che alcune fra le pi belle collezioni di pesci erano state fatte attorno a quest'isola. Proprio qui Vernon Brock, la prima persona che avevo visto arpionare un pesce, aveva avuto un pericoloso incontro con una murena lunga tre metri. Aveva arpionato il raro esemplare sott'acqua, ma quando aveva cercato di portarlo alla superficie, quella aveva dimostrato di essere ancora abbastanza viva da ferirlo. Dovettero trasportarlo d'urgenza, in volo, all'ospedale di Hawaii perch si era rotto un braccio cercando di proteggersi il viso mentre la murena lo attaccava. Allontanandomi dallo scenario che aveva fatto da sfondo al dramma, pensavo che non avrei mai tentato di arpionare una grossa murena, decisione che dovevo poi dimenticare nell'eccitamento di trovarmene una di fronte, poche settimane dopo.
Sebbene percorressi parecchie migliaia di miglia in aeroplano durante le quattro settimane del viaggio S. I. M., ricordo pochissimo del tempo passato in volo. Di solito dormivo per sfuggire alle domande degli altri passeggeri incuriositi dalla presenza di una donna su un apparecchio militare. Quando atterravamo ero talmente occupata a veder tutto quello che era possibile in ogni isola, che soltanto in aereo mi era consentito di rilassarmi e dormire senza provare il rimorso di perdere uno spettacolo.
Il successivo atterraggio avvenne di notte. Ci rifornimmo di carburante a Kwajalein e puntammo subito su Guam. Che peccato aver visto cos poco di Kwajalein, pensavo innocentemente, senza sapere ci che stava per accadermi.
Eravamo appena a mezza strada quando l'aereo accus un guasto al motore e fummo costretti a tornare indietro. Atterrando a Kwajalein per la seconda volta seppi che il mio diritto di precedenza in viaggio era piuttosto strano - equivalente a quello di un tenente - tuttavia dovevo aspettare almeno due giorni prima di poter prendere un altro apparecchio. La cosa non mi dispiaceva poich avevo desiderato veder meglio quella storica isola.
Nella parte abitata dell'atollo di Kwajalein primeggia una vasta base navale dove io fui alloggiata nei locali della Foresteria. Con altri compagni andai a visitare il villaggio indigeno pieno di nativi sfollati da Bikini prima della prova della bomba atomica. I loro arnesi da pesca - reti da lancio circolari di circa quattro metri di diametro, arpioni a impugnatura lunga per la pesca negli scogli vicini a riva, armi e lenze per pescare lontano dalla spiaggia a bordo delle canoe a scalmi sporgenti - furono per me oggetto di attente osservazioni.
Ritornando alla Foresteria scoprii degli stagni di marea sul fianco oceanico dell'atollo, ed uno in particolare che sembrava l'ideale per raccogliervi pesci. E perch no? Avevo portato una soluzione speciale di veleno da esperimentare proprio
negli stagni e chiesi il permesso di fare una prima raccolta la mattina seguente.
L'idea fu accolta entusiasticamente, ed ogni facilitazione di cui potessi aver bisogno mi fu offerta generosamente. Il guardiamarina Womeldorf, appassionato di nuoto e di pesca, si offr come mio aiutante in quell'impresa, e a lui se ne aggiunsero altri. L'idea di una pesca scientifica aveva la stessa attrattiva di una merenda in campagna. Per evitarmi di disimballare le mie provviste, l'ospedale mi offerse della formalina e dell'alcool e, poich non vi erano morti recenti, la camera mortuaria fu messa a mia disposizione come laboratorio per conservare e imballare la probabile pesca.
Avevo imparato dal dottor Hubbs ad avvelenare gli stagni di marea in California, tre anni prima; ma questa era la prima volta che tentavo da sola e speravo di ricordarmi il procedimento esatto. Avrei avuto un pubblico numeroso e non volevo far brutta figura. Uno scacco registrato da un'inviata speciale del S.I.M., proprio su quest'isola dove periodicamente arrivavano scienziati di grande valore, sarebbe stato veramente deplorevole. Sapevo che c'era soltanto un ingrediente necessario: il veleno, ed io ne possedevo una forte scorta. Per dovevo adoperare per la prima volta in acque marine una nuova soluzione di rotenone. Invece del solito prodotto in polvere avevo infatti un'emulsione concentrata di rotenone che la Pennick Company era stata ben lieta di fornirmi gratuitamente per esperimentarla sui pesci di mare. Era molto pi leggera, di minor volume e doveva sciogliersi nell'acqua pi facilmente della polvere. Non v'era ragione perch non funzionasse. Il dottor Gordon l'aveva esperimentata recentemente e con successo per i pesci d'acqua dolce nell'Honduras Britannico e la raccomandava caldamente.
L'uso del veleno negli stagni formati dalle maree  molto importante nel campo dell'ittiologia moderna. Potrebbe sembrare un metodo antisportivo paragonato a quelli con la canna e il rocchetto, le reti con le trappole, e specialmente paragonato alla pesca subacquea con l'arpione; ma ai fini scientifici  di un valore incontestabile in quanto consente di realizzare una pesca imponente in breve spazio di tempo. L'ittiologo non si interessa della grossezza o del valore commestibile dei pesci che raccoglie. Ogni esemplare  importante, dal pi piccolo e pi insignificante d'aspetto al pi grosso e spettacolare. Anche se si raccolgono centinaia di esemplari della stessa specie, ciascuno  importante per lo studio dei gruppi di quella particolare specie.
L'avvelenamento dei pesci non fu inventato dagli ittiologi.  praticato da secoli dagli indigeni in punti assai distanti del mondo tropicale e subtropicale: in Asia, in Africa, nelle isole del Pacifico, nell'America centrale e del sud, e dagli Indiani negli Stati Uniti sud-occidentali. Questi dovettero scoprire ciascuno per proprio conto il potere venefico sui pesci di certe piante che oggi si classificano nel gruppo Derris. Il metodo primitivo  di spargere parti macerate di queste piante, specialmente le radici, nelle acque molto pescose; il pesce rimane stordito o muore, senza che il suo valore commestibile ne sia danneggiato. Il veleno tecnicamente conosciuto col nome di rotenone  ora largamente prodotto in commercio ed  usato principalmente come insetticida nell'agricoltura.
Il rotenone, come veleno per i pesci,  molto pi efficace nelle temperature calde dei tropici e il suo tempo di azione varia da alcuni minuti a un'ora. Agisce restringendo i vasi capillari delle branchie finch il loro volume diventa troppo ridotto per consentire il passaggio dei globuli rossi del sangue, che giunge fin l per rifornirsi di ossigeno, e il pesce muore per soffocamento. In dosi minori l'effetto pu essere soltanto temporaneo e il pesce si rimetter completamente.
Fortunatamente gli altri animali e la vegetazione degli stagni non vengono seriamente danneggiati quando noi collezionisti di pesci mettiamo in pratica il nostro scellerato lavoro. La vegetazione acquatica non risente dei quantitativi di rotenone adoperati per uccidere i pesci. Uccelli, maiali, bovini ed altri mammiferi hanno bevuto l'acqua di stagni trattati col rotenone senza risentirne alcun danno. Incidentalmente io stessa ho ingerito qualche boccata d'acqua, lavorando per un'ora e pi in uno stagno avvelenato col rotenone: una volta sola avvertii una forte emicrania, ma non posso affermare che fosse causata dal rotenone.
Anche il giovane Womeldorf sopravvisse al suo primo bagno in uno stagno intossicato dal rotenone.
Mentre facevamo i preparativi per la pesca, Womeldorf volle sapere come si doveva procedere. Probabilmente non aveva mai visto prima d'allora pescare con una bottiglia di liquido marrone.
- Verseremo un po' di questo liquido nella pozza e staremo a vedere quel che succede - spiegai all'ansioso ragazzo che, indubbiamente, si aspettava qualcosa di molto pi complicato. Mancava circa un'ora all'alta marea, proprio quanto bastava al rotenone per funzionare pienamente, prima che il mare incominciasse a rifluire diluendo l'acqua stagnante.
La nostra pozzanghera misurava all'incirca diciotto metri di diametro e in alcuni punti l'acqua ci arrivava oltre la vita. Dai bordi dello stagno potevamo vedere numerosi pesci, e centinaia di granchiolini che correvano fra le rocce e la vegetazione; stelle marine dalle zampe vermiformi e neri cetrioli di mare giacenti immobili sulla sabbia. Per un sia pur breve periodo, completamente isolato dal mare aperto, era intrappolato qui un vero campionario di vita oceanica. Molte fra le pi interessanti di quelle creature erano l, a portata di mano, senza che noi le vedessimo. I pesciolini si nascondono perfettamente in buchi e crepe e sono cos ben mimetizzati nell'aspetto e nel contegno, che si stenta ad accorgersi della loro presenza. Una foglia filiforme di alga pu essere un cavalluccio marino attaccato con la coda prensile, o forse un piccolo pesce-inglese aggrappato alle alghe con la pinna del petto, prensile come una mano. Alcuni di questi pesci che abbondano nei ristagni delle maree, ma che l'occhio umano non scorge, sono lunghi meno di un paio di centimetri, allo stato di completo sviluppo, e sono i pi piccoli vertebrati che si conoscano. Un gobio adulto, lungo meno di due centimetri, fu scoperto in uno stagno d'acqua corrente delle Filippine dal famoso ittiologo dottor Albert Herre. Occorrono occhi molto acuti per scoprire simili creature, anche quando, dopo aver assorbito il veleno, cadono dai loro nascondigli. Perci mentre spargevo il veleno avvertii Womeldorf di far bene attenzione anche ai pesci pi piccoli.
Di l a pochi minuti in un sussultare convulso, i pesci boccheggianti incominciarono ad affiorare alla superficie. Un minuscolo sferoide a macchie color arancio, dal ventre gonfio d'aria galleggiava sobbalzando come una palla da golf. Womeldorf era penetrato nella pozza e la setacciava con una rete a mano. - Questo  un pesce? - mi chiese con gli occhi tondi come la pancia di uno sferoide per la meraviglia.
Eravamo in costume da bagno e scarpette da tennis e portavamo le maschere per poterci tuffare e pescare sott'acqua. Avvertii Womeldorf e gli altri che si erano aggiunti alla partita per raccogliere gli animali storditi colle reti, di non toccare nessun pesce che non conoscessero, perch poteva essere velenoso. Ma essi lo sapevano gi fin troppo bene.
Non pass molto tempo che vidi un pesciolino bruno che avrebbe potuto facilmente esser scambiato per un frammento del banco corallifero o un pezzo di alga attaccato sul fondo dello stagno; non era pi lungo di cinque centimetri e lo identificai subito per una scorpena o pesce-scorpione, velenosissimo. Aveva una serie di spine dritte sulla schiena, e bastava premerle leggermente perch emettessero il veleno da certe ghiandole cistiformi poste in prossimit della base. Sebbene sia molto difficile camminare incidentalmente su questo pesce, qualche volta  accaduto ed  questa una delle ragioni per le quali  prudente munirsi di scarpe di gomma in queste zone.
In un'ora avevamo raccolto diecine di pesci e avevamo adoperato soltanto duecento grammi di rotenone liquido. Le mie preoccupazioni erano state inutili e il successo della nostra pesca sorprendeva anche me. Spargemmo altri trecento grammi di emulsione perch un certo numero di pesci non era ancor stato contagiato dal veleno e un'ora dopo quasi tutti i pesci della pozza erano diventati esemplari da studio.
Il pesce pi grosso non misurava pi di trenta centimetri ed includeva tre diverse specie di perche marine (una delle quali di un bel marrone cupo con vivide macchie azzurro cielo, velenosissima e non commestibile), diversi tipi di pesci- capretto baffuti, pesci-scoiattolo di un rosso bronzo, un'inverosimile beccaccia di mare con un muso prominente pi lungo di tutto il corpo: simile a un Paperino assottigliato nelle proporzioni di uno spaghetto. Quando lo vedemmo per la prima volta si muoveva alla superficie dell'acqua come un bastoncino percorso dalla corrente elettrica, soltanto che non c'era corrente nel nostro stagno! Era la prima beccaccia di mare viva (o quasi) che avessi mai visto, e sebbene sapessi cos'era ne fui entusiasta quanto Womeldorf che non conosceva nemmeno l'esistenza di una creatura del genere.
Prendemmo una quantit di graziosi pesci donzella, compreso l'Abndejduj detto anche sergente maggiore, o ergastolano a causa delle striature e perdemmo molto tempo per acchiappare gobi e blenni, agilissimi saltatori questi ultimi, capaci di balzar fuori dallo stagno per sfuggire all'acqua contaminata, continuando poi a saltare sulla scogliera asciutta verso altre pozzanghere limpide, inseguiti dai miei aiutanti che si buttavano a dar loro la caccia. Tanto i blenni che i gobi sono pesciolini affascinanti, difficili da prendere per la loro capacit di saltar sulla sabbia per mettersi in salvo. Volano da un punto all'altro con estrema facilit e con velocit incredibile, e da lontano possono sembrare ranocchie saltellanti. Ma non corrono alla cieca; anche quando non riescono a vedere oltre l'ostacolo che stanno per superare, atterrano sempre felicemente nelle vicinanze di uno stagno di marea o nel mare aperto, come se avessero una direzione precisa. Ma l'hanno?
Il dottor Lester Aronson, psicologo degli animali al Museo Americano di Storia Naturale, ritiene di s. Con procedimenti sperimentali molto ingegnosi fece attenti studi sui salti dei gobi, nelle Indie Orientali, e trov che questi pesci saltano orientandosi in modo sorprendente. Secondo lui, durante l'alta marea, i gobi nuotano alla superficie degli stagni di marea ed acquistano la memoria topografica dello stagno dove vivono, e questa memoria serve loro da guida nelle situazioni d'emergenza, quando rimangono prigionieri nelle pozze durante la bassa marea.
Sebbene perdessimo una quantit di gobi, i blenni si dimostrarono i migliori saltatori del nostro stagno di Kwajalein. La loro tattica per sfuggirci riusciva sempre efficace.
Le anguille furono le ultime a morire. La loro variet andava dalle anguillette vermiformi color carne alle piccole murene, singolarmente coraggiose e splendidamente colorate, che agli occhi dei profani possono esser scambiate per bisce acquatiche.
Il sole era alto nel cielo e la marea stava risalendo quando finalmente constatammo di aver sufficientemente ripulito crepacci e ciuffi di alghe da tutti i pesci morti. C'erano ancora dei pesci vivi che sfrecciavano intorno, un po' ubbriachi; ma si sarebbero presto riavuti con l'affluire dell'acqua fresca dell'oceano.
Ci dirigemmo verso il dispensario coi secchi colmi di pesce che depositammo nella ghiacciaia; poi tornammo ai nostri alloggi per lavarci e pranzare. Dopo pranzo trasportammo i nostri esemplari nella sala mortuaria per coordinarli e fare un inventario approssimativo. I curiosi eran tanti che la sala mortuaria poteva a stento contenerli tutti. Qualche marinaio si era munito di macchina fotografica, e il giovane Womeldorf che all'inizio strillava se vedeva un'anguilla, si metteva in
posa soddisfatto, con la mano affondata nel secchio pieno di cadaveri serpiformi.
I nostri visitatori facevano molte domande: volevano sapere lo scopo dei baffi tattili del pesce-capretto, il perch delle spine velenose del pesce-scorpione e il meccanismo che faceva gonfiare gli sferoidi. Mi venne fatto di pensare a quanto meno uggiosa potrebbe apparire ai nostri soldati la loro permanenza in queste isole, se fossero edotti della interessante vita marina che li circonda. Molti di quelli che sono stati di guarnigione nel Pacifico si lagnano della monotonia delle loro giornate: niente da fare nelle ore di libera uscita, e sono ben pochi quelli che si sono dati la briga di curiosare intorno ai banchi coralliferi di questa regione. Una maschera subacquea da pochi soldi o un paio di occhiali marini di quelli usati dagli indigeni, costume da bagno e scarpe di gomma  tutto ci che occorre per esplorare un banco di corallo. Privarsi di questo passatempo significa precludersi la via a una intensa emozione e a un divertimento intelligente.
Purtroppo, esaminando il materiale raccolto in questa pozza di marea, commisi un errore grossolano: trascurai di tenermi la formalina a portata di mano. Il pesce appena estratto dall'acqua, deve essere immediatamente immerso nel liquido se si vuole conservarlo in efficienza. La formalina indurisce i pesci e ogni spina o ossicino della pi piccola pinna (il cui numero  importantissimo per l'identificazione decisiva e lo studio degli esemplari) rimane separata ed in eccellenti condizioni. Senza questa mia omissione la collezione, la maggior parte della quale  conservata ora nel Museo Nazionale degli Stati Uniti, potrebbe essere molto pi brillante. Soltanto quando incominciai a lavorare nella sala mortuaria e mi accorsi che alcuni pesci sviluppavano una membrana viscosa, capii d'aver sbagliato. In seguito ho sempre evitato l'errore.
Preparare e conservare la collezione costituiva una simpatica occupazione pomeridiana e i ragazzi mi erano molto utili. Facemmo una prima divisione del lavoro. Womeldorf, alla mia destra, mi porgeva il pesce che io esaminavo, mentre un altro ragazzo, seduto dalla parte opposta del tavolo che normalmente ospita i cadaveri, prendeva degli appunti con la mano asciutta. Poi io porgevo l'esemplare a un marinaio seduto alla mia sinistra che, con un coltello acuminato, praticava un'apertura nel fianco del pesce grosso perch il liquido d'imbalsamazione raggiungesse i visceri che sono i primi a deteriorarsi. Successivamente il pesce passava a un quarto aiutante che lo metteva accuratamente in un alto recipiente contenente una soluzione al dieci per cento di formalina.
Gli uomini si prestavano con entusiasmo a quest'operazione che, evidentemente costituiva un confortante diversivo alla monotonia delle loro giornate.
A lavoro ultimato, mi chiedevano: Avete trovato qualche nuova specie?. Chi sa perch questa  la domanda di rito che mi viene fatta ad ogni ritorno da una spedizione. Una volta, un corrispondente di Life arriv a chiedermi persino quali nuovi pesci mi aspettavo di trovare nel Mar Rosso, prima ancora che ci andassi!
Indubbiamente la scoperta di una nuova specie  sempre un'esperienza emozionante per chi la fa; ma non accade cos come la gente s'immagina.  molto raro che un esperto ittiologo veda uno strano pesce nella sua rete ed annunci: - Signori, ecco una nuova specie! - Molto pi spesso accade cos:
Il professor Doe (mettiamo che sia uno dei pi famosi ittiologi del mondo; accade anche a loro) guarda nella sua rete e pensa: Ecco un pesce che non conosco bene, allora prende annotazioni sul suo aspetto fisico, lo imbalsama e lo mette in disparte. Pi tardi incomincia a studiarlo attentamente, ne misura ogni proporzione, conta ogni elemento delle sue pinne, lo esamina palmo per palmo, forse anche lo disseziona per studiarne l'anatomia interna, poi incomincia a controllare la bibliografia per vedere se niente di simile sia mai stato descritto prima; consulta centinaia di pubblicazioni in
lingue diverse, ne discute coi colleghi, poi un anno o due o dieci pi tardi si convince che il pesce appartiene a una nuova razza. Allora ne d un resoconto dettagliato, fotografa l'animale, battezza l'esemplare e pubblica i suoi risultati.
Spesso per la storia non finisce qui.
Qualche tempo dopo lo stesso professor Doe scopre da s, o gli vien segnalato per lettera, o ancor peggio, legge in una rivista, che la supposta nuova specie, cos e cos, descritta dal professor Doe, era gi stata scoperta prima dal dottor Bleeker, come si pu controllare sfogliando un'opera pubblicata nel Netherlands, un centinaio di anni prima, oggi pressoch introvabile tranne nelle biblioteche dei musei. Il dottor Bleeker aveva trovato il pesce in un oceano diverso a circa diecimila miglia dal punto dove il dottor Doe aveva trovato il suo esemplare; ma si tratta della stessa razza. Il dottor Bleeker aveva persino pubblicato un'illustrazione a colori del pesce. Sfortunatamente il suo esemplare era leggermente immaturo (un fatto che allora non si sapeva) e cos i colori e le proporzioni del corpo erano diversi, ed una pinna era parzialmente mutilata e cos alcuni dei suoi elementi non erano visibili nell'illustrazione. Tuttavia non vi era dubbio che si trattasse dello stesso pesce!
Se il professor Doe  giovane, si strapper un po' i capelli; ma se avr un po' d'esperienza probabilmente si limiter a sospirare. Anche questo fa parte del suo lavoro. Uno studioso che vive a Tahiti, e che non pu prendersi la briga di consultare tutta la letteratura sui pesci, ha risolto brillantemente questo problema con grande costernazione degli ittiologi coscienziosi. Quando non riesce a identificare un pesce nei pochi libri che ha a portata di mano, gli d un nuovo nome e lascia che gli altri se la sbrighino per sapere se si tratti veramente di un nuovo esemplare o no. Esistono ittiologi di tutti i generi!
A Kwajalein visitai il marinaio Knight che era ricoverato in ospedale per esser stato punto da un pesce velenoso qualche giorno prima del mio arrivo all'isola. Guardando nell'acqua poco profonda aveva scorto un pesciolino bruno fermo sullo scoglio. Tesa la mano per prenderlo quello non si mosse; quando per l'ebbe afferrato avvert una leggera puntura che gli fece abbandonare la presa. In pochi istanti la pelle attorno alla puntura incominci a diventare livida e tre ore dopo la mano era tutta gonfia fino al polso e il braccio paralizzato. Dieci ore dopo la puntura il marinaio aveva la febbre e il gonfiore gli era salito fino alla spalla.
Avevo portato con me un manuale sui pesci del Pacifico che conteneva un'illustrazione del pesce scorpena o scorpione. Il marinaio Knight lo riconobbe per quello che l'aveva punto, che per a suo parere era pi schiacciato e aveva la bocca in cima alla testa. Questa sua precisa osservazione, nonostante il suo breve incontro col velenoso animale, restringeva l'identificazione del pesce soltanto a poche fra le quaranta specie conosciute del Pacifico tropicale e che vanno dal disgustoso pesce-rospo al delicato pesce-tigre. Quello del marinaio Knight era probabilmente un pesce pietra, conosciuto dagli zoologi come Sinancea verrucosa, un nome che si riferisce alle scanalature nelle spine dorsali attraverso le quali passa il veleno e alla sua pelle coperta di verruche.
Il marinaio Knight fu abbastanza fortunato perch se la cav facilmente, mentre c' chi soccombe nel giro di poche ore per la puntura di uno di questi pesci.
Molti sopravvivono e narrano il proprio spiacevole incontro col pesce-scorpione, ma pochi sono in grado di dare particolari precisi ed il pesce implicato  raramente identificato in modo specifico. Recentemente per il rinomato ittiologo sud-africano dottor J. L. B. Smith, che l'anno scorso scoperse un fossile vivente, il pesce coelacanthus, forn una relazione di prima mano, perch disgraziatamente ne fu egli stesso la vittima, su di un grave caso di avvelenamento, per la puntura di un pesce.
Il dottor Smith stava avvelenando una pozza di marea in un viaggio di ricerca nel sud-Africa portoghese. Incidentalmente fu ferito al pollice da due spine dorsali di un pesce- pietra ancora vivo. Si mise un laccio attorno al pollice, fece dei tagli attraverso le punture e le succhi vigorosamente. Sua moglie gli diede della novocaina, ma il dolore divenne presto un'insopportabile agonia. Tre ore e mezzo dopo il dolore non era diminuito. Smith cerc di immergere il dito nell'acqua bollente e ne ebbe un momentaneo sollievo; per la carne attorno ai tagli diventava nera, grosse vesciche gialle gli si formavano sul pollice ed il gonfiore si estendeva fin sopra il gomito. L'infiammazione si propagava e solo il trattamento con la penicillina imped una pericolosa infezione secondaria. Dopo ottanta giorni Smith aveva ancora il pollice gonfio e dolente.
Da una serie di casi osservati dagli ittiologi e illustrati dalla stampa, risulta chiaro che il miglior trattamento in caso di avvelenamento per la puntura di un pesce,  simile a quello usato per il veleno dei serpenti, e come per i serpenti, forse un giorno si scoprir un antidoto contro il veleno dei pesci.
Il marinaio Knight guar dopo una settimana, e la sua
intossicazione fu molto pi lieve di quella del dottor Smith, anche se entrambe erano state causate da una specie di pesce similare, se non identica. Se l'abilit del pesce-scorpione nel- l'usare i propri aculei contro i suoi nemici naturali  pari a quella adoperata contro l'uomo, non v' da meravigliarsi che una specie di questo gruppo cos tardo sia sopravvissuta con successo tale da estendersi per mezzo mondo.

Note.
(1) 259 ettari.

Didascalia.
Il dugongo, caduto nella rete dei pescecani, catturato nei pressi della Stazione Biologica di Ghardaqa.
Fine didascalia.

Didascalia.
Il Dr. Gohar e il Principe Ismail Hassan studiano l'intestino del dugongo, lungo 36 metri.
Fine didascalia.

Didascalia.
SCORPENA, PESCE VELENIFERO
Fine didascalia.


L'ISOLA DI GUAM: WHISKY E PESCE CRUDO.

L'ISOLA di Guam fu la tappa successiva. Arrivammo in una mattina nebbiosa, calda e umida, ma la gita dall'aeroporto alla base navale si svolse lungo una strada costiera meravigliosa su cui spirava una fresca brezza marina. Sorpassammo alcuni alberi di poinciana(1) carichi di boccioli rossi, simili a sfarzosi ombrelli floreali schierati in parata, e corremmo per miglia e miglia mentre la localit segnata con un puntino sulla mia carta geografica dell'Oceano Pacifico, assumeva proporzioni considerevoli.
Il Trust Territory degli Stati Uniti comprende le isole Marianne, Marshall e Caroline. Ma Guam, sebbene sia una delle Marianne e ospiti il Quartier Generale del Trust, non ne fa veramente parte. Fin dal 1898 Guam era un possedimento degli Stati Uniti (i suoi abitanti sono infatti cittadini statunitensi) mentre il Trust Territory propriamente detto fu acquistato soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale. I giapponesi ebbero il controllo di queste isole fino allo scoppio della prima Guerra Mondiale e, prima d'allora, i tedeschi, ed ancor prima dei tedeschi, la Spagna. Sebbene la maggior parte del Trust Territory abbia conservato molto del fascino originale che amiamo associare alle isole dei Mari del Sud, lasciate relativamente intatte dalla civilt, ogni nazione, ha impresso la propria impronta, influenzando la religione, la lingua, gli usi sociali e le condizioni generali di vita di questi abitanti dell'isola di Guam.
Seppi che avremmo fatto una lunga sosta a Guam prima
di proseguire per Koror. L'ufficiale incaricato di alloggiare gli ospiti della Marina a Koror avendo scoperto che E. Clark era una donna, si era affrettato a telegrafare per avvertire che non potevo esser alloggiata nel quartiere degli ufficiali scapoli e che, d'altronde, non sapeva come alloggiarmi diversamente. Per mia fortuna ero in buoni rapporti con i coniugi Hill, una giovane coppia a cui era stata affidata l'organizzazione della stazione biologica di Koror, e da questi venne l'offerta di ospitarmi a Koror, ma non prima di due settimane. Questa dilazione non mi dispiacque affatto.
Guam era una localit nuova e piena di fascino per me. Mi fu assegnata una stanza in un quartiere alla buona dove erano alloggiati temporaneamente mogli e figli del personale della Marina. La base navale era situata su un'altura chiamata Commar Hill. Le serate erano fresche e piacevoli. Quella prima sera contai circa una dozzina di gecchi che correvano lungo le persiane a caccia degli insetti attratti dalla luce. Da bambina mi divertivo ad osservare le lucertole catturate del mio terrarium ed era uno spettacolo cos insolito che anche i vicini venivano a goderne. A Guam ogni stanza, munita di persiane pullula la notte di lucertole a caccia di cibo. La graziosa lucertola denominata gecco ha grandi occhi simili a quelli di un gatto, coda lunga e zampe prensili con le quali si abbarbica alle persiane mentre con la lingua vischiosa ed elastica raggiunge gli insetti; ma lo spettacolo  dei pi comuni laggi quasi come le mosche in una delle nostre case. La stanza abbastanza piacevole era dotata di un tavolo spazioso che mi permise di allogare tutto il mio equipaggiamento da pesca e di riprendere i miei studi.
Un importante problema era quello dei pasti. Non rientravo in nessuna delle categorie che distinguevano le varie mense ufficiali. Personalmente non mi curavo di mangiare in
un posto piuttosto che in un altro, ma c'erano i regolamenti. Infine fu deciso che avrei mangiato nello stesso edificio con tutti gli ufficiali, ma in una stanzetta appartata, creando cos una nuova categoria.
Mangiavo sola ad un lungo tavolo adorno di fiori freschi e preparato apposta per me. Due camerieri guamaniani mi servivano cerimoniosamente e di tanto in tanto il resto del personale di servizio veniva a spiare dal finestrino della porta girevole che immetteva nella cucina. Il cibo era molto buono e il numero delle portate illimitato. Al mattino mi davano un bicchiere di succo d'arancia e ogni sorsata che bevevo era sostituita immediatamente da un cameriere che mi stava accanto con una brocca. Quando mi alzavo dal tavolo, non importa quanto avessi bevuto, il bicchiere era sempre pieno. Ed era inutile protestare contro questo metodo perch il bicchiere continuava ad essere riempito negli istanti in cui mi distraevo. Quando il cameriere sorridente non mi versava da bere, mi teneva lontane le mosche, sgridandole nel suo inglese approssimativo, come se non si trattasse di mosche guamaniane.
Un altro cameriere recava il cibo. Ogni volta che si presentava con un piatto mi chiedeva raggiante: Vi piace? e niente lo rendeva pi felice che il sentirsi chiedere una seconda porzione. Invece di sentirmi isolata incominciai ad apprezzare il lusso di quella stanza da pranzo privata.
La gente di Guam fu molto gentile e servizievole con me. Il signor Joice Taggert, o Tag, come lo chiamavano tutti, mi diede utili informazioni sulla pesca nel Trust Territory. Egli era il Consigliere per la Pesca in quella zona. Sebbene si affrettasse a dirmi di non essere uno scienziato era provvisto di cognizioni pratiche sui pesci, sulle loro abitudini, sulle loro qualit e sul modo di pescare degli indigeni.
- Da quanto tempo siete nel Pacifico? - gli chiesi.
- Da prima che voi nasceste - mi rispose ridendo, poi mi mostr una vecchia fotografia annerita raffigurante un uomo rude e abbronzato su di una barca a vela. Assomigliava lontanamente a Tag.
- Sono io, tanti e tanti anni fa, quando facevo il pirata a Tahiti - mi disse con uno scintillio cos selvaggio negli occhi che quasi gli credetti. Pi tardi conobbi sua moglie. Era proprio il tipo capace di convertire uno spensierato pirata del mare in un funzionario della Marina. Avevano una figlia bionda, che parlava correntemente il palauano con la sua bambinaia che l'aveva allevata. Dai Taggert appresi i primi dettagli sulle Palau. Essi avevano vissuto a Koror, nell'isola principale, per anni, e serbavano un grato ricordo di quei luoghi.
Mentre aspettavo di andare a Koror feci ben sette raccolte di pesce a Guam. Il primo stagno che avvelenai era situato in fondo alla Collina Commar dove io ero alloggiata. In altre piccole pozze di marea raccolsi pi di duecento esemplari, assai diversi da quelli che avevo trovato a Kwajalein. Un giorno mi recai con alcuni ufficiali, che si offersero di accompagnarmi e aiutarmi ad avvelenare uno stagno, a Umatac, un villaggio indigeno dall'altra parte dell'isola. Facemmo una piccola, ma interessante pesca di diversi pesci balestra appena nati, insieme ad altre trenta qualit di pesci, tutti in uno stagno profondo non pi di trenta centimetri.
A Umatac i ragazzi camminavano per le strade sul dorso di grossi buffali indiani. C'era parecchio da camminare fra Guam e Umatac, cos ebbi modo di veder bene l'isola. Da quella parte si vedeva una rigogliosa distesa di alberi da cocco, in contrasto con lo squallore della collina Commar, distrutta dagli scarafaggi degli alberi da cocco con una furia paragonabile solo a quella della seconda Guerra mondiale.
Alcuni giorni dopo mi recai in un posto chiamato Ylig Bay. Avevo avuto notizia di un torrente che vi scorreva e speravo di trovare un punto abbastanza stretto per prendervi un campionario di pesci capaci di sopravvivere nell'acqua salmastra. Non fui assistita dalla fortuna. Il torrente era ampio e profondo e l dove sfociava nella baia non mi fu possibile trovarvi un luogo sufficientemente chiuso per farvi una buona pesca.
Pi tardi, nella baia, scopersi una grossa trappola da pesci provvista di un lungo reticolato a barriera che conduceva all'apertura della trappola, in tre direzioni diverse, su di un angolo di 140 gradi. Un pescatore munito di occhiali acquatici, un arpione e un cesto, stava nuotando verso la trappola. Lo chiamai e gli chiesi se potevo seguirlo. Mi misi la maschera e nuotai verso di lui. Non parlava inglese, ma mi fece capire a gesti che, sebbene non si aspettasse di trovare gran che nella trappola, ero padronissima di andare con lui se la cosa mi interessava.
La trappola era posta a circa duecento metri dalla riva, ma l'acqua mi arrivava soltanto alle spalle. Il pescatore si aggiust gli occhiali e si tuff. Anch'io feci altrettanto, calzandomi la maschera che tenevo in cima alla testa a guisa di un cappellino quando non mi immergevo sott'acqua. L'acqua non era molto limpida, tanto pi che avevamo smosso il fondo sabbioso coi piedi.
La trappola, a forma di scatola con una cornice di bamb e i fianchi di rete metallica, quadrati, si stendeva per circa un metro e venti in ogni direzione. Da un lato la rete era aperta e curvata verso l'interno, a gola di camino, cos che le estremit assottigliate della rete metallica puntavano verso il centro della trappola, uno stratagemma tipico che permette agli animali di infilarvisi facilmente, ma non di uscirne. Questa era la camera interna della trappola, l'altra, pi ampia, larga circa novanta centimetri e lunga nove metri, era posta proprio all'imboccatura della camera interna e si collegava con i tre lunghi reticolati radianti che al calar della marea guidavano il pesce verso il centro. Come l'uomo aveva previsto, quel giorno c'erano pochi pesci nella trappola; ma la sua piccola pesca fu per me molto interessante. Comprendeva sette sferoidi velenosi di notevoli dimensioni. Li indicai entusiasticamente al pescatore che scosse il capo e fece il gesto di mangiare, poi di dar di stomaco, facendo smorfie di dolore. Voleva buttar via i pesci, ma lo trattenni cercando di fargli capire che mi interessavano e infine acconsent a darmeli; ma mi raccomand pi e pi volte, con gesti molto significativi, di guardarmi bene dal mangiarli.
Tornando a Commar Hill, preparai alcuni campioni di questi pesci da inviare alla fondazione Hooper di San Francisco per le analisi di laboratorio.
Il pesce non commestibile perch velenoso presenta problemi molto diversi da quelli delle altre qualit velenose al contatto, come per esempio il pesce scorpena o scorpione. I pesci velenosi si possono di solito mangiare impunemente, se si elimina la sede del veleno: le spine della coda a frusta della pastinaca, se tagliate subito dopo la cattura, eliminano il potere venefico del pesce che diviene normalmente commestibile. Il pesce-scorpione  messo in vendita molto spesso in alcuni mercati del pesce del Mediterraneo, n vi sono molti tipi di pesci velenosi al contatto: le variet note sono facilmente riconoscibili e sono sempre velenose dovunque siano pescate. Non  cos per il pesce velenoso a mangiarsi.
Lo stesso pesce risulta velenoso o no a seconda delle circostanze. Certi barracuda si pensa che siano velenosi soltanto dopo aver raggiunto determinate dimensioni. Altre specie di pesci pare che siano velenose soltanto in una determinata stagione o in determinate localit. In alcuni pesci il veleno  sparso ovunque, in altri  circoscritto soltanto a certi organi. Gli indigeni non sono tutti d'accordo sulla tossicit di certi pesci: alcuni proclamano velenosa una determinata qualit, mentre altri non esitano a cibarsene. La preparazione del pesce pu aver molto a che fare con la sua commestibilit. Studiosi autorevoli enumerano da cento a trecento pesci del Pacifico, assolutamente non commestibili. Molti fra questi possono esser facilmente confusi con gli altri e soltanto l'intervento di un esperto potr definirli.
Il dottor Yoshi Hiyama, un ittiologo giapponese che si occup del problema, nel 1930 arriv alla generica conclusione che la maggior parte dei pesci tossici si pescano nelle acque tropicali in prossimit dei banchi coralliferi denunciando una correlazione fra la loro tossicit e il corallo. Altri studiosi sono propensi a credere che la tossicit, probabilmente,  generata dal cibo di cui i pesci si nutrono.
Il malore derivante dall'ingestione di pesci velenosi  definito ittiotossicismo da non confondersi coll'intossicazione che proviene dal pesce guasto. Sempre e in ogni caso il pesce non fresco sar dannoso all'organismo umano; ma nei pesci che possiedono una tossicit definita l'elemento di freschezza non pu impedire l'avvelenamento.
Il dottor Halstead, che ha ricevuto le relazioni sui fenomeni di avvelenamento procurato da pesci, rileva che i sintomi dell'ittiotossicismo sono caratteristici. Alcuni di questi sintomi sono talmente peculiari che la descrizione clinica generale li rende facilmente riconoscibili da altri tipi di avvelenamento. Le reazioni possono essere estremamente dolorose e causare la morte. Trenta ore dopo aver ingerito pesce velenoso, si avverte un formicolio alle labbra e alla lingua che si propaga poi alle mani e ai piedi che gradatamente diventano insensibili. In molti casi compaiono dei disturbi allo stomaco e all'intestino, come nausea, vomito, diarrea e dolori addominali; questi possono esser seguiti da perturbazioni del sistema nervoso e procurare irritabilit, convulsioni o paralisi. Acuti spasimi alla gola che possono portare alla soffocazione sono spesso accompagnati da dolori, brividi, febbre, sudorazione diffusa, cecit temporanea, urinazione dolorosa e un gusto metallico in bocca. I sintomi pi insoliti sono certe erronee sensazioni quali il rovesciamento di temperatura e l'instabilit dei denti nelle gengive, che inducono la vittima a soffiare sui gelati per raffreddarli o a temere di perdere da un momento all'altro tutti i denti.
La tossicit  data da un alcaloide a temperatura costante, per cui la cottura del pesce non ne riduce la tossicit, sebbene il lasciar immersa la carne in acqua salata possa mitigarla; alcuni scienziati giapponesi affermano di aver cristallizzata la tossina pura. Il Giappone e gli Stati Uniti sono i due paesi pi attivamente impegnati nelle ricerche sull'ittiotossicismo, e c' da sperare che i loro sforzi combinati possano nel futuro risolvere i maggiori problemi dell'avvelenamento da pesci.
Il pescatore Quenga passava per il pi fortunato pescatore dell'isola di Guam. Egli godeva di una specie di monopolio nella zona di pesca con le trappole, proprio a nord della Roccia del Cammello Addormentato, e si fecero dei preparativi in mio onore per farmi partecipare a una giornata di pesca con la trappola, proprio in quella zona.
Il figlio del signor Quenga, Ramon, venne a prendermi di buon mattino per condurmi al molo nella sua splendida Buick. Lo zio di Ramon si un a noi e vogammo verso il mare aperto.
Durante la giornata visitammo sette grosse trappole dello stesso tipo osservato a Ylig Bay, e ognuna di queste conteneva qualche centinaio di pesci commestibili. Lo zio di Ramon si comportava come un passeggero venuto soltanto per godersi la gita; non parlava inglese e mi sbirciava con sospetto restando seduto immobile nella canoa mentre io e Ramon remavamo.
Raggiunta una delle trappole, Ramon ed io, muniti di occhiali subacquei, ci lasciammo scivolare sotto la superficie
increspata del mare, nell'acqua limpida e profonda un metro e mezzo circa, attorno alle trappole. Prima nuotammo lungo la rete metallica e Ramon mi indic i pesci pi gustosi da mangiare ed altri strani esemplari intrappolati, specialmente i plettognati, sapendo che mi interessavano.
Che straordinaria variet di colori in quei pesci dei banchi coralliferi, prigionieri nelle trappole! V'erano qualit di pesci-pappagallo verdi, pesci-scoiattolo rossi, serranidi maculati, pagrosomi dorati(2) pesci-chirurgo(3) pesci-farfalla e diversi tipi di pesci-balestra e sferoidi maculati. Prendemmo deliziosi granchi, gamberi e seppie a dozzine. Davamo la caccia agli animali sospingendoli verso un angolo della trappola dove Ramon li pescava con una grande rete da immersione e li ammassava nella canoa. Una trappola conteneva un pescecane di circa novanta centimetri che Ramon dovette infilzare con l'arpione per catturarlo.
Fra una trappola e l'altra sguazzando sopra gli scogli di corallo, Ramon ed io ci calavamo lungo il fianco della canoa per osservarne gli abitanti attraverso gli occhiali. Ramon che parlava abbastanza bene l'inglese per averlo imparato a scuola, sebbene avesse soltanto sedici anni mostrava di essere un esperto pescatore e mi fu molto utile rispondendo con esattezza alle mie domande sul suo lavoro.
Come figlio maggiore in una famiglia di otto ragazzi aveva qualche responsabilit: la pi importante era quella di controllare a intervalli di due o tre giorni le trappole.
Verso mezzogiorno il nostro silenzioso osservatore parl a Ramon. - Vuol mangiare qualcosa - m'inform questi. Eravamo piuttosto distanti dalla spiaggia e non avevamo finito ancora di verificare le trappole. Io non avevo pensato di portarmi qualcosa per colazione. Lo zio di Ramon invece tir fuori una sacchetta che conteneva tutto quello che gli era necessario per i suoi spuntini marini: un limone, un bicchierone di vetro, e una grossa bottiglia contenente un liquido indefinibile. Poi trasse un coltello, sventr una seppia mezza viva e, guardandomi per assicurarsi che l'osservavo, strapp coi denti un grosso pezzo di seppia e si mise a masticarlo tranquillamente. Mentre mangiava il suo viso assunse un'espressione diabolica e la mano si tese a porgermi il viscido decapodo. Parlava guamaniano, ma capii che mi invitava ad imitarlo. Fissavo sconcertata la seppia che avevo fra le mani, i tentacoli che mi pendevano fra le dita e i grandi occhi verdastri che mi guardavano; allora l'uomo incominci a sghignazzare piegandosi e storcendosi con tale violenza che temetti stesse per cadere fuori dalla canoa. Fra quegli isterici scoppi di risa disse qualcosa al nipote che appariva imbarazzato; e dopo una timida occhiata a me rivolse la parola allo zio rimproverandolo per la sua condotta.
Il vecchio si limit a ridere anche pi forte e i pezzi di seppia mezzo masticati per poco non gli scappavano fuor di bocca. Finalmente si calm, sebbene respirasse ancora affannosamente e mi guard con occhi sorridenti, desideroso evidentemente di farsi perdonare.
Avevo gi mangiato ostriche, molluschi e pesce crudo ed ero ghiotta di seppie e polipi cotti come li preparava il mio padrigno, mescolandoli a un'insalata di cocomeri; ma cibarmi di una seppia viva era una novit sconcertante per me. Per sono sempre stata curiosa di cibi nuovi e mangiare una seppia cruda non doveva differire molto dall'inghiottire un'ostrica viva che ha il cuore che batte ancora mentre vi scivola gi per la gola. Cos decisi di tentare, diedi un bel morso alla seppia che avevo in mano e mi accorsi che non era affatto cattiva. Lo zio di Ramon inarc le sopracciglia, si lasci sfuggire un'esclamazione tra sbalordita e compiaciuta e da quel momento diventammo amici. Ramon non mangiava seppie, ma fra suo zio e me le finimmo tutte.
Poi lo zio di Ramon spell un grosso pesce-chirurgo munito di due smaglianti coltelli ai due lati della coda. Lo avevamo pescato nell'ultima trappola che avevamo esaminato.
Il vecchio lav il pesce nell'acqua di mare, strizz un limone sulla carne fresca e compatta e mangiammo tutti e tre di gusto. Ho imparato nel Pacifico che il pesce crudo e ogni specie di cibo marino pu essere mangiato in abbondanza senza che appesantisca lo stomaco o dia disturbi o crampi anche se
seguito immediatamente da ore di nuoto subacqueo od altri esercizi faticosi. Inoltre questo cibo estingue la sete, poich la carne cruda del pesce  ricca di liquido.
Mentre finivamo la nostra merenda, lo zio di Ramon riemp il suo bicchierone col liquido ambrato contenuto nella misteriosa bottiglia e me lo porse. Mentre inghiottivo il primo ed unico sorso, un odore penetrante mi colp le nari. Non potei nascondere un brivido e la mia reazione di disgusto sorprese molto il brav'uomo. Si trattava di ottimo whisky, ma quella era una delle cose che proprio non gradivo, specialmente col sole meridiano a perpendicolo sul capo ed una canoa beccheggiante sotto.
- Non importa - parve dirmi coi gesti il vecchio Quenga e poi, servendosi di Ramon come interprete, mi assicur che la prossima volta avrebbe portato una Coca Cola per me.
Il resto del viaggio si svolse troppo rapidamente. Vuotammo le restanti trappole, chiacchierammo sui vari esemplari catturati, sui pesci velenosi, sui metodi di pesca, Ramon e suo zio intonarono una strana melodia nella loro lingua mentre remavano verso la riva.
Al molo sbarcammo quella che Ramon defin una pesca eccezionale. Alcuni guamaniani ci si fecero attorno. Lo zio di Ramon mi present ad alcuni di loro e dai suoi gesti capii che stava raccontando che avevo mangiato con lui le seppie crude. Dal modo come arricciavano il naso (e ricordandomi l'astinenza di Ramon) sospettai che la seppia cruda fosse apprezzata da pochissimi e che, probabilmente, non costituisse un piatto guamaniano normale.
Dopo aver ammassato il pesce nel retro della Buick, ci avviammo verso la casa di Ramon, dove suo padre mi fece una calda accoglienza invitandomi a rimanere a cena con loro.
Due rozze bilance per la pesatura del pesce pendevano di fianco alla casa. Il pesce fu diviso, pesato, e venduto l per l, a un gruppo di indigeni in attesa, che pagarono quasi un
dollaro alla libbra(4) il pesce di miglior qualit e se ne andarono contenti con le loro compere avvolte in un giornale. Il padre di Ramon faceva ottimi affari.
La Buick non era la sola macchina posseduta dal signor Ouenga che me ne mostr con orgoglio altre due, egualmente nuove, nascoste nel retro della sua casa, ampia, ma piuttosto malandata; poi mi condusse in una spaziosa cucina decrepita e dal pavimento sudicio, che aveva soltanto tre pareti; la quarta, semidistrutta, serviva da scorciatoia alle galline, ai cani e ai gatti che entravano e uscivano dalla casa. Si faceva cucina su un rozzo focolare aperto e un'abbondante scorta di Cokes(5) era tenuta in un immenso e moderno frigorifero che una padrona di casa americana avrebbe certamente invidiato. C'era anche una macchina per lavare!
Pap Quenga pareva soddisfatto della pesca; ma quel giorno era particolarmente di buon umore per una vincita di duecento dollari al combattimento dei galli e aveva le tasche dei logori pantaloni rigonfie di biglietti di banca spiegazzati.
Non  il caso di menar vanto della nostra famosa ospitalit meridionale a paragone di quella guamaniana. A giudicare dalle accoglienze della famiglia Quenga posso affermare che nessuno batte un guamaniano in tema di ospitalit.
Sopportato un primo bicchiere di whisky puro, ci si poteva poi dissetare con abbondanza di Cokes, o latte di cocco fresco, mentre il cibo veniva portato in tavola dai ragazzi Quenga in parata. Mangiammo prima uova fresche strapazzate, un vero festino per noi americani avvezzi in quei tempi a mangiar solo uova in polvere; alle uova fecero seguito pollo arrosto, gamberi, granchi e pane appena sfornato. Fu un vero banchetto e il padron di casa si compiacque del mio appetito.
Alla fine del pranzo, il signor Quenga mi mostr il resto della casa, compresa una stanza riservata alla sua collezione
di conchiglie. Voleva regalarmi ogni conchiglia che mostravo di ammirare e infine insistette perch almeno accettassi la pi perfetta: quella di un Nautilus Pompilius.
Desiderai di conoscere la moglie del signor Quenga, poich Ramon mi aveva parlato di lei e mi condussero in una stanza al piano superiore. Quenga buss a una porta: - Mamma, vieni a conoscere l'amica americana dei pesci. - Subito la porta si schiuse e una donna che pareva molto sofferente tese la mano a stringere la mia, tentando un debole sorriso. Quenga la fece rientrare nella stanza e chiuse la porta.
- Vorrei che fosse un maschio per farne un altro pescatore - sorrise poi e cos capii che sua moglie stava per regalargli un altro figlio.
Quando me ne andai, Quenga mi regal un sacchetto di uova fresche e cinque grossi pesci per i miei amici del Commar Hill, in aggiunta a tutti i plettognati che avevamo preso quel giorno, poi mi salut agitando la mano e gridando:
- Ricordatevi dei Quenga! - mentre Ramon metteva in moto la Buick per ricondurmi al mio alloggio.

Note.
(1) Arbusti tropicali.
(2) Onappers - Gen. hutianus (pagrosomus auratus).
(3) Acanturi.
(4) Kg. 0,45.
(5) Bibita rinfrescante.


SAIPAN E I TESORI DELLE POZZE DI MAREA.

DA GUAM a Saipan c' meno di un'ora di aeroplano e si sorpassano le isole di Rota e Tinian che con le altre due formano l'estremo limite a sud di una catena di isole segnate sulla carta del Pacifico come le pietre miliari del passaggio dai Mari del Sud al Giappone. Saipan  un'isola deliziosa; pi piccola di Guam  tuttavia di un inesauribile interesse.
Mi recavo a Saipan su invito della famiglia del comandante Sheffield, governatore delle isole Marianne. In un padiglione del portico posteriore il mio ospite mi aveva allestito uno studio con uno spazioso tavolo da lavoro e qualche scaffale per i libri, perch io potessi ordinare e studiare i miei esemplari.
Gli Sheffield si unirono a me in qualche spedizione e cos abbinammo le ricerche scientifiche alle merende all'aperto. La sera poi si affaccendavano tutti per aiutarmi a suddividere i pesci e a prendere annotazioni. Alcune etichette, accuratamente scritte a mano da Dolly, la figlia minore dei Sheffield, figurano ancora su alcuni dei miei esemplari.
Passavamo molto tempo sulla spiaggia a due passi dalla casa ad ammirare i bei tramonti cercando di cogliere l'ultimo raggio, il raggio verde, mentre l'astro infuocato scompariva nell'oceano, e arrivava fino a noi il profumo dei grossi pezzi di maiale che si arrostivano su una griglia all'aperto, l accanto. Quando sorgeva la luna, facevamo lunghe nuotate nell'acqua d'argento.
Gli Sheffield avevano un modo di divertirsi che poteva esser paragonato all'abbandono di un bimbo che gioca. Una
notte andammo a caccia di granseole sulla sabbia, correndo su e gi per la spiaggia con torcette e reti, gridando e ridendo ad ogni vittoria su queste bestie che corrono velocissime tutte di traverso. Qualche granchio pi spaurito cercava rifugio verso il mare, e noi dietro inutilmente sgambettando, per il solo piacere di bagnarci i piedi. Raggiunta l'acqua i granchi si seppellivano immediatamente nella sabbia soffice senza lasciar traccia. Stanchi di pescare mettevamo a bollire il nostro bottino e ci abbandonavamo a una vera scorpacciata di quel cibo delizioso, discutendo piacevolmente per stabilire chi aveva pescato i granchi migliori, mentre rosicchiavamo ogni pi piccola zampa per non lasciarvi dentro nemmeno un filo della tenera carne.
Gli Sheffield avevano adottato come animale domestico un pipistrello piccolino: una bestia deliziosa, a parer mio, sebbene, a detta dei suoi padroni, ad altri facesse un effetto disastroso. L'avevano trovato appeso al corpo di una femmina di pipistrello colpita da una fucilata. La signora Sheffield lo port a casa e lo allev con latte, arance e tutte le verdure e le frutta che costituivano il pasto giornaliero della famiglia. La creaturina crebbe facilmente sino ad avere un'apertura d'ali di oltre sessanta centimetri. Era di un bruno nerastro cupo, e quando se ne stava appesa immobile, come era suo costume, ad una lampada, su una credenza, o sullo schienale di legno di una sedia, si confondeva talmente col mobile che
i visitatori non la notavano subito. Era una bestia molto strana! Scrutava attentamente chi le stava di fronte o vicino, drizzando le orecchie ad ogni movimento, poi in silenzio cautamente stendeva un'ala fino a toccarlo. Se non trovava resistenza, in un attimo si metteva appesa a testa in gi sulla spalla del visitatore, seguitando a fissarlo. Non tutti gli ospiti mostravano per di gradire queste effusioni e allora il pipistrello, spaurito dagli strilli, se ne volava via verso un altro rifugio della casa, orientandosi perfettamente per le stanze buie ed emettendo degli acuti squittii di meraviglia. Gli Sheffield lo
consideravano il loro cucciolo e particolarmente la signora Sheffield lo vezzeggiava e giocava con lui come si fa con un cagnolino.
Tag venne a Saipan per qualche giorno e mi indic gli stagni dei banchi coralliferi pi adatti alla pesca per avvelenamento. Si trattava di una serie di pozze coralline collegate fra loro e poco profonde su di un banco frangiato al largo della punta Magpi sul lato nord-ovest di Saipan. Nessun altro stagno di raccolta del Pacifico si era mai rivelato cos efficiente. Le pozzanghere profonde meno di sessanta centimetri erano fitte di escrescenze coralline che albergavano migliaia di pesci: un solo stagno era il rifugio di non meno di cinquantasette diversi tipi di pesci, e di un numero ancor maggiore di invertebrati. Evitammo con cura i pungenti ricci di mare, le cui spine penetravano attraverso le tomaia delle nostre scarpe da tennis e ci divertimmo con i polipi appena nati che strisciavano fuori dalle loro crepe inquinate dal roteone, annerendo l'acqua con il loro inchiostro appena si sentivano toccati: ma li lasciammo in pace riempiendo i nostri secchi colmi di formalina, con tutte le altre qualit di pesci.
Fra le anguille pi grosse che snidammo fuori dalle rocce corallifere c'erano gronchi e murene. I gronchi erano tutti di un'unica specie grigia, la pi bella dei due tipi esistenti, dalle pinne pettorali caratteristiche prominenti che, a prima vista, sembravano orecchie sporgenti. Prendemmo diversi tipi di murene dall'aria feroce, praticamente senza pinne. Tag ne identific una, dalla pelle senza squame pomellata di marrone e bianco, come un genere commestibile assai comune nelle Filippine, ma che aveva rivelato qualit tossiche, in alcuni esemplari pescati recentemente a Saipan da alcuni filippini che ne avevano mangiato ed erano morti. Preparai i campioni di questa murena e li inviai alla Fondazione Hooper per le analisi.
Fra le numerose variet di pesci splendidamente colorate del banco corallifero, i pi affascinanti erano due plettognati, di una tale bellezza, da farmi prevedere gli urli di gioia della cara Dolly quando pi tardi glieli avrei portati bench non potessi giurare che avrebbero mantenuto a lungo i loro splendidi colori!
Uno di questi era un piccolo pesce-cofano. Se la sua lunghezza di appena cinque centimetri appariva insignificante, era largamente ripagata dai suoi gai colori e dalla comicit della linea. Era di un color arancio brillante punteggiato di nero e sembrava paludato in una stoffa presa a prestito dall'abito di un pagliaccio da circo; occhi neri grandissimi scintillanti ed una bocca tonda assurda, tanto era piccola, completavano quel muso da caricatura. Guizzava nell'acqua come un girino e quando Tag prese fra le mani quel suo corpicino a scatola, dalla bocca minuscola uscirono infinite bollicine di aria mentre la coda a ventaglio si agitava senza posa. La coda era forse la sola parte nobile di quel corpo rigido. Il cofano potrebbe essere un simpatico diversivo in un Acquario da appartamento fra pesci-arcobaleno e pesci-angelo. Ne avevo veduti nei grandi acquari d'acqua salata, ma uno cos grazioso non l'avevo mai visto. Eppure, and a finire anche lui nella formalina. Ancor oggi, inanimato e scolorito, chiuso nel suo vaso di vetro, su uno scaffale da museo, attira l'attenzione per quel suo comico corpicciolo ed i grandi occhi spalancati.
Sebbene sia difficile stabilire punti di rassomiglianza esteriore fra i pesci-cofano e i pesci-lima, essi appartengono a famiglie strettamente imparentate fra loro dell'ordine dei plettognati. I pesci-lima sono conosciuti tecnicamente col nome di monacanti, nome greco che trova riferimento nell'unica spina prominente sul loro dorso e che ha dato origine anche al nome popolare di pesce-lima.
Nello stagno, accanto al nostro pesciolino caricatura, trovammo anche una specie di pesce-lima che poteva soltanto provenire dall'incantato mondo subacqueo dei banchi coralliferi tropicali. Era di un bel verde smeraldo a macchie d'oro, il pi minuto dei monacanti, un gioiello in miniatura che poteva suggerire a un orafo capace di riprodurre a smalto i suoi colori smaglianti di farne una splendida spilla. La bocca piccolina situata in fondo a un muso allungato e tubolare, di un giallo vivo, pareva sottolineata con un nuovo tipo di rossetto. Gli occhi dalle iridi straordinarie erano incorniciati da dodici raggi sfumati dall'azzurro all'arancio. Pescato, fece udire piccoli suoni lamentosi che risuonavano in tutto il corpo mentre le pinne delicate e trasparenti si muovevano convulse all'unisono con la coda a ventaglio, con la lunga e sottile spina dorsale eretta e una specie di grembiule ondeggiante che gli calava sotto il ventre.
Sebbene non fossero pi lunghe di 5 centimetri, le femmine erano tutte adulte e gravide. Bastava strizzarle perch emettessero centinaia di uova smeraldine scintillanti e trasparenti come caramelline di menta. Maschio e femmina sembravano a tutta prima esattamente eguali, ma fu in quell'occasione che ebbi modo di riconoscere la differenza fra loro senza essere costretta a spremerli per averne la prova. Un attento esame della piccola gonna addominale, proprio davanti all'apertura anale, rivel la differenza di sesso. Seguendo una delle regole generali riguardanti la colorazione dei vertebrati (escluso l'uomo che pu ricorrere a qualsiasi trucco) risulta che il maschio , dei due il pi ornato e colorato; infatti la gonna addominale del maschio del pesce-lima era pi brillante. Quando la falda appariva di un color giallo tenue, una pressione su di esso faceva colare le uova verdi; se al contrario la falda era di un bell'arancione brillante coronata da un'area scura macchiata di bianco, ad una eguale pressione corrispondeva l'uscita di goccioline lattiginose di sperma.
Lasciai Saipan con vero dolore. Sapevo cos poco intorno ai pesci di quell'isola che avrei potuto trascorrervi tutto il tempo della mia vacanza vantaggiosamente; ma non avevo la scelta. Altri luoghi, altre acque aspettavano di essere esplorate.


LE ISOLE PALAU ED IL MIGLIOR PESCATORE CON L'ARPIONE.

Mi AVEVANO concesso di stare accanto al pilota a guardare attraverso l'ampio parabrezza anteriore, mentre il nostro aereo vagabondo si avvicinava alle isole Palau. Un ammasso intricato di centinaia di isolette verdi si stendevano sotto di noi e non riuscivo a immaginare quale fra tutte potesse essere Koror.
Il nostro idrovolante ammar di fronte a quella che mi dissero era Arakabesan, un'isola assai vicina a Koror. C'era della gente raggruppata a guardarci sulla spiaggia. Una testa bionda spiccava fra le altre, riflettendo il sole come uno specchio. Sbarcando constatai che apparteneva a una bella ed affascinante signora che stringeva fra le mani un mazzo di gardenie. Benvenuta a Palau, mi salut cordialmente. Con lei c'era un individuo alto e magro con gli occhiali sul viso scarno. Erano i coniugi Hill sposini novelli, provenienti dal Michigan, inviati dalla Pacific War Memorial Stations, a Koror, presso i quali dovevo fissare il mio quartier generale per il resto del mio soggiorno nel Pacifico.
- Vi avevo avvertito nelle mie lettere di non aspettarvi niente di fantastico - disse con enfasi Peter Hill mentre raggiungevamo l'edificio a due piani in un'area rovinata dalle bombe. - Questa era una stazione metereologica giapponese. La nostra Marina ne occupa ancora i piani superiori (noterete un pallone salire in aria ogni sera) e noi abitiamo una met del pianterreno; l'altra met verr attrezzata, per voi, a laboratorio. Purtroppo siamo mal preparati a ricevere degnamente gli scienziati di passaggio.
Nelle settimane seguenti, diversi altri scienziati del S.I.M. passarono dalle Palau: un professore di zoologia proveniente da Swarthmore che studiava i topi del Pacifico, un giovane specialista di orchidee ed un anziano esperto di spugne, reduce dall'Universit delle Hawaii; un malacologo del Bishop Museum che studiava una misura di protezione contro il pericoloso espandersi della lumaca africana, introdotta dai giapponesi. Ognuno arrivava alla stazione non aspettandosi nulla di straordinario, se non un piccolo rifugio per sistemare la sua collezione, concedersi un breve riposo intrattenendosi con qualche collega e tutti eravamo preparati a vivere una vita scomoda, perch questo fa parte del nostro lavoro; cos l'esperto di spugne ed io dividevamo una baracca mezzo distrutta, ma comoda, appartenente al Memorial Station e gli altri abitavano al boq(1) della Marina.
Avevo il permesso di mangiare al boq, ma poich era distante quasi cinque miglia e non avevo dei mezzi di trasporto regolari, preferivo fermarmi ad un piccolo ristorante indigeno, a meno di due miglia dove servivano cibo palauano e giapponese. La proprietaria si intratteneva con me quando ero sola. Non parlava inglese, ma si sforzava di capire i miei tentativi di giapponese e cercava di insegnarmi il palauano, senza grandi risultati. Poich la maggior parte dei palauani parlano giapponese, pensai ch'era meglio tenermi in esercizio con quella lingua durante i miei pochi mesi di soggiorno nell'isola.
Il personale della Marina a Koror in generale non gradiva troppo le visite degli scienziati che essi definivano disturbatori eccentrici, collezionisti di pesci, topi, lumache, orchidee, spugne e altre inutili cose. Fortunatamente io avevo diretti rapporti con gli indigeni, sempre gentili e servizievoli, e con pochi membri della Marina che si mostravano pi tolleranti; fra questi il Lieutenant(2) Harry Stille, che trattava con gli
indigeni, e Harry Uyehara, un giapponese-hawaiiano che lavorava soprattutto come interprete, i quali mi furono di valido aiuto fin dal principio. Mi condussero a una riunione di nativi, spiegando agli intervenuti che mi occupavo di studi sui pesci velenosi, poi mi presentarono ai magistrati e ai capi di molti distretti delle isole Palau. Mentre Harry traduceva, i capi indigeni mi spiegavano quali erano i pesci velenosi delle acque locali, dove potevo trovarli e su quali pescatori potessi contare per un maggior aiuto. Cos incominciai a prender contatto con gli indigeni.
La gente di Palau ha strani nomi che sono un misto di indigeno e di straniero. I due pescatori che mi guidarono a pescare con le trappole si chiamavano Ngiraibuuch e Milimara. C'era un tale chiamato Stanislaus che mi aiutava a inquinare gli stagni col preparato di rotenone, (tent anche di avvelenarsi mangiando uova mature di uno sferoide quando la moglie lo abbandon) e c'era Bismark che mi istru sull'uso delle radici fresche di Derris, una pianta locale usata per avvelenare il pesce nelle acque aperte dei banchi coralliferi.
Ma il nome di Siakong  legato alle pi meravigliose avventure subacquee di cui fui testimone nei Mari del Sud.
Siakong era un masticatore di betel e un ubbriacone che picchiava sua moglie, ma era anche il miglior pescatore palauano o, forse del mondo intero. Non mi lascio influenzare affermandolo, dal fatto ch'egli mi abbia insegnato la pesca con l'arpione e mi abbia familiarizzata col mondo subacqueo, perch la sua straordinaria bravura era generalmente riconosciuta da tutti gli abitanti di Palau.
Siakong aveva poco pi di cinquant'anni quando lo conobbi. Gli anni della sua prima giovinezza hanno un sapore di leggenda, alle Palau. Si raccontano su di lui cose incredibili, probabilmente esagerate dai narratori, incluso lo stesso Siakong; ma ci che io vi narrer l'ho visto, durante le mie esperienze al suo fianco nelle acque attorno alle isole Palau.
Siakong lavorava per gli Hill, era il loro pi prezioso aiutante poich faceva, da solo, il lavoro che richiedeva lo sforzo fisico di tre palauani normali. Sebbene Siakong mi fosse stato raccomandato come il miglior pescatore che potessi trovare, ed avessi soltanto poche preziose settimane da trascorrere in quelle isole, Peter Hill non mi permise di servirmi di lui nelle ore lavorative, che, per mia fortuna, finivano alle tre pomeridiane: da quel momento Siakong poteva venire con me fino al tramonto e durante l'intera domenica.
Siakong aveva un amico, Niraibui, che possedeva una barca a motore a un cilindro che poteva portare fino a sei persone. Cos oltre a noi tre, prendevano posto talvolta con noi altri pescatori e la domenica invitavamo Harry Uyehara ed uno o due degli scienziati del S.I.M., di passaggio a Palau in quella settimana. Il professore di Swarthmore, come noi impressionato sia dalla magnifica figura che dalla forza fisica di Siakong, lo soprannomin subito King-Kong.
Una fascia di stoffa rossa per coprirsi i lombi e un paio
di occhiali fatti in casa formavano tutto l'equipaggiamento di Siakong quando si tuffava. A terra portava un vecchio paio di pantaloncini kaki sulle mutandine corte, un fazzoletto sporco legato attorno al capo e, su questo, un decrepito cappello di paglia. Quando si toglieva questi stracci per tuffarsi in acqua si trasformava improvvisamente da pezzente in un dio greco.
Siakong conosceva i rifugi migliori dei plettognati che cercavo e che si annidavano fra i pi splendidi banchi coralliferi, assai lontano da Koror. Di solito ci andavamo passando da porto Malakal dove, nelle profonde acque limpide, potevamo vedere le navi affondate durante la guerra. Il motore di Niraibui sputacchiava e spesso ci trovavamo a dover remare per tutta la strada del ritorno, ad ora tarda, quando l'acqua era nera come l'inchiostro e i remi lasciavano una scia fosforescente per i microrganismi che disturbavano.
Siakong aveva una rete da lancio eccezionalmente leggera che si era fatta da solo con del filo di nylon e mi fu facile imparare a lanciarla, mentre non avevo fortuna con le pesanti reti da lancio di cotone usate dagli altri pescatori. Per gli arpioni di Siakong erano il suo principale equipaggiamento. Avevano teste metalliche e impugnature di bamb e mirabilmente bilanciati da esser facilmente manovrati sott'acqua indipendentemente dalla loro lunghezza. Alcuni raggiungevano la lunghezza di tre metri; ma erano tanto leggeri che galleggiavano e si recuperavano facilmente. Ne aveva qualcuno a impugnatura corta, altri a quattro denti, piccoli sottili, per dar la caccia ai pesci piccoli che Siakong acchiappava senza danneggiarli sensibilmente.
Era un vero divertimento osservare Siakong arpionare il pesce dalla barca. Si metteva sulla prua del battello di Niraibui, mentre ci dirigevamo verso l'esterno degli scogli, con due lunghi arpioni, uno per mano. Talvolta anch'io mi alzavo a scrutare l'acqua, ma non riuscivo mai a scorgere un pesce prima di lui. Mentre aprivo la bocca per gridare eccolo, l'arpione di Siakong era gi volato per colpirlo, e se il primo mancava il colpo, un secondo lo seguiva in un lampo, come se Siakong avesse previsto da quale parte si sarebbe diretto il pesce per sottrarsi alla caccia. Che colpisse o meno il pesce, ogni lancio era seguito da grida e da schiamazzi, perch Siakong aveva il vezzo di rallegrarsi o maledirsi a gran voce, ogni volta.
Sott'acqua la faccenda era diversa. Non fiatava, ma lo si vedeva sogghignare con gli occhi che scintillavano attraverso gli occhiali marini. Qui non v'era alcun dubbio sulla sorte del pesce che Siakong stava cacciando: era solo questione di tempo degli accorgimenti usati per prenderlo.
Il primo pesce che presi con l'arpione era un pesce-balestra che non costitu mai un esemplare da museo. Era un bel pesce lungo circa venti centimetri di un arancio pastello e giallo, con una grossa macchia nera in mezzo al corpo. Non ne avevo mai visti prima di questa specie, sebbene ne avessi letto la descrizione. Gli diedi la caccia con la stessa destrezza di un bimbo che cerca di acchiappare un cono gelato. Quando riuscii a stargli sopra e mi tenevo pronta a partire a fondo coll'arpione, quello si gir su un fianco e dandomi un'ultima occhiata, s'infil fra gli scogli lasciando fuori la coda. Che bazza! dissi tra me. Era come arpionare un oggetto fisso. Il primo colpo d'arpione non penetr nella solida pelle, ma il secondo s. Prendi! esclamai trionfante.
Poi cercai di tirar su il pesce con l'arpione, ma sembrava conficcato in quel buco e per quanto tirassi riuscii soltanto a liberare l'arpione dalla ferita. Arpionai nuovamente col medesimo risultato. Cacciai la testa dell'arpione nel buco e poi nella parte anteriore del pesce-balestra. E ancora nessuna fortuna. Un bel lavoro! Avevo fatto a brani il mio esemplare; ma la sua testa rimaneva ancora conficcata nella roccia. Rinunciai e raggiunsi Siakong che stava cacciando poco distante.
Un grosso pesce-balestra bruno era in vista. Mi diressi da quella parte, ma gi Siakong gli nuotava dietro lentamente, circuendolo, in modo da impedirgli d'andare verso l'acqua profonda. Finalmente si cacci in un buco, ma ancora la coda spuntava fuori.
Allora Siakong fece una cosa che mi parve strana. Lasci galleggiare l'arpione alla superficie, si tuff dietro il pesce a mani vuote, punt diritto verso il buco e, afferrandosi a un pezzo di roccia corallifera con la mano sinistra, fece scivolare la destra nell'anfrattuosit dove si nascondeva il pesce, poi si volt verso di me sogghignando trionfante mentre estraeva facilmente la preda con la mano.
Allora capii ci che aveva fatto. I pesci-balestra si chiamano cos a causa di un ingegnoso meccanismo nella loro prima pinna dorsale. Questa pinna ha tre spine, la prima delle quali  larga e dura, e quando nuotano rimane appiattita sul dorso; se per si spaventano, s'infilano nella roccia e inarcano la spina, facendo presa cos nell'apertura del loro nascondiglio. Nessuno sforzo per spingere o tirare riuscir a rimuovere quell'ostacolo che difficilmente si rompe. Per la terza spina della stessa pinna sebbene talvolta sia cos piccola da sembrare un bottoncino, funziona da liberatore della prima spina; basta una leggera pressione su di essa e l'intero congegno cede. Siakong, naturalmente, era al corrente di questo particolare ed aveva semplicemente schiacciato il bottoncino, annullando le difese del fuggiasco.
Non  per sempre cos semplice. Qualche volta il pesce-balestra si immette cos profondamente in una fenditura del corallo da sottrarsi alle manovre di chi lo insegue e quindi non  possibile raggiungerlo per azionare la leva naturale; allora Siakong, con l'aiuto di uno scalpello e di una pietra, rompeva la roccia intorno al nascondiglio finch si impadroniva della preda. Non era impresa facile resistere agli attacchi di Siakong.
Quando gli indicavo un pesce, era gi mio. Dotato di un acuto spirito di osservazione e ricco di molti anni di esperienza, Siakong era un esperto in fatto di psicologia dei pesci. Egli conosceva il comportamento di ciascuna delle variet della regione. Non si gettava direttamente a caccia di un pesce, ma stava ad osservarlo per qualche secondo, calcolava i suoi movimenti, e lo portava a dirigersi verso un luogo dove egli potesse facilmente catturarlo.
Uno dei metodi di Siakong per arpionare i pesci sott'acqua, pur essendo estremamente semplice, faceva letteralmente mancare il respiro. Trovato un banco ricco di pesce egli s'immergeva silenziosamente a tre o anche sei metri, talvolta appesantendosi con una grossa pietra per poter affondare senza nuotare. Si aggrappava saldamente allo scoglio con le gambe e il braccio libero, teneva pronto l'arpione e poi aspettava che il pesce venisse da lui!
La prima volta che lo osservai far cos mi allarmai. Si tuff e rimase immobile sullo scoglio, come un felino pronto a balzare sulla preda. Il suo corpo bruno e la stoffa rossa del suo perizoma si confondevano nel caleidoscopio di colori del banco circostante, e i pesci se ne disinteressavano come se facesse parte dei coralli, accostandosi a lui senza timore.
Dalla barca io stavo in osservazione. Non avvezza alle straordinarie capacit di respiro di Siakong, a un certo punto incominciai a preoccuparmi della sua immobilit. Mi tuffai, nuotai verso di lui e gli battei sul capo per assicurarmi che stesse bene. Si gir e mi rispose col suo sorriso solito, mentre
io mi appoggiavo con una mano a un pezzo di corallo per tenermi immersa e davo al mio viso un'espressione interrogativa per chiedergli che cosa stesse facendo. Lo vidi allora che fissava la mia mano mentre il suo viso assumeva un'espressione seria e preoccupata. Fece appena in tempo ad afferrarmi per il braccio mentre sentivo il corallo muoversi improvvisamente sotto la mia mano. Ero appoggiata ad una gigantesca tridacna mangia-uomini, e le valve si erano appena chiuse. Senza lo strattone di Siakong che aveva allontanato le mie dita soltanto di pochi centimetri, sarei stata presa nella possente morsa capace di trattenere nella sua stretta il braccio o la gamba di un tuffatore, senza che questi riesca pi a liberarsi.
Mentre tornavamo a galla, Siakong mi indic la parete di corallo lungo la quale ero scesa con tanta imprudenza. Parzialmente incastonate nel corallo, c'erano diecine di queste conchiglie con le valve aperte, grigie come coralli morti, mentre, all'interno, la carne soffice aveva le tonalit del corallo vivo e della circostante flora marina. Ve n'erano di un verde iridescente, altre azzurre, rossoporpora, bruno sfumato a macchie irregolari pi scure, tutte ben mimetizzate al punto da essere irriconoscibili; imparai presto a riconoscerle da quel giorno e difficilmente oggi mi sbaglio.
Siakong tuttavia m'insegn che anche la pi pericolosa di quelle conchiglie  un cibo squisito e che la carne del mollusco mangiata cruda  fra le pi deliziose. Per impadronirsene egli raggiungeva una conchiglia aperta e agitava la mano su di essa. Questo leggero movimento bastava il pi delle volte a stimolare il mollusco, assai sensibile, facendogli chiudere le valve.
Se non riusciva con questo sistema batteva con l'arpione su una delle valve ottenendo lo stesso risultato; poi staccava la conchiglia e la portava a galla. Con un sasso o con lo scalpello praticava un'apertura sufficiente da farvi scivolar 
dentro la lama del coltello, recideva il muscolo adduttore e la conchiglia si spalancava consentendoci di tirare fuori la gustosissima preda.
Quasi tutte le parti di questo mollusco gigante possono esser mangiate crude, sebbene, a mio parere, gli organi di riproduzione e le parti solide colorate siano migliori cotte. Ma il muscolo adduttore, il grosso muscolo bianco che unisce le due valve della conchiglia e le tiene chiuse con tanta forza,  certamente il boccone pi ghiotto. Non ho mai assaggiato niente di pi saporito. Ben risciacquato nell'acqua di mare prima di mangiarlo, ha il gusto di un cocomero fresco e croccante. Avendolo mangiato una volta, ne feci il mio cibo preferito e non mancava mai nei nostri spuntini sugli scogli, fatti di pesce crudo, minuscole patelle e alghe rosate dai lunghi filamenti simili a spaghetti.
Le patelle sono lontane parenti delle lumache e hanno conchiglie basse e coniche che assomigliano ai cappelli dei coolies cinesi. Se ne trovano a migliaia attaccate agli scogli, al pelo dell'acqua. Basta la punta di coltello per staccare dalla conchiglia la parte commestibile, talvolta non pi grossa di un pisello. La prima volta, Niraibui ed io ne mangiammo a dozzine con la stessa velocit con cui il sogghignante Siakong le staccava dagli scogli. Nelle nostre spedizioni del resto non portavamo mai cibarie, ricchi com'eravamo dei migliori cibi marini che si potessero desiderare. Qualche volta, se la giornata era eccezionalmente fresca o piovosa, ci dirigevamo alla pi vicina isola, accendevamo un fuoco e facevamo cuocere ci che avevamo pescato.
La pioggia non ci impediva mai di andare a pescare con l'arpione. L'acqua di scoglio era cos limpida che il tempo nuvoloso non poteva offuscarne la visibilit. La prima volta per che pescammo con la pioggia, ebbi l'impressione di fare una fatica inutile. Appena scesi in mare mi guardai attorno; l'acqua era piena di increspature e tutto era confuso, come se mi fossi tuffata senza maschera. Ma Siakong e Niraibui non avevano l'aria di preoccuparsene. Allora anch'io mi immersi e quando arrivai a circa un metro e venti sotto la superficie del mare, l'acqua riprese la sua consueta limpidezza. Capii allora che la nebulosit della superficie era il risultato della pioggia che si mischiava all'acqua salata, come accade quando si mescolano due liquidi di diversa densit. Non mi  mai capitato di trovare la parola che si riferisce a questo fenomeno, ma nei libri tedeschi di chimica esso si chiama Schlieren. Cos, per pescare con l'arpione durante la pioggia, basta tuffarsi al disotto dello strato Schlieren e raggiungere la zona normale per vederci chiaramente.
Fu proprio durante una di quelle giornate che ci imbattemmo nella pi mastodontica tridacna gigante che avessi mai vista viva. Siakong ed io stavamo nuotando nel mare aperto, verso il banco corallifero dov'era ancorata la barca, Niraibui se ne stava seduto a masticare noce di betel, la testa riparata dal cappello di paglia di Siakong. Continuavamo a nuotare e di tanto in tanto ci immergevamo sotto lo strato Schlieren per gettare un'occhiata intorno.
Quando nuoto in profondit nel mare aperto, seguito a guardarmi intorno attraverso la maschera con un misto di paura e di speranza, per non perdere l'eventuale spettacolo di un grosso pescecane di passaggio in quella zona. Ma durante quella immersione non vedevo che l'acqua libera, in tutte le direzioni; non il pi piccolo pesce in vista. Guardando in alto vedevo Niraibui a un centinaio di metri di distanza e pregustavo il piacere di raggiungerlo e con lui le confortanti pareti del banco corallifero e la massa dei pesci ormai noti che vi nuotavano.  una spiacevole sensazione quella di nuotare sott'acqua lontano da qualunque segno di scoglio, banco di corallo, fondo, o vita marina.  come nuotare nel mezzo dell'oceano. Mi dava sicurezza la vicinanza di Siakong in tanta solitudine.
Nuotavo un po' pi in alto di lui mentre si riposava per tuffarsi pi profondamente, quando lo sentii chiamarmi dal basso.
 Nechan(3), venite a vedere qui.
Nuotai dalla sua parte, scesi al di sotto dello schlieren, e guardai il punto ch'egli mi indicava. Vidi il fondo sabbioso e, accomodata sulla sabbia una conchiglia. Sembrava una tridacna gigante di media grossezza, ma non avevo intorno termini di paragone e non potevo valutare la profondit di immersione.
Salimmo a galla, spostando con facilit l'acqua e traemmo una serie di profondi respiri. Nuotavamo da un bel po' ed
io non ero preparata a una lunga immersione. Quando mi sentii riposata e rianimata dall'aria fresca, feci cenno a Siakong che incominci a scendere verso la conchiglia: io lo seguivo deglutendo per abituare le orecchie alla crescente pressione.
Non ho mai misurato la profondit che riesco a raggiungere, ma so per certo che oltre i sei metri, la maschera mi comprime la testa e provo una sensazione sgradevole alle orecchie e al naso. Di solito non mi occorre di andar molto pi profondo poich ho sempre trovato prima dei sei metri sufficiente materia per tenermi occupata e soddisfarmi; ma quella volta seguii Siakong finch avvertii di esser molto al di sotto del mio limite normale d'immersione e capii che non mi sarebbe bastato il fiato per arrivare pi in fondo. Forse se mi fossi immersa con un peso e non avessi consumata tanta energia nuotando verso il basso, avrei potuto farcela per altri tre metri; ma non sarei stata egualmente vicina al fondo. Dal punto dove mi trovavo vedevo Siakong molto sotto di me farsi sempre pi piccolo finch mi accorsi che raggiungeva la conchiglia.
Soltanto allora capii che si trattava veramente di un esemplare gigantesco. Siakong sembrava un moscerino accanto a quel gigante che doveva aver almeno un metro e venti di larghezza. Vidi Siakong che assestava un calcio alle enormi fauci per farle chiudere, e che aperte, avrebbero potuto facilmente contenere tutto Siakong. Poi dovetti risalire a galla. Ansimavo ancora quando Siakong emerse dall'acqua senza alcun segno di stanchezza.
Dicemmo a Niraibui di avvicinarsi con la barca. L'ancora non raggiungeva il fondo, ma penzolava molto in alto sopra la conchiglia. Non potevamo improvvisare nulla di abbastanza lungo per toccare il fondo e aiutarci a tirarla su, allora tutt'e tre ci tuffammo nuovamente, ma io mi fermai ad una media profondit, attaccandomi alla corda ciondolante dell'ancora, mentre Niraibui e Siakong continuavano la discesa. Dubitavo per che lo sforzo unito dei due potesse sollevarla anche di un sol pollice.
Le valve della conchiglia si erano riaperte. Siakong con un calcio le fece chiudere. Niraibui volteggi intorno alla testa di Siakong per un istante poi ritorn alla superficie, dove ci incontrammo completamente senza fiato.
- O kina ne! - ( molto grossa, vero?) esclam Niraibui. Aveva gli occhi iniettati di sangue e pensai che avesse anche bevuto, oltre ad aver masticato foglie di betel, poich normalmente resisteva sott'acqua assai pi a lungo di me.
Siakong non tornava a galla. Niraibui ed io ci rituffammo e mentre scendevo vidi con orrore che Siakong era prigioniero della conchiglia.
Le valve del gigantesco mollusco si erano ermeticamente chiuse sul braccio di Siakong che era preso fin sopra al gomito. Siakong era fermo, immobile. Mi aspettavo che Niraibui si tuffasse immediatamente e facesse qualche tentativo per liberarlo; ma quell'individuo dagli occhi cisposi risal calmo alla superficie. Per l'agitazione avevo il respiro pi corto che mai.
Tornai su boccheggiando e chiamai affannosamente Niraibui, in preda a un vero panico. Le mie scarse nozioni di giapponese venivano fuori alla rinfusa ed egli mi fiss sorpreso e poi distratto. Mi sentivo inutile e disperata. Siakong era intrappolato e sarebbe morto entro pochi secondi se non trovavamo il modo di liberarlo. Come poteva restar cos calmo Niraibui, anche se era ubriaco fradicio?
Senza fiato e buona a nulla com'ero, mi aggiustai nondimeno la maschera per tuffarmi ancora; ma proprio in quel momento Siakong emerse improvvisamente accanto a noi, ansante, ma sogghignando allegramente! Trasse il braccio fuor dall'acqua - quello che avevo visto nelle fauci della conchiglia - sollevando il pi grosso muscolo adduttore che avessi mai visto.
Piangevo e ridevo insieme mentre ci arrampicavamo tutti e tre sulla barca. Niraibui, naturalmente, aveva capito subito che il mollusco (che doveva pesare almeno un quarto di tonnellata) non poteva essere sollevato dal fondo del mare e che Siakong ne avrebbe tagliato il muscolo adduttore col coltello. Fra tutti e due si beffarono per un bel pezzo della mia infantile paura.
- Mi voleva ammazzare perch non correvo a salvarti! -
raccontava esilarato Niraibui a Siakong che sghignazzava di gusto. Incominciai a sentirmi un po' ridicola e poich continuavano a prendermi in giro senza piet, mi arrabbiai seriamente. Allora la smisero, ma la pioggia che continuava a cadere fin per smorzare la mia collera. Presto eravamo seduti tutti e tre rappacificati a sgranocchiare un delizioso muscolo adduttore, grosso come la coscia di un uomo: Niraibui e Siakong si riempivano la bocca di cibo per impedirsi di ridere ancora alle mie spalle.
Non ho mai assistito all'arpionatura di un pescecane sott'acqua, sebbene varie volte Siakong affiorasse alla superficie con esemplari lunghi un paio di metri, nettamente trapassati attraverso le branchie. Egli mi spiegava che quello era il punto migliore per colpire un pescecane perch il resto del corpo ha la pelle troppo dura e se si manca il colpo, l'animale non lascia l'opportunit di vibrarne un secondo.
La stessa regola vale per le murene. Generalmente esse si rintanano nelle anfrattuosit degli scogli, da cui si vedono spuntar fuori soltanto le loro teste feroci: tuttavia ci si pu avvicinare ad esse senza pericolo purch non si agiti un braccio o una gamba davanti alla loro tana: e bisogna colpirle alla testa badando di non fallire il colpo.
La prima volta che vidi una grossa murena, forte della mia fiducia, riuscii miracolosamente a colpirla in pieno, ma poi dovetti farmi aiutare da Niraibui per togliere dall'arpione quel serpente, lungo un metro e venti, che si dibatteva paurosamente. In seguito per pi le conoscevo e meno me ne fidavo, decisa a non correre inutili pericoli.
Tutti gli arpioni di Siakong erano di tipo primitivo e costruiti a mano. Non possedeva arbalete n fucili subacquei co2 a cartucce che sparano a diciotto metri di distanza: niente dell'equipaggiamento moderno degli appassionati di caccia subacquea in Europa e negli Stati Uniti. Quando Siakong arpionava un pesce le sue braccia possenti erano la sola forza motrice dietro l'arpione. E il pesce, anche se si trattava di un pescecane, era infilzato a un'estremit della fiocina, mentre Siakong ne teneva l'altra.
Sono lieta di aver imparato prima ad usare l'arpione a mano perch, dopo, la pesca con il fucile subacqueo diventa molto pi agevole. Un arpione a mano non ha bisogno di molte riparazioni. Non si scarica e non si perdono da venti a cento dollari se arpionando un grosso pesce l'impugnatura ci sfugge di mano e se ne va con la preda. Ma, naturalmente, un arpione a mano ha le sue limitazioni, specialmente per chi non  un tuffatore della forza di Siakong.
Una volta per Siakong non riusc a catturarmi un raro esemplare. Quel giorno tutto and storto fin dal principio. Era domenica ed avevamo invitato Harry Uyehara a venire con noi. Dovevamo trovarci alla barca di Niraibui alle sette del mattino, ma alle sette e mezzo Siakong non s'era ancor fatto vivo. Non era generalmente un tipo su cui si potesse far sempre assegnamento, ma quando si trattava di una partita di pesca con l'arpione si poteva viver tranquilli; in quelle occasioni era sempre sobrio, non importa a quali pazzie si fosse abbandonato la notte precedente.
In fine ci recammo a cercarlo a casa sua.
- Siakong non qui! - ci disse sua moglie mentre ci sbatteva la porta in faccia. Un ragazzino che stava l fuori ci bisbigli:
-  in gattabuia.
- Perch  in prigione? - chiedemmo al guardiano quando arrivammo al temporaneo alloggio di Siakong. Apprendemmo cos che la notte prima aveva picchiato diversi uomini, compreso un poliziotto, poi era andato a casa e aveva buttato sua moglie fuor dal portico posteriore, sull'aia dove asciugavano le alghe. Siakong non era nuovo a simili gesta.
- Gomenasai, Nechan. (Perdonami, grande sorella).
Harry, una delle persone pi diplomatiche e benvolute
delle isole Palau, riusc non so come a far rilasciare Siakong sotto la nostra responsabilit, e cos potemmo recarci con lui ai banchi coralliferi.
Era un gruppo di scogli nuovo per me. I coralli crescevano su un'ampia roccia per circa quattro metri e mezzo sott'acqua, poi la roccia sprofondava improvvisamente verso le profondit marine. Harry e Niraibui tornarono ad arrampicarsi sulla barca ancorata quando ne ebbero abbastanza di cacciare con l'arpione, mentre Siakong ed io continuavamo nel nostro sport preferito. C'erano parecchi pesci-palla ed altri plettognati facili ad arpionare e noi ci davamo da fare a rincorrerli verso l'estremit del banco.
Stavo lottando per indurre un pesce-balestra a piegare l'antenna in modo da poterlo tirar fuori da una fessura, quando Siakong mi batt su una spalla. Mi stava additando un punto al largo del banco. Guardai e vidi qualcosa di straordinario venire dall'acqua profonda.
Dapprima non riuscii a distinguere altro se non una leggera nebulosit nell'acqua di un azzurro intenso, e quella nebbia si spostava verso di noi. Quando fu pi vicina si chiar in forme immense. Pareva una flottiglia di sottomarini, erano tanti che non riuscivo a contarli e ciascuno assomigliava a un immenso porco ed erano tutti di un uniforme bianco grigiastro.
Indubbiamente erano pesci, ma di un genere che non avevo mai visto prima. Avevano qualcosa di irreale: teste grottesche gonfie e deformate che facevano pensare piuttosto ad un'anomalia della natura che a una specie vera e propria. Avevo visto qualcosa di simile nel ciprino dorato da acquario, un pesce dalla testa leonina e dall'aspetto bizzarro che viene generato artificialmente; ma sapevo benissimo che questi mostri non erano nemmeno lontani parenti del pesciolino dorato.
Mentre si avvicinavano risalimmo a respirare.
- Sono pericolosi? Potete arpionarne uno? - chiesi a Siakong e poi, senza aspettare risposta, mi rituftai prontamente per vedere se si erano avvicinati. Siakong mi diede la solita occhiata rassicurante, poi incominci a nuotare inseguendoli.
Con un movimento unico, l'intero branco fece dietro-front e si diresse verso il mare aperto. Sembravano meno formidabili mentre se ne andavano in quella direzione, e visti alle terga apparivano pi simili a pesci che non visti di fronte. Ancora una volta si confusero leggeri e lanosi, in una vaga nebulosit, poi scomparvero come un'orda di fantasmi che Siakong non avrebbe pi potuto raggiungere.
Pi tardi Siakong mi disse di aver visto altre volte questi pesci ed una volta li aveva colti mentre combattevano fra loro colpendosi con la testa. Non era mai riuscito a catturarne uno, ma riteneva che fossero pesci molto forti.
Soltanto di recente ho potuto concludere che doveva trattarsi di una specie di grosso labro, imparentato con un gruppo conosciuto col nome di teste-di-pecora i cui esemplari adulti hanno delle grosse protuberanze al sommo del capo. Pi tardi, quando ero nel Mar Rosso, un pescatore mi mostr la fotografia di un pesce raro, pescato con la lenza. Nessuna delle persone che consultai in Egitto seppe identificarlo; ma assomigliava molto a quelli del branco che avevo visto alle Palau. Dalle mie annotazioni e dalla descrizione, il dottor L. P. Schultz del Smithsonian Institute ha concluso che deve trattarsi del Cheitinus undulatus. Una volta anch'egli ebbe modo di vedere un branco di queste bestie alle isole Phoenix, ognuna poteva misurare da un metro a un metro e venti e il gruppo ricordava esattamente un gregge di pecore. Quelli che avevo visto io dovevano avere le stesse dimensioni, sebbene a quei tempi li giudicassi pi lunghi, ma  facile che mi sia sbagliata. Siakong non si era abbastanza avvicinato a loro perch potessi fare un paragone e valutarne con precisione le proporzioni. Da allora, tuttavia, ho esaminato molte illustrazioni di teste-di-pecora, ma non ne ho mai riscontrata nessuna con gonfiori sulla testa simili a quelli di quel branco famoso che potevano essere adulti eccezionalmente grossi, dalla testa molto sviluppata, se pure appartenevano alla specie delle teste-di-pecora.
Lo stesso giorno in cui Siakong non riusc a catturarmi un esemplare di quei pesci misteriosi, egli e Niraibui organizzarono un rodeo subacqueo con una tartaruga. Erano in una disposizione d'animo buffonesca. Siakong s'impadron di un piede di Niraibui e si mise a fargli il solletico finch Niraibui incominci a ridere perdendo il respiro e quasi affog prima che Siakong lo lasciasse risalire a galla a prender fiato. Si divertivano un mondo. Poi Niraibui scopr una grossa tartaruga di mare che riposava tranquilla sul fondo e le si sedette sulla schiena. Siakong afferr Niraibui alle spalle ed incominciarono a lottare per contendersi il posto sulla schiena della bestiaccia disorientata e farla galoppare sott'acqua. Riuscivano a dirigerla dove volevano tenendo la mano sotto il guscio proprio dietro il collo della povera bestia, tirando per farla risalire, premendo per farla tuffare e piegando lateralmente per farla girare o fermare. La tartaruga agitava disperatamente le zampe simili a pinne e sporgeva in avanti il collo
cercando inutilmente di liberarsi dai malvagi tormentatori.
Alla fine trassero la tartaruga fino nella barca. Niraibui fu soddisfatto quando gli feci una fotografia con l'animale e gli promisi che glie ne avrei data una copia. Non immaginavo, allora, che questa sarebbe stata l'ultima sua gita.
Alcuni giorni dopo chiesi a Siakong se potevamo organizzare un'altra spedizione insieme a Niraibui.
- Non credo - mi rispose con una strana espressione.
- Per qual ragione?
- Perch  morto - disse Siakong tristemente.
L'intera storia venne fuori pi tardi. Niraibui aveva scoperto alcune cassette di metallo con l'etichetta alcool su di un camioncino della Marina. Quella era l'unica parola inglese che conoscesse. Il fatto che l'etichetta completa indicasse Alcool etilico non lo interessava. Fece un buco in una delle cassettine e bevve a volont. La sua vedova vendette immediatamente la barca. Non ne avevamo altra a nostra disposizione e, da allora, Siakong ed io dovemmo recarci ai banchi di corallo in canoa. Era un tragitto molto lungo e dovemmo limitarci a farlo soltanto la domenica.
Il mio soggiorno alle Palau volgeva al termine e Siakong mi chiese quando sarei ritornata.
- Forse fra molti anni - risposi perch mi dispiaceva dirgli probabilmente mai pi.
- Va bene, Nechan, sar ancora un buon pescatore quando avr ottant'anni - mi rispose. E c'era da credergli. Per alcuni anni dopo seppi che Siakong, dopo aver scontato una lunga condanna in prigione, and a una partita di pesca, si tuff per correr dietro a una tartaruga e non risal pi a galla. Fu perlustrata la zona palmo a palmo da altri tuffatori; ma non si trov una traccia o un indizio che giustificassero la sua scomparsa. Forse valendosi della sua grande resistenza Siakong aveva trovato un modo di rimanere illimitatamente sott'acqua per non ritornare in un mondo che lo gettava continuamente in gattabuia. Forse nuota ancora felice fra i banchi di corallo che amava tanto e gioca coi pesci e con le tartarughe. Come racconteranno la storia di questa misteriosa scomparsa i bimbi delle Palau fatti adulti, ai loro nipotini?

Note.
(1) Deposito.
(2) Ufficiale comandante in seconda.
(3) Grande sorella.

Didascalia.
CANOA A DOPPIO SCAFO STABILIZZATORE
Fine didascalia.

Didascalia.
TRIDACNA GIGANTE
Fine didascalia.


I PESCI CHE NON HO PESCATO.

ALLE ISOLE Palau partecipai a due spedizioni sballate: una a Geklau inseguendo un pesce-coniglio, l'altra a Kayangel a caccia di un ostracione detto pesce-vacca(1). Tuttavia anche se non riuscii a catturare gli esemplari che desideravo, le spedizioni non furono un fallimento totale, anzi devo ricordarle fra le mie pi interessanti avventure di mare!
-  velenoso.
- Non  velenoso.
- Lo !
- Non lo !
Sebbene non capissi una parola di Palauano, non dubito che fosse questa la discussione fra due dei pi autorevoli esperti in materia, a Koror, quando il mio interprete chiese qualche notizia sul pesce-coniglio di Geklau.
Le mie investigazioni sulla tossicit dei pesci commestibili delle Palau mi avevano portato alla conclusione che soltanto gli sferoidi rientrassero in questa categoria; pi tardi sentii parlare di certi pesci pescati in una baia presso Geklau e della loro tossicit. Meas  il nome palauano del comune pesce-coniglio o Siganus come lo chiamano gli ittiologi e i profani dei paesi di lingua araba, essendo Siganus (oggi sigano) uno dei pochi nomi scientifici derivati dall'arabo. Il pesce-coniglio  comune nelle acque tropicali dell'Indo-Pacifico e le molte specie conosciute sono ritenute commestibili dai nativi.  noto
che le forti spine pineali sono moderatamente tossiche al tatto e danno, a chi le tocca, una reazione tossica dolorosa, sebbene di breve durata; ma da quel poco che sapevo, la loro carne era considerata eccellente. Il ristorante indigeno di Koror mi serviva spesso deliziose porzioni di meas alla griglia; ma gi diverse persone, compreso Siakong, mi avevano avvertita che questa stessa specie pescata nelle acque di Geklau era velenosa. Tuttavia nemmeno Siakong era sicuro della natura del veleno e mi consigli di consultare qualche pescatore di quella zona. Ora questi due da me interpellati mostravano di non essere d'accordo e l'interprete, dopo averli ascoltati, concluse per conto suo, riferendomi che il meas non  realmente velenoso a Geklau, soltanto chi ne mangia rimane lievemente intossicato e perde temporaneamente le facolt di concentrazione per cui non gli  consentito di dedicarsi a un lavoro scrupoloso.
La storia mi appariva cos fantastica che decisi di fare una gita a Geklau per appurare la verit.
Era impossibile compiere il viaggio nei soli giorni di fine settimana. Condussi con me Siakong, come il solo capace di catturarmi il pesce che desideravo. Harry, il gentile interprete e il dottor Robert Enders, un mammologo del S.I.M. di passaggio a Koror desiderarono far parte della spedizione e cos organizzammo un piccolo gruppo per intraprendere il viaggio. Poich il malacologo Yoshi Kondo, del gruppo S.I.M. si trovava nella regione di Geklau, gli mandammo a dire che ci saremmo incontrati l.
Geklau  un villaggio abitato soltanto da indigeni, a nord di Koror, sulla costa orientale di Babelthuap, la pi grossa delle isole Palau. Affittammo una barca a motore che ci condusse sul posto in cinque ore. Non potemmo metterci in viaggio se non nel tardo pomeriggio, ma Siakong mi esort a non preoccuparmi perch aveva intenzione di pescarmi il meas di notte! Quando raggiungemmo la baia al largo di Geklau, dopo aver ancorata la barca ed aver sospinto le zattere di bamb attraverso l'acqua bassa verso il villaggio, era gi notte profonda.
I nostri uomini chiesero in palauano informazioni sull'approdo e voci di nativi dalla spiaggia risposero indicandoci la direzione. Poi, mentre gi si stagliava a riva, ingrandendosi, la sagoma di un albero di cocco, una voce familiare grid:
- Benvenuti a Geklau! - Era Yoshi.
Illumin con una torcetta il nostro sbarco, poi ci present un vecchietto coperto soltanto da un perizoma di color nocciola: il capo del villaggio. Questi dopo aver borbottato nel suo dialetto qualche parola di saluto ci strinse la mano, indicandoci gli altri nativi che erano venuti ad incontrarci.
-  un grande avvenimento per loro la visita di scienziati statunitensi - mi disse Yoshi - e avendogli detto che sarebbe arrivata anche un'ittiologa, il capo fece costruire uno speciale benjo, appositamente per voi!
Assicurai a Yoshi che mi sentivo molto onorata del trattamento e che specialmente dopo una lunga traversata in barca, una stanza tutta per me per incipriarmi il naso sarebbe stata proprio una benedizione.
Siakong non perse tempo e si occup subito dei preparativi necessari per la pesca notturna e di l a poco riprendemmo il mare su lunghe zattere di bamb, in cerca del meas.
Era molto pi semplice di quel che credessi. Siakong, armato di un lungo arpione, stava in piedi a prua della zattera mentre un nativo ed io reggevamo a turno una torcia accesa. Il pesce dormiva fra le alghe nel momento in cui la luce, abbagliandolo, lo svegli e prima che si riavesse abbastanza per fuggire, era gi infilzato sull'arpione di Siakong, che se lo portava alla bocca e gli dava un morso nella testa, finendolo.
In meno di un'ora avevamo gi una buona scorta di esemplari. Ve n'erano di due specie: un tipo maculato ed uno meno comune che aveva delle strisce orizzontali ranciate. Quest'ultimo si chiamava Klesbuul per distinguerlo dal pi comune meas ch'era proprio quello di cui mi cibavo a Koror.
Di ritorno al villaggio trovammo pronta la cena e ci fu indicato il nostro alloggio per la notte: un grande abai composto di uno stanzone; un abai come se ne trovano in quasi tutti i villaggi indigeni e che  frequentato da soli uomini, come un circolo, o messo a disposizione dei visitatori di riguardo. La mia qualit di visitatrice aveva evidentemente prevalso sul mio sesso, il che mi sorprese. Sapevo che l'abai forniva un rifugio, in cui non erano ammesse donne, specialmente ai pescatori nella notte che precede una partita di pesca, perch si crede che in quell'occasione porti sfortuna dormire sotto il medesimo tetto con una donna.
Prima di cena ebbi occasione di parlare coi nativi di Keklau che mi diedero delle informazioni preziose sul loro meas. Yoshi era andato a pulire delle lumache, ma Harry era rimasto per farmi da interprete. La mia prima domanda ebbe una risposta molto sconcertante. Il meas e il klesbuul non erano affatto pesci velenosi, anzi perfettamente commestibili tanto crudi che cotti; quindi ogni esemplare catturato quella notte doveva esser ritenuto innocuo.
Come spiegare allora tutto quel che mi avevano raccontato sulla tossicit del meas di Geklau? C'era del vero in quelle affermazioni, mi dissero, ma il meas  velenoso soltanto durante un dato periodo dell'anno: dall'ottobre al gennaio, quando soffia un forte vento sulla baia, da oriente ed una speciale alga verde cresce in abbondanza. Allora chi mangia meas o klesbuul impazzisce e manifesta il suo squilibrio ridendo e facendo cose strane; molti sono presi da vomito
o da forte sonnolenza come chi ha troppo bevuto di quel liquido chiamato in palauano di chickapoo joy juice(2).
Interrogammo diversi pescatori e tutti furono d'accordo sulla natura della reazione. La storia delle alghe rendeva il racconto plausibile poich i pesci-coniglio sono erbivori e, se nelle alghe era contenuto un leggero tossico non era difficile che il pesce lo concentrasse nella sua carne nel periodo di maggior abbondanza. I nativi precisarono che specialmente nel mese di dicembre, la carne del meas rivelava un gusto asprigno al solo contatto con le labbra.
Disgraziatamente ero arrivata a Geklau in agosto, fuori stagione, quando cio non c'era nemmeno un campione dell'alga incriminata. Il capo del villaggio m'invit a ritornare quando l'alga era in piena fioritura. Allora il meas non era mortale, ma soltanto intossicante, e per amor della scienza i suoi uomini sarebbero stati felici di darmi una dimostrazione dei suoi effetti. Ma c'erano poche probabilit che potessi rifare il viaggio fino a Geklau.
In cambio della gentile ospitalit del villaggio regalammo al capo, la scorta di cibo americano che avevamo con noi: i fagioli e persino il pesce in scatola costituivano una vera ghiottoneria per quella gente. Dopo la cena indigena, che consumammo su foglie di cocco stese sul pavimento dell'abai, volli fare un piccolo esperimento sul pesce che avevamo pescato, per il caso che anche in quell'epoca dell'anno fosse possibile riscontrare una leggera reazione tossica su chi non era solito cibarsene. Mangiai un klesbuul pensando che Yoshi, il mio pi vecchio antico l dentro, si sarebbe prestato a far da cavia anche lui mangiando l'altra specie. Il dottor Enders e Harry avrebbero controllato le reazioni.
- Volete del sasliimi?(3) - dissi a Yoshi, porgendogli un meas crudo, senza pensare che non era stato presente alle spiegazioni ottenute prima.
- Volete scherzare? - mi chiese sconcertato -  un pesce velenoso, no? C' un limite all'esercizio dell'ospitalit.
Gli dissi quello che sapevo e finalmente Yoshi, non senza perplessit, ne mangi.
Quella notte, mentre stavamo per andare a letto nell'abai, che dividevo con sei uomini, m'informarono che il capo aveva ritenuto prudente di mandarmi una persona che mi proteggesse e rimasi divertita e commossa per questa sua premura. Non vi descrivo la mia sorpresa quando mi accorsi che chi doveva proteggermi dagli altri sei uomini era un settimo rappresentante dello stesso sesso.
Yoshi ed io siamo ancora vivi, e non facemmo nemmeno indigestione. Il giorno seguente, dopo un breve periodo di caccia subacquea la nostra comitiva si diresse nuovamente a Koror e Yoshi scomparve nella giungla, verso Babelthuap, in cerca di altre lumache.
Sempre a caccia di qualche esemplare di ostracione me ne andai tutta sola a Kayangel. Il pesce-vacca  un plettognato con due corna sulla testa e appartiene alla famiglia dei pesci-cofano. Avevo gi raccolto molti rari plettognati, diversi dei quali costituivano dei nuovi esemplari delle isole Palau; ma non ero ancor riuscita a trovare uno di questi pesci. Tutti i pescatori palauani lo conoscevano, pur ammettendo ch'era rarissimo. Lo chiamavano karamasus.
Feci sapere ai pescatori di Koror che cercavo un karamasus e che avrei dato un premio a chi me ne procurava un esemplare. Persino i bambini si misero all'opera per trovarmi l'ostracione bicorne; ma dopo due mesi nessuno ne aveva ancor visto uno. I pescatori mi suggerirono d'andare a un grande banco corallifero dell'isola di Kayangel; l ce n'erano certamente. Me lo descrissero come un banco meraviglioso, sebbene pochi vi andassero a pescare perch era il banco pi
remoto delle Palau, all'estremo nord del gruppo di isole. I pesci-vacca sono eccezionalmente gustosi e sembra che gli indigeni finiscano per spopolarne i banchi di pesca vicino alle Palau; il banco al largo di Kayangel era invece poco frequentato, e sfruttato solo dai due o tre pescatori che vivevano in quella localit.
Occorreva un'intera giornata di viaggio da Koror a Kayangel, e partii a bordo di una barca indigena che una volta alla settimana faceva il percorso fermandosi lungo la costa occidentale di Babelthuap. Questa volta sarebbe andata pi a nord, attraverso un'ampia zona di oceano aperto per sbarcarmi a Kayangel, una catena di quattro isolette disposte a mezzaluna. L'altro battello non sarebbe passato a riprendermi prima di una settimana. Nessuno dei miei amici indigeni o del S.I.M. di Koror, era in grado di sacrificarmi tanto tempo, tuttavia da quel che avevo sentito dire sul grosso banco corallifero di Kayangel, sapevo che avrei occupato benissimo il tempo. Le passate esperienze coi nativi mi davano la certezza che non avrei avuto alcuna noia dagli abitanti di Kayangel, anche se non conoscevo nessuno.
Una ventina di isolani ci vennero incontro alla riva quando approdammo al porto di Kayangel. La ciurma non superava la mezza dozzina di persone e l'accoglienza fu pi fredda di quanto mi aspettassi. Quando spiegai ch'ero venuta per pescare e chiesi se c'era un pescatore che volesse aiutarmi, si voltarono tutti a indicarmi un uomo dagli zigomi prominenti, la fronte cinta da un pezzo di calza che tratteneva una massa di capelli neri ricciuti. L'uomo mi rivolse la parola in giapponese: tutti avevano molto da fare, e non c'erano pescatori a Kayangel.
Pensai ch'era inutile cercar d'impormi a questa gente fin dal primo giorno. Per loro non ero che una straniera, un'ospite insolita poich le donne in quelle isole non vanno mai a nuotare, e tanto meno a pescare.
Non tardai per a farmi un'amica. Siakong mi aveva detto che sua sorella abitava a Kayangel. Vidi infatti una giovane dall'aspetto imponente che gli assomigliava. Quando le dissi ch'ero amica di Siakong afferr tutti i miei bagagli, caricandosi sulla testa una pesante scatola d'equipaggiamento contenente una bottiglia di formalina, alcool e rotenone, poi senza una parola o un gesto s'incammin verso il bosco seguita da me.
Era gi buio. Arrivammo a una grande e solida capanna con un alto tetto appuntito, il pavimento di bamb rialzato quasi un metro da terra. Mi aiut ad arrampicarmi per entrare, poi accese una lampada a petrolio e la mise sul pavimento indicandomi una stuoia per dormire, senza guardarmi, con un viso completamente fermo ed inespressivo. Tentai di parlarle, ma quella si allontan subito e scomparve nell'oscurit.
Ritorn pi tardi per mettere sulla soglia della capanna un piatto di stagno con qualche banana, della tapioca e una grossa scodella di porcellana nella quale fumava una zuppa di pesce. Se ne and subito. Dopo aver aspettato un po' mangiai quel che mi aveva portato, poi andai a fare una passeggiatina. Udii delle voci lontane nel bosco e vidi la luce filtrare dalla soglia di un'altra grande capanna; ma ritornai a quella che mi era stata assegnata, spensi la lampada e mi stesi a dormire sulla stuoia.
Durante la notte fui svegliata pi volte. Al chiarore della luna intravvedevo delle figure che entravano nella capanna, ma nessuno si accost a me. In un angolo un bimbo piagnucol per un po', poi una voce di donna lo zitt. Una volta fui destata da un forte russare. Ero stanca e tuttavia stranamente eccitata.  proprio vero, Genie - mi dicevo - che sei qui in mezzo agl'indigeni nelle isole dei Mari del Sud? Che cosa ti succeder? Mi riaddormentai e sognai un banco popolato di migliaia di pesci, e tutti erano karamasus.
Mi svegliai pi tardi mentre tre uomini lasciavano la capanna. Strisciai fino alla soglia e li vidi che si avviavano, attraverso il bosco, verso il porto. Alla luce grigiastra dell'alba li osservai che si imbarcavano sul battello che mi aveva accompagnata e che tornava a Koror.
Quella fu la mia prima notte di ospite nella casa di Uredekl, la sorella minore di Siakong. Abitai con lei per il resto del mio soggiorno a Kayangel e diventammo grandi amiche. Una volta superata la sua timidezza, incominci a parlare con me e mi accorsi che aveva una conversazione piacevole.
Restavamo sempre alzate fin oltre mezzanotte a chiacchierare con qualche sua amica. Talvolta andavamo in visita e udivo strane leggende sulle Palau e su Kayangel: era convinzione generale che l'intero gruppo di isole fosse sorto dal mare in una sola notte.
Una sera Uredekl mi port a conoscere la governatrice di Kayangel, una donna anziana con molti braccialetti sulle braccia sottili e rugose e lunghi seni afflosciati che le pendevano sulla sottana quando si sedeva. Parlava soltanto il palauano, che Uredekl mi traduceva in giapponese. Le avevo portato del sapone e del cibo in scatola ed ella ci porse cerimoniosamente una bottiglia di cocco caldo. Uredekl ne fece saltar via la capsula arrugginita sui gradini che davano accesso al pavimento sopraelevato della capanna abitata dalla nostra ospite. Bevemmo la Coca ed io mi sentii lusingata come se una padrona di casa negli Stati Uniti avesse sturato la sua miglior bottiglia di cognac per onorare la mia visita.
Il villaggio aveva due abais e una sera Uredekl mi condusse a visitarne uno. Alla luce della sua lampada a petrolio esaminammo gli intagli sul legno delle pareti, con strane scene in cui i temi principali erano la pesca e il sesso. Non c'erano scritte e le scene si susseguivano in una serie di dipinti molto liberi. Evidentemente mancava, nell'isola, il freno della censura. Nell'insieme i disegni erano molto decorativi, sia per la forma che per il colore, sebbene le linee fossero molto semplici e rudi e piuttosto sconcertanti a tutta prima. I pesci rappresentati erano difficili da riconoscere perch privi di dettagli. Scoprii le sagome generiche di un pescecane,
di una razza e di un barracuda. Ricercai fra i pesci un possibile karamasus ma non vidi nessun pesce con le corna. I maggiori dettagli erano dati nella serie pornografica dove le parti che formavano il tema del racconto erano raffigurate con molto rilievo e dipinte di un bel rosso brillante. '
Qualche sera Uredekl ed io restavamo a casa con il suo piccino, Thomas. Ci intrattenevamo in cucina, una capanna di latta, separata dalle altre, dove su un focolare di pietra, alimentato da noci di cocco secche, cucinavamo nell'unica pentola metallica posseduta da Uredekl. Mangiavamo sul pavimento adoperando le dita e il povero Thomas riceveva continue sgridate perch mangiava come una gallina. I cibi erano serviti su larghe foglie, tranne quelli caldi per i quali v'erano due piatti di stagno e la scodella azzurra. La vivanda pi comune era la zuppa di pesce che Uredekl aromatizzava con i profumati limoni che abbondavano a Kayangel.
Rigovernare la cucina non era cosa preoccupante. La grossa pentola non era mai lavata e in essa si confondevano tutti i gusti. Thomas era un lavapiatti automatico e questo compito gli piaceva. Raccoglieva in fretta le foglie e i rifiuti e li gettava nel mucchio della spazzatura per esser bruciati pi tardi, poi correva sulla spiaggia coi piatti, li risciacquava nel mare (talvolta portandoli con s a fare una nuotata poich era quasi sempre nudo e perci pronto in qualsiasi momento a guazzare nell'oceano) e strofinava via l'unto con la sabbia. Dopo pranzo a Uredekl piaceva distendersi sul pavimento della cucina a riposare. Io la imitavo e pi tardi altre donne entravano e si sedevano accanto a noi, incominciando a masticare noce di betel.
Tutte le donne masticavano la noce di betel, che cresceva su alti alberi attorno alle capanne. Una volta mi ci provai anch'io. Fu la sera in cui un gruppo di indigene venne a farci visita e Uredekl mi present loro per la prima volta. Sedevamo in cucina, piuttosto impacciate. Poi durante un silenzio imbarazzante (il mio giapponese era molto incerto), una delle donne trasse dalla borsa gli accessori per masticare
il betel e mi offr una noce. Era un gesto di gentile ospitalit a cui non potevo sottrarmi, cos accettai. Ella si affrett a darmi anche la foglia verde che accompagnava la noce e sparse su quella una polverina bianca. Quando cerc di aggiungere una mezza sigaretta al tutto, opposi un educato rifiuto e arrotolando prontamente la noce nella foglia impolverata, mi cacciai tutto in bocca come avevo visto sempre fare, sforzandomi di sorridere. Le signore sembravano compiaciute e tutte incominciarono a masticare laboriosamente.
Dopo aver masticato per un po' avevo la bocca piena di saliva, e rossa come il sangue a contatto con la noce di betel. Le signore sputavano con rara perizia attraverso le fessure del pavimento, cosa che temevo di non riuscir a fare.
Uredekl mi ferm la prima volta che inghiottii:
- Non lo fate, vi sentirete molto male - Le altre assentirono e mi misero in guardia. Una schizz un getto rosso fuor dalla porta. Io, pi vicina di lei alla soglia, cercai di imitarla; ma non ci riuscii perch avevo la bocca troppo piena e sputai lasciando una larga pozza sul pavimento, come se qualcuno vi avesse versato una tazza di succo di betel.
Le donne risero bonariamente. Non cos, non cos sembrava dirmi ciascuna, facendo seguire una dimostrazione pratica della propria abilit. Disgraziatamente non ero pi in grado di prendere una lezione di sputo. Lo stomaco mi doleva da morire. Mi alzai e cercai di fare i pochi passi che mi separavano dalla porta; ma mi girava la testa; cercai a tentoni l'uscita, mi abbattei sulla soglia, sporsi fuori la testa e mi liberai dalla poltiglia rossa. Uredekl mi appoggi contro il muro e mi strofin la fronte mentre le altre mi circondavano piene di simpatia, ripetendo qualcosa che doveva voler dire: Non avrebbe dovuto inghiottire.
Dopo quest'episodio sentii che ero stata ammessa nella loro rustica societ e tutte ci sentimmo pi a nostro agio.
Nessuna mi offr pi noce di betel, tranne che per ischerzo, ma erano tutte ansiose di mostrarmi ci che v'era di pi interessante nell'isola. Mi invitarono anche a una gita nel bosco.
Le donne di Kayangel lavorano sodo. In aggiunta ai lavori domestici sgobbano per lunghe ore nel bosco a preparare la copra. Ci vuole forza e abilit per aprire e sbucciare le noci di cocco con la rapidit necessaria. Un colpo d'ascia spezza a met la noce; tre o quattro colpi di coltello separano la polpa bianca dal guscio. Mi offersi di aiutare, ma non vi dico quanti colpi d'ascia e di coltello mi occorsero per ogni noce di cocco, n dopo quante noci dovetti smettere perch avevo le mani piene di vesciche. Non mi offersi nemmeno di portare la polpa delle noci di cocco nei luoghi dove veniva stesa ad asciugare al sole: i muscoli del collo delle donne di Kayangel hanno la resistenza dell'acciaio. Ci volle tutta la mia forza soltanto per aiutare una donna a caricare un cesto pieno di noci sulla testa di un'altra che cammin per pi di un miglio per i sentieri accidentati del bosco, tenendo in equilibrio l'enorme peso mentre mi sembrava che la testa mi si incastrasse nelle spalle al solo guardarla.
Passai soltanto una giornata nel bosco in compagnia delle mie nuove amiche. Il giorno seguente l'uomo dalla calza in testa venne a prendermi per condurmi a pescare. Seppi che si chiamava Eminio e ch'era il pescatore numero uno di Kayangel. Durante tutto il mio soggiorno nell'isola mi recai con Eminio al grande banco di coralli. Di solito anche i suoi due bambini venivano con noi e remavano. Qualche volta ci accompagnava anche un vecchio pescatore. Ci dava saggi consigli su molte cose; ma era troppo vecchio per dedicarsi alla pesca subacquea e si limitava a dar la caccia ai polipi nei buchi quando l'acqua era bassa.
Pescare con l'arpione fra gli scogli del grosso banco era veramente divertente. Imparai, fra molte cose nuove, lo strano contegno di un raro plettognato. Stavo dando la caccia
a un gruppo di piccoli sferoidi maculati che non avevo mai visto prima, una specie con degli insoliti segni bruni, come una sella, sulla schiena: ne arpionai uno, poi inseguii il gruppo per prenderne un altro. Mentre nuotavo notai che uno di essi assumeva caratteri diversi; quando smetteva di nuotare drizzava un'antenna sulla testa l dove gli sferoidi non hanno antenne. Quell'esemplare mi occorreva e lo rincorsi affannosamente finch riuscii ad arpionarlo. La mia fatica ebbe la sua ricompensa: non si trattava di uno sferoide. Era un pesce-lima che imitava cos perfettamente per dimensioni, forma, colori e modo di nuotare i velenosi sferoidi e si tradiva soltanto nei rari istanti in cui sollevava la lima sulla testa.
Una volta, remando di ritorno dal banco, Eminio fece una scoperta su cui richiam la mia attenzione. Sul fondo sabbioso e bianco nuotava una larga macchia scura larga circa sei metri. Era una gigantesca manta. Dietro di lei, un'altra macchia scura pi piccola si mosse e in un attimo le due mante parvero volar via sbattendo lentamente le grandi ali, e allontanandosi velocemente.
La settimana a Kayangel pass troppo presto. Le giornate trascorse sul banco corallifero insieme ad Eminio e le serate con Uredekl e le sue amiche mi parvero sempre troppo brevi.
Fu con grande malinconia che vidi profilarsi all'orizzonte la sagoma del battello proveniente da Koror.
Non capit mai in quell'occasione n ad Eminio n a me di vedere un pesce-vacca. Vi riuscii vari mesi dopo, in modo inatteso. Ero ritornata a lavorare al Department of Animal Behavior del Museo Americano di Storia Naturale e la Direzione del Dipartimento degli Anfibi e Rettili mi fece sapere di aver ricevuto una collezione di rettili inviata da Peter Hill, da Koror. Per caso c'era anche un pesce, fra gli animali. Desideravo averlo?
Mi recai subito al Dipartimento dei Rettili e mi trovai di fronte a uno splendido esemplare di karamasus ostracione bicorne adulto! Lo stesso signor Hill l'aveva catturato in una pozza poco profonda, vicino al Memorial Station.

Note.
(1) Un plettognato della famiglia dei pesci-cofano, da non confondersi con la vacca marina o dugongo.
(2) Il succo della felicit.
(3) Pesce crudo.

Didascalia.
UN PESCE-BALESTRA MIMETIZZATO DA PESCE-PALLA VELENOSO
Fine didascalia.


A SUD DELLE ISOLE PALAU.

A SUD-EST delle Palau c' un gruppo di cinque isole. Geograficamente sembrerebbero far parte delle Indie Orientali, ma essendo le isole pi remote del gruppo delle Caroline, cadono sotto la giurisdizione del Trust Territory degli Stati Uniti. Ben poco si conosce su queste isole. La popolazione totale ammonta a meno di trecento anime e i nativi parlano un linguaggio tutto loro, che nemmeno i manuali pi perfezionati n i linguisti pi esperti potranno aiutarvi a capire.
Tre o quattro volte all'anno, dalla base di Koror, parte una nave della Marina per un giro d'ispezione e di controllo nella zona. In queste occasioni l'Island Trading Company acquista la copra e i prodotti di artigianato degli indigeni, in cambio di sigarette, t, scatolame. All'infuori di questo gli indigeni non hanno altro contatto col mondo esterno.
Ebbi la fortuna di potermi aggregare ad una di queste spedizioni di controllo. Il tenente Stille era l'incaricato degli affari durante questo viaggio, e in aggiunta alla ciurma regolare ed ai viaggiatori indigeni, accett a bordo due gesuiti e me. Shannon, il cortese comandante della nave, volle cedermi la sua cabina che, a suo dire, era dotata di un'ampia scrivania che mi avrebbe permesso di prendere indisturbata i miei appunti.
La prima fermata fu a Sonsorol, due isolette gemelle che insieme coprono un'area inferiore a un miglio quadrato. Un vasto anello di frastagliatissimi banchi coralliferi circonda ognuna delle isole e si inabissa a notevoli profondit. La nave dovette girare tutta la giornata per trovare un punto dove ancorarsi senza pericolo.
Fummo circondati da canoe a scarmi sporgenti popolate da minuscoli vogatori, coperti solo di un ridottissimo perizoma, e con quelli sbarcammo al villaggio dell'isola meridionale popolato di 120 anime.
L'accoglienza fu entusiastica. Uomini e donne si precipitarono verso padre Lewis che avevan conosciuto nei suoi viaggi precedenti, gli afferravano le mani, le annusavano inchinandosi, poi indietreggiavano facendosi il segno della croce. Padre Walter che arrivava per la prima volta alle isole, mi spieg: Dev'essere un'abitudine contratta coi primi missionari spagnoli. Il loro sentimento  quel che conta. Che essi annusino o bacino la mano, non ha alcuna importanza e cercare di correggerli potrebbe sembrare loro persino offensivo. Difatti appena padre Lewis ebbe presentato padre Walter, valendosi molto dei gesti e ripetendo la parola Padre, essi fecero lo stesso con il nuovo arrivato.
Molti degli indigeni vennero a stringere la mano anche al resto della comitiva. Gli uomini portavano brevi perizomi
o pantaloncini corti, altri indossavano pantaloni e camicia che dovevano aver fatto parte di vecchie uniformi. Le donne, sebbene a piedi nudi come gli uomini, si erano evidentemente fatte belle per accoglierci: indossavano abiti di cotone e fiori freschi passati attraverso i grossi buchi delle orecchie. Mi guardavano con molto interesse e curiosit, ma con espressione amichevole e mi parlavano gesticolando e pronunciando parole che non potevo capire. Cos come esse non compresero i semplici saluti che tentai in inglese, spagnolo e giapponese. Ma la cosa non aveva importanza. Mi cinsero la testa con una ghirlanda di grossi fiori simili a gigli, poi mi presero per le mani e mi condussero a visitare le loro case, dai tetti erbosi ed i fianchi fatti di fronde di palma di cocco, saldamente intrecciate, offrendomi latte di cocco fresco a volont; una delle poche bibite veramente rinfrescanti, anche se tiepida, quando fa molto caldo.
Volevo imparare i nomi di alcune delle donne cos, accennando a me, dissi: Genie poi puntai il dito verso ciascuna di loro con aria interrogativa. I loro occhi si accesero di comprensione e poi ognuna accenn a se stessa con un gran sorriso e disse: Obis. Mi fecero ripetere la parola parecchie volte, finch presi l'intonazione giusta. Tutte erano Obis, incluso me, ed usammo spesso questo termine.  la sola parola della loro lingua che abbia imparato. Ma credo sia anche la migliore, perch pi tardi padre Lewis mi spieg che significava amico.
Quando ritornai dalla visita alle case, padre Lewis si disponeva ad incominciare le confessioni. Gli indigeni, in coda davanti a una capanna, aspettavano di inginocchiarsi ai piedi del confessore seduto all'ombra.
- Padre Lewis capisce bene la loro lingua - osservai rivolgendomi a Stille. - Sembra proprio che intenda quello che gli dicono.
- Andate un po' pi vicina e guardate come fa - mi sugger Stille. - Feci come mi aveva detto e vidi che padre Lewis assentiva comprensivamente, mentre il nativo porgeva semplicemente le dita. Padre Walter mi spieg poi: I vecchi missionari spagnoli, che devono aver vissuto parecchi anni qui, hanno insegnato a questi indigeni i dieci Comandamenti e la Confessione. Ora, nonostante l'ostacolo della lingua, un nativo sapr dire al Padre a quale comandamento ha mancato, e quante volte, col numero delle dita ch'egli tender.
Poich il capo dei pescatori dell'isola non era cattolico quando padre Lewis incominci a recitare la Messa per i suoi devoti, ne approfittai per andare con lui a caccia di plettognati.
Catturammo per prima uno spettacoloso esemplare di pesce-balestra che pareva bardato per la Vigilia d'Ognissanti. Aveva le labbra color arancio vivo, il corpo nero con grosse macchie bianche nella parte inferiore. Non ne avevo mai veduti, ma lo riconobbi dalle illustrazioni viste sui libri giapponesi riguardanti i pesci velenosi. A gesti, chiesi al pescatore
se quella specie era commestibile e capii che lo era, almeno a Tobe. Prima di andare in acqua mi ero studiata di disegnare sulla sabbia alcuni tipi di plettognati che desideravo, ma temevo che il pescatore non mi avesse capito. Quando lo vidi arpionare questo raro pesce-balestra, prima ancora ch'io l'avessi visto, capii che non avevo bisogno di dargli altre spiegazioni.
Quel pescatore dell'isola pi primitiva delle Palau usava un tipo d'arpione pi progredito di quelli in uso nelle altre isole: l'asta e l'arpione erano separati e quest'ultimo veniva fatto scattare da una fionda di gomma legata all'asta. Funzionava benissimo in mano agli indigeni, ma in mano mia non diede alcun risultato. Poich disponevo di un tempo limitato non potevo impratichirmi e cos usai il semplice arpione che avevo con me.
Dopo un'ora di pesca tornammo al villaggio per il pranzo. La bassa marea aveva formato parecchie pozze nel banco; le inquinai col solito sistema e presi dei pesci molto simili a quelli pescati alle Palau; ma era importante avere qualche esemplare preso in un'isola dove gli ittiologi non avevano mai pescato.
La maggior parte del pomeriggio gli indigeni la trascorsero trasportando copra sulle scialuppe della nave. I sacchi erano stati ammassati in una casa-canoa sulla spiaggia, pronti per l'arrivo della nave, e le lunghe operazioni di carico mi offrirono il modo di godere di un altro pomeriggio di pesca.
Disgraziatamente la marea stava risalendo in fretta e l'acqua era molto mossa. Il miglior punto per pescare con l'arpione  dove lo scoglio frastagliato incomincia a sprofondare; ma era talmente scosceso attorno a Sonsorol che provai una sensazione di disagio quando non riuscii pi a scorgere il tuffatore indigeno e dovetti nuotare a lungo, molto lontana dall'orlo del banco per non esservi sbattuta contro dalla marea tempestosa. Il muro di corallo era uno spettacolo splendido, ma quando scrutai, attraverso l'acqua limpida lo strapiombo nel quale precipitava, mi parve di guardare gi, dall'alto di un
grattacielo, e la certezza che i pescecani dovevano aggirarsi intorno a quei banchi mi induceva a guardarmi costantemente le spalle. In una nicchia sabbiosa del banco inseguii un piccolo sferoide di una specie sconosciuta, ma ne persi le tracce quando guardando in basso, vidi un mostruoso grouper(1) di almeno quattrocento chili. Stava sulla sabbia e mi guardava con la espressione pigra e mite propria dei grossi membri della famiglia dei labri, composta tutta da pesci inoffensivi. Sarebbe stato un giochetto arpionarlo, come colpire il fianco di un granaio, ma come me la sarei cavata quando il mostro avesse incominciato a dibattersi in cima al mio debole arpione?
Continuammo ad osservarci reciprocamente; il pesce mi guardava con fredda indifferenza, mentre io lo spiavo con rispetto. Un colpo sicuro attraverso la spina dorsale e il gioco  fatto pensavo. Mentre mi guardavo attorno in cerca del pescatore mi accorsi che si formava lo schlieren nell'acqua. Emersi sotto la pioggia che cadeva e udii una voce che mi chiamava.
Era padre Walter che guardando il banco veniva verso di me.
- Stille vuole che ritorniamo tutti immediatamente a bordo. Si annuncia un uragano.
Mi graffiai le gambe per arrampicarmi di nuovo sul banco mentre i cavalloni mi spingevano velocemente contro la spiaggia. Corremmo in cerca dell'ultima scialuppa. Una, carica di copra. si capovolse sotto i nostri occhi, e la ricca polpa secca di migliaia di cocchi and a finire in fondo al mare. Lasciammo l'isola senza troppi convenevoli, con affrettati ringraziamenti e saluti ai suoi gentili abitanti.
La prossima fermata fu a Tobe, un'isola sita a tre gradi sopra l'Equatore, dove si fabbricano gli uomini-scimmia. L'Island Trading Company ha un attivissimo commercio di queste strane e tozze statuette delle isole Caroline, che vengono scolpite a centinaia dagli indigeni durante i mesi di intervallo fra i giri d'ispezione all'isola della Marina. Le figure vengono intagliate con legno di gavitello e frammenti perlacei di conchiglie, tagliati a mandorla, formano gli occhi. Al centro di questi una goccia di pece nera funziona da pupilla e l'espressione ha un che di penetrante, quasi di ipnotico per chi li guarda a lungo. (I miei familiari furono anch'essi affascinati da una di queste statuette, tutti tranne la nonna che fin per voltare la sua con faccia al muro dicendo: Non mi piacciono quegli occhi che continuano a fissarmi).
Trovammo un tempo splendido a Tobe. Andai a pescare con l'arpione con un tuffatore ed il suo bimbo e in quattro ore raccogliemmo una quantit di plettognati nel banco frastagliato ricco di pesci. Ma devo ricordare principalmente Tobe per i suoi pescecani dal dorso scuro.
Nuotavo con un carico di pesci infilato a una corda legata intorno alla vita: alcuni perdevano ancora sangue dalle ferite procurate loro dall'arpione, quando mi accorsi che un piccolo squalo mi seguiva a pochi passi di distanza. Incominciai a slacciarmi la corda e lanciai un richiamo al pescatore indigeno. Mi accorsi che pi che turbato era seccato che
lo interrompessi mentre stava arpionando un grosso pesce- lima color cioccolato. Si limit a prendere la mia corda coi pesci, a legarla alla propria, e a ritornare dov'era prima, mentre il pescecane lo seguiva annusando la sua scia. Capii allora che lo squalo non doveva esser pericoloso poich questi tuffatori sono i primi a mettervi in guardia quando un pesce- scorpione velenoso o un corallo pungente vi minacciano. Tuttavia mi spaventai quando, avvicinandomi alla spiaggia, ebbi sbarrato il cammino da un grosso esemplare della stessa specie, facilmente riconoscibile dalla punta nera delle sue pinne; tentai di girargli alla larga, ma ce n'era un altro in agguato. Poich l'acqua non era pi profonda di un metro, mi sollevai sulla punta dei piedi e, tenendo alto, fuor dell'acqua, i pesci catturati, mi avviai a testa alta verso la spiaggia mentre le grosse forme mi nuotavano intorno senza molestarmi.
L'isola pi strana fra tutte quelle visitate durante il nostro viaggio fu Merir, l'isola dove vengono esiliati gli anziani.
- Abbondano veramente i vecchi a Merir? - chiesi incredula a Stille. Avevo gi sentito dire che gli indigeni delle isole vicine portavano qui i loro parenti anziani e ve li lasciavano.
- La cosa non  cos brutta come sembra; aspettate e vedrete. L'unica parte disgraziata di Merir  il grande stagno in mezzo all'isola, un vero vivaio di zanzare, davvero fastidiose.
Come le altre volte anche qui la nave dovette attraccare lontano dalla spiaggia. Arrivati al punto che il capitano giudic sicuro, fu calata una barca per condurci a riva. Questa volta nessuna canoa di nativi ci venne incontro.
- Sarebbe meglio che vi metteste addosso qualche altra cosa: una camicetta con le maniche lunghe, se ne avete - mi avvert un marinaio mentre si aggiustava sul capo un turbante di fitta rete; Stille aveva indossato pantaloni lunghi per l'occasione. Scesi nella mia cabina a prendermi giacca e pantaloncini.
Mentre ci avvicinavamo alla spiaggia scorgemmo un leggero fumo a riva e tre vecchi in attesa di darci il benvenuto. Conducemmo la barca verso i resti di un approdo di pietra e l'ancorammo accanto ad una trappola da pesci fatta di rocce coralline in forma di una grossa freccia puntata verso il mare. Le zanzare ronzavano gi intorno. I vecchi ci aiutarono a scendere a terra e diedero a ciascuno di noi un guscio di noce di cocco fumante ed un ventaglio di foglie di palma intrecciate. Si supponeva che il fumo tenesse lontane le zanzare, ma praticamente facemmo tutta la strada fino al piccolo villaggio, saltellando e colpendoci il viso e il corpo con il ventaglio.
-  un terribile inconveniente, peggiore di qualunque altro - osserv Stille. - Porteremo bariletti di olio da versare sullo stagno la prossima volta che verremo - ma i tre vecchi camminavano indisturbati come se fossero immuni dalle punture degli insetti affamati.
Il villaggio si componeva di una mezza dozzina di piccole capanne, una delle quali era adibita a cappella. Gli abitanti di Merir erano undici, e dieci di loro assistettero alla Messa che padre Lewis celebr pi in fretta che pot: ma il fumo che saliva dai gusci di noci di cocco che i nativi avevano messo intorno all'altare per tener lontane le zanzare,
lo facevano maledettamente tossire. Inceppava parlando e grosse lagrime gli ottenebravano la vista.
Dopo la Messa un cieco ci guid verso una capanna: voleva farci conoscere l'undicesimo abitante di Merir, sua moglie, una donna di oltre ottant'anni. Giaceva stesa su una stuoia, immobile con gli occhi chiusi; una lucertola le corse gi per una spalla mentre ci avvicinavamo.
-  viva? - chiesi inghiottendo parecchie volte.
- Queste zanzare han trovato qualcosa di cui cibarsi - disse Stille, con un leggero brivido, mentre guardava le parti esposte del vecchio corpo letteralmente coperte dagli insetti. Era inutile cercare di scacciarle perch altre, pi affamate, le avrebbero rimpiazzate.
- Non le resta molto da vivere. Sono felice di essere arrivato in tempo - disse padre Lewis mentre si chinava su di lei. Incominci a pregare. La vecchia tent di sollevare una mano, sebbene continuasse a tenere gli occhi chiusi e restasse immobile. Padre Lewis le prese quella mano e l'aiut a fare il segno della croce. Il suo compagno cieco intanto, a tastoni, si era avvicinato a lei e le accarezzava i capelli gentilmente, lentamente, mentre la preghiera continuava.
- Stille, mi avevate detto che non era poi tanto brutto qui.
- Raramente la morte  un bello spettacolo, ovunque. Per caso siete arrivata in un momento disgraziato. Venite, andiamo a fare quattro chiacchiere col capo. Vi divertir.
Il capo era un tipo veramente comico. Pronunciava qualche parola d'inglese con molta esattezza ed orgoglio, e sembrava pienamente soddisfatto di affrontare il resto dei suoi giorni in quest'isola. Ci port in giro per mostrarci le varie trappole usate per prendere il pesce, ed i campicelli dove coltivavano il taro e la tapioca. A portata di mano avevano anche la frutta fresca: mango, banane e gli utilissimi alberi di cocco.
Tre vecchie sedevano in gruppo. Due intrecciavano cestini e stuoie. Guardarono in su e mi sorrisero; i loro volti erano un intreccio di rughe, e tuttavia non cos patetici come i visi dei vecchi che avevo visto prima. Ciascuno di loro, nella piccola comunit di Merir, aveva da fare un lavoro essenziale, tutti erano necessari e tutti dipendevano uno dall'altro.
- I ragazzi vogliono imbarcarsi al pi presto. Non credo che troverete una guida per condurvi a pescare qui - mi disse Stille, sollecitandomi a partire. E cos, ancora grattandoci la pelle ormai gonfia e irritata, lasciammo Merir mentre dalla riva mani rugose e smagrite, ma ancora robuste, si agitavano per salutarci.

Note.
(1) Epinephelus morio.

Didascalia.
L'autrice si dispone al tuffo a poppa di un canotto ancorato su un banco di corallo nel Mar Rosso.  munita di fucile subacqueo; un arpione  pronto per l'uso.
Fine didascalia.

Didascalia.
L'autrice su uno scoglio sommerso del banco di corallo nella Baia degli Squali, dopo aver arpionato un pesce-istrice. Il pesce  sgonfio perch  stato arpionato nel ventre. Questo pesce considerato velenoso non  commestibile; ma gli esemplari rinvenuti nel Mar Rosso non recano tracce di veleno.
Fine didascalia.

Didascalia.
Due variet di pesci-donzella molto comuni nei banchi di corallo. Il pesce senza striature  di un bel
verde smeraldino, l'altro  nero a striature bianche. Appartengono entrambi a famiglie numerosissime.
Fine didascalia.

Didascalia.
L'autrice con la maschera e un arpione dall'asta di legno, a caccia nelle zone corallifere dei Mari del Sud.
Fine didascalia.

Didascalia.
Il Dr. Carl H. Hubbs, professore di ittiologia all'istituto Oceanografico Scripps riporta a galla due polipi pescati nei crepacci delle pozze di marea presso La Jolla. Porta la maschera e indossa indumenti pesanti come si usa talvolta pescando sott'acqua nei mesi invernali.
Fine didascalia.


VIAGGIO A ULITHI.

Mi fu consentito di unirmi a un'altra ispezione della Marina, poco prima che lasciassi le Palau, diretta al gruppo di isole all'estremo nord delle Caroline: Ngulu, Fais e l'atollo di Ulithi, tre isole veramente romantiche, Lasciammo Koror coll'alta marea il 20 settembre. Conoscevo due degli altri passeggeri dal viaggio precedente: il comandante Stille, ancora incaricato degli affari dei nativi, e Padre Walter venuto per dare una guida spirituale agli abitanti di queste isole. Il trasporto della Marina era comandato dal capitano Parnell.
La prima sera di navigazione molti di noi si raccolsero a poppa per godere di un popolare passatempo serale: un film in bianco e nero vecchissimo e scadente. Era proiettato su uno schermo di grossa tela, dietro cui il sole dei tropici era tramontato in technicolor, quasi inosservato, pochi minuti prima. Per i marinai gli splendidi tramonti sul mare sono evidentemente monotoni, mentre lo spettacolo cinematografico  pi divertente. In aggiunta al film vi fu un canto corale durante il quale veniva lanciata una palla dall'uno all'altro dei marinai, e chi la riceveva doveva continuare il canto finch esso veniva ripreso dall'altro, colpito a sua volta dalla palla. Si alternarono cos le voci ora basse ora acute ora stridule di tutti i componenti la ciurma e non manc quella di padre Walter e degli altri passeggeri indigeni. Quando fu il turno delle voci femminili il mio primitivo slancio nell'unirmi al coro si trasform in un tremulo a solo mentre gli sguardi di tutti si appuntavano sull'unico esemplare del gentil sesso rappresentato da me.
Dopo lo spettacolo, padre Walter invit il comandante
Stille e me a dividere con lui una minestra fatta con brodo concentrato in dadi; ebbi cos occasione di fargli qualche domanda sulle isole che stavamo per visitare. Il comandante Stille aveva compiuto il viaggio diverse volte e conosceva i capi di tutte le isole. Per padre Walter queste erano le sue isole; contava amici fra tutti gli indigeni di cui andava imparando la lingua e in mezzo ai quali sperava di poter predicare il Vangelo per il resto della sua vita. Parlammo degli indigeni, di Dio e dei pesci per oltre un'ora, prima di andare a letto.
Il mattino seguente, alle 6,30 un colpo alla porta mi annunci la prima colazione. Mancavano alcune ore ad arrivare a Ngulu, cos, dopo colazione mi sedetti a prua ad osservare i pesci volanti schizzare di sotto la chiglia della nave.
Giungemmo in vista dell'isoletta sulla punta meridionale del grosso atollo di Ngulu alle dieci del mattino circa. L'ultimo censimento eseguito tre mesi prima registrava in quell'isola una popolazione di cinquantadue nativi. Ngulu non appariva, in distanza, diversa dalle altre isole che avevo gi visitato: dapprima una macchia di alberi di cocco all'orizzonte a circa sette miglia di distanza e, dopo venti minuti di navigazione, il villaggio di capanne di foglie. Gli indigeni dalla pelle color del caff spingevano le loro piccole canoe sul banco di corallo biancheggiante nell'acqua verde pallido e poco profonda, con i suoi frastagliatissimi contorni. Oltrepassato il banco, remavano con le pagaie nel mare azzurro cupo per venir incontro alla nave a darci il benvenuto. Non ero pi capace di rimanere a bordo e scesi nella prima canoa diretta alla spiaggia.
A differenza delle altre isole, a Ngulu non si vendeva copra. La maggior produzione dell'isola era data dalle statuette scolpite nel legno che Ylsland Trading Company chiamava uomini-rana, e che in realt raffiguravano piccole donne gravide, dal viso triangolare e dalle grosse sopracciglia, simboleggianti la fertilit. Ve n'erano a centinaia di tutte le dimensioni, allineate sulla spiaggia. Alcune erano intagliate con gran cura con segni interessanti e arditi, altre apparivano abbozzate di premura, per sopperire alla forte richiesta dell'T. T. C., che le rivendeva a Koror come se fossero frittelle. Con saggio criterio il comandante Stille acquistava soltanto le figure scolpite bene e coi suoi modi gentili ma decisi, ed esprimendosi in inglese e a gesti, faceva capire ai nativi ch'egli teneva alla qualit pi che alla quantit.
Gli indigeni ci dimostravano aperta amicizia e confidenza. Le donne e i bambini mi si accostavano battendomi sulle
braccia e prendendomi per mano. Probabilmente siete la prima donna bianca che vedono ridacchi Stille. Le donne si interessavano molto del mio costume da bagno e curiose e divertite ne toccavano il tessuto a colori vivaci. Stille consult un interprete e poi mi rifer: Pensano che i vostri calzoncini sono indecenti e il reggipetto superfluo. Non capii se stesse scherzando o meno: certo i miei indumenti erano in netto contrasto coi loro. Le donne e le ragazze indossavano pesanti e voluminose sottane fatte di erbe intrecciate che scendevano fin quasi alle caviglie; alcune avevano foglie e fiori attorno al capo o infilati nei larghi buchi ai lobi delle orecchie. Le gonne emanavano il gradevole odore dell'erba secca, cosa piacevolissima fra questa gente, che considera il sapone e la tela generi rari e di lusso, e trova pi semplice gettar via gli abiti sudici e intrecciarsi una nuova sottana.
Una ragazzina aveva le guance e la fronte dipinte d'un color arancio rossastro; ma i capelli tagliati corti come quelli dei maschi.
- Ci aiuta a tener lontani i pidocchi - mi dissero. La ragazzina che soprannominai Rossa mi prese per mano e non mi lasci finch andai a pescare. Mi condusse a passeggiare per il villaggio, che appariva ben pulito e pronto per l'ispezione sanitaria di Stille. Alcune delle capanne fatte di foglie, avevano le fondamenta di pietra e di legno, e quasi tutte le strade e le aree che circondavano le capanne, erano coperte di ciottoli di corallo bianco. Le immondizie raccolte con cura in larghe buche venivano bruciate di tanto in tanto per esser poi sotterrate. Questi erano gli insegnamenti che impartiva la Marina e che i nativi accettavano con obbedienza perch miravano evidentemente al loro benessere. Durante l'alta marea, Stille tratt per mio conto con due pescatori di Ngulu, che parlavano giapponese, cos mi staccai dalla Rossa e andai con loro sul banco corallifero.
La marea incominciava a decrescere, ma si riusciva ancor bene ad arpionare il pesce. Incominciammo dal lato nord dell'isola e ci spostammo verso ovest. Il banco frangiato attorno all'isola era il pi bello che avessi mai visto. Coralli colorati crescevano abbondantemente vicino alla spiaggia e intorno la ricca flora e la fauna che solitamente si trovano soltanto sul lato esterno dei banchi frastagliati. Ci probabilmente dipendeva dal fatto che il banco attorno all'isola scendeva meno bruscamente verso il mare profondo che lo circondava e molti crepacci interrompevano il banco a intervalli frequenti. Ne trovammo uno a pochi metri dalla spiaggia che strapiombava bruscamente in profondit e lo seguimmo gradatamente sprofondando a circa quindici metri fino a raggiungere il limite del banco, dove si apriva uno spazioso giardino di coralli sottomarini.
Il pi giovane dei miei pescatori si graffi un braccio contro un ramo di corallo mentre dava la caccia a un piccolo sferoide maculato e velenoso. Ritenendo che non valeva la pena di correr rischi per quei pesci che soltanto a me interessavano disse di esser troppo stanco per continuare. Il pi anziano, pi abile, mostr invece di aver capito lo strano assortimento ch'io volevo, e seguit per diverse ore, ridendo di cuore quando mi entusiasmavo per qualche pesciolino che rappresentava un raro esemplare per la mia collezione, ma che a lui sembrava assolutamente insignificante. A un certo momento scorgemmo un grosso pesce-balestra di un bel color arancione, il pi grosso che avessi mai visto e d'una specie che ancora non avevo catturato. Glielo indicai eccitata e, attraverso il vetro della maschera, vidi il pescatore scattare dietro l'animale che rappresentava per lui quasi una sfida. Il pesce nuot verso il basso, fuori dalla nostra nicchia, dove il banco sprofondava. L'uomo si tuff dietro di lui con l'arpione in posizione di tiro. Era sceso a circa sei metri quando un grosso pescecane incominci lentamente a nuotare sulla sua scia. Egli vide lo squalo, ma senza manifestare alcun segno di paura torn a galla, prese fiato e s'immerse pi profondamente, nel medesimo punto per recuperare l'arpione che aveva mancato il bersaglio. Il pescecane era lungo quasi due metri e mezzo ed io ero sempre pi inquieta per il suo ritorno quando improvvisamente scorsi due barracuda, ciascuno lungo un metro e venti che avanzavano alla mia destra.
Non avevo mai trovato barracuda fra i banchi coralliferi del Pacfico ed era la prima volta che ne vedevo di quella grossezza cos da vicino, sott'acqua. Il mio pescatore inseguiva sempre il pesce-balestra color arancio dietro una parete di corallo ed era fuor di vista. Ricordai una discussione da salotto in cui avevo affermato che, secondo me, i barracuda non attaccano un corpo grosso come quello dell'uomo e che, quando lo fanno, non  perch vedono la forma nel suo insieme, ma sono attratti da qualche piccola zona chiara, il palmo di una mano o le piante dei piedi in movimento, che spiccano su un corpo completamente scuro. Anche anelli o braccialetti scintillanti li attirano in modo particolare. Non si catturano forse i barracuda con piccole esche lucide attaccate a un amo? Mentre spostavo l'acqua osservando le due forme minacciose, mi ricordai d'essere profondamente abbronzata e di indossare un costume da bagno nero e scarpe gommate nere, e nessun gioiello: cercavo per di muovermi il meno possibile perch nessuno di questi pensieri mi confortava.
I barracuda erano fermi a circa sei metri da me e si riposavano immobili quasi alla superficie. Io indietreggiavo cautamente verso i margini di una parete di corallo osservando attraverso la maschera i due pesci dai denti acuminati e desiderando ardentemente il ritorno del pescatore. Avvertii un forte sciacquio nell'acqua dietro di me; trasalii terrorizzata e mi voltai. Tra le bolle d'aria nell'acqua smossa vidi la parte inferiore, ignuda, di una ragazza che si era tuffata dallo scafo di una canoa. Emersi con la maschera sopra il pelo dell'acqua e vidi il viso dipinto della Rossa che mi sorrideva. Che vista confortante! Stava appesa al fianco della
canoa nella quale aveva lasciato la grossa sottana di erbe intrecciate. Fui felice di vederla ed ella lo sent e nuot allegramente verso di me. Accennai ai barracuda, prima di rendermi conto che ella non poteva scorgerli senza maschera n occhiali da nuoto. Le feci segno di arrampicarsi nella barca e dopo un ultimo sguardo alle grosse forme d'argento, ancora nella nicchia, la seguii prontamente. A qualche distanza vidi il mio pescatore venir a galla a respirare. Lo chiamammo, ma quando tornai a guardare, i barracuda se n'erano andati, e la sua unica reazione alla mia descrizione delle bestie, fu un sogghigno e la confortante frase giapponese: - Abunakunai (non sono pericolosi).
Conducemmo la canoa ben distante dalla nicchia e continuammo a pescare. Tornando al villaggio trovammo Stille ansiosi d'imbarcarsi e ci separammo in fretta. Pagai il solito scotto al mio pescatore facendogli dono di qualche sigaretta; alla Rossa regalai alcuni dolci e della gomma da masticare. Tornata sulla nave e pronta a salpare da Ngulu, vidi nel gruppo di canoe che si dondolavano attorno alla poppa, la Rossa e il mio pescatore che agitavano la mano in un ultimo addio. Commovente premura per una conoscenza che datava da meno di un giorno e basata soltanto sullo scambio di qualche frase in un giapponese incerto e stentato.
Arrivammo a Fais quasi a mezzogiorno del giorno seguente. I nativi ci vennero incontro in grosse canoe dagli scalmi sporgenti, dipinte in color arancio brillante e nero. Quando giungemmo alla spiaggia, tutti i grossi capi dell'isola stavano seduti a gambe incrociate di fronte a un grosso abai dal tetto coperto d'erba. Stille mi present ed io strinsi la mano a ciascuno di loro mentre ci scambiavamo delle occhiate di curiosit. Apparivano tutti seri e immobili come idoli, offrendo un superbo spettacolo: con i loro corpi pesantemente tatuati, dal collo in gi, a strisce verticali e disegni di vario tipo, in alcuni dei quali identificai dei pesci. Uno dei vecchi capi si era evidentemente tinti i capelli grigi e la barba con la stessa gradazione di arancio che la Rossa di Ngulu usava per il viso.
Non si mossero per la maggior parte del giorno; ma chiacchierarono con noi (due parlavano un po' l'inglese), fumarono delle sigarette che Stille aveva portato con s, dirigendo i lavori degli altri uomini affaccendati a trasportare copra, a portarci latte di cocco da bere e a servire i capi. Oltre che dai tatuaggi pi elaborati e dalla foggia dei capelli, molti dei capi si distinguevano dai loro sudditi per il corpo pesante, il ventre enorme, i fianchi cascanti e arrotondati, in netto contrasto con le figure asciutte, lisce e muscolose dei lavoratori.
Mi prese la curiosit di vedere le donne di quell'isola. Stille e padre Walter mi avevano detto che invece delle sottane d'erba, le donne adulte di qui portavano delle complicate sottane di tessuto a mano, chiamate lava-laps(1). Ma dopo un'ora di permanenza nell'isola donne in giro non se n'erano viste. Pi tardi notai che, una alla volta, sbucavano da dietro un albero di cocco, camminando in una strana posizione prostrata, con il dorso quasi parallelo al terreno. Stille mi disse che dovevano camminare cos in presenza degli uomini: una legge di ossequio femminile in quell'isola, che io stavo impudentemente infrangendo! L'ignoranza dell'uso non poteva essere una scusa, ma i capi furono indulgenti con me e non ebbero l'aria di volermelo rimproverare.
Mi avvicinai ad alcune delle donne sedute sotto gli alberi e presto una grossa folla femminile mi si fece attorno. Nessuna parlava giapponese. Iniziai una conversazione a segni che fu simpaticamente accompagnata da sogghigni e risate, e le donne mi imitarono finch sembr che stessimo facendo un gioco di sciarade.
Molte delle donne pi anziane erano tatuate e cariche di bracciali, collane di perline e cinture. Le cinture sostenevano gonne multicolori a pieghe rigide drappeggiate in modo che, aprendosi sul davanti, formavano una specie di frangia molto garbata. Ogni donna aveva con s un portafogli di proporzioni notevoli fatto di foglie di cocco intrecciate e contenente quelle cianfrusaglie che, credo, tutte le donne sogliono portare in giro: tinture per il viso, sigarette, e simili.
Facendo il giro dell'isola ci avvicinammo a una grossa capanna d'erba chiusa ai due lati da un alto steccato che si prolungava fino alla spiaggia andando a finire in mare.
- Voi potete entrare, se volete, ma noi dobbiamo aspettare qui - mi disse Stille misteriosamente. Incidentalmente, padre Walter aggiunse:  la casa mestruale delle donne. Seppi cos che in quel determinato periodo le donne vivono separate dagli uomini, in quartieri isolati, dove non hanno nulla da fare e sono assistite e servite da altre donne alternandosi fra loro secondo le loro lune. Le donne accolgono felici questo periodo di riposo in cui possono starsene a chiacchierare fra loro sfuggendo al consueto lavoro e spesso truffano qualche giornata extra. Questa casa di segregazione fa parte di una vecchia usanza che si dice inducesse i mariti, gelosi del privilegio, a costruire per loro il primo abai dove soltanto gli uomini possono riunirsi e darsi bel tempo.
All'interno la casa appariva ricca di comodit. Soffici stuoie erano allineate sul pavimento. Una donna era seduta su un guscio aperto di cocco che probabilmente era il materiale pi assorbente che possedessero. Altre intessevano sottane di paglia tinta in un rosso brillante. Mi spiegarono come facevano a tessere e mi offrirono il pesce affumicato che stavano mangiando.
Il gran capo mi offerse i suoi due migliori pescatori per aiutarmi. Trascorremmo delle ore divertenti a cacciare con l'arpione al limite del banco corallifero. Quando ritornammo, tutta la copra era stata caricata sulla nave, la Messa e le confessioni erano terminate e gli affari dei nativi conclusi. I capi proposero di organizzare un ballo per noi, quella sera. Ci fermammo per cenare, a base di frutta, pesce e banane, insieme agli indigeni e poi ebbe inizio lo spettacolo. Era ormai notte ed un grosso fal fu acceso sulla spiaggia, di fronte all'abai. L'aria era fresca e umida. Avevo dato il mio abito alla moglie di un capo che con le altre donne aveva apprezzato i vivaci colori stampati sul cotone ed ero rimasta col solo costume da bagno ancora umido indosso. Colsi l'occasione per spingere la mia stuoia in un punto caldo e asciutto accanto al fuoco.
Gli uomini, mi dissero, non avrebbero danzato perch erano stanchi per aver trasportato i grossi sacchi di copra, ma le donne erano pronte e desiderose di esibirsi. Si allinearono formando una fila di quindici. La donna al centro della fila era la pi anziana ed evidentemente quella che guidava e conosceva meglio le danze. I seni liberi apparivano pi alti e fermi man mano che si andava verso la fine della linea, dove le ragazze supplivano con la bellezza la loro minor esperienza nel ballo.
La danza incominci e le donne si misero a battere i piedi al ritmo di un languido canto: esse si muovevano appena dal loro posto, ma giravano su se stesse, prima da una parte, poi dall'altra e talvolta in tondo. Le loro braccia pendevano quasi sempre abbandonate, ma talvolta si agitavano in movimenti sincroni a quelli del corpo o si muovevano come quelle delle bambole di stracci, battendo sulle cosce e le natiche. Le ragazze in fondo alla fila perdevano il tempo nel girare ed era chiaro che inventavano le parole del canto; ma le loro improvvisazioni avevano un infinito fascino specialmente per Stille. Padre Walter, abituato a queste danze nella sua isola nativa di Yap, giocava coi bambini ed era lo spettatore pi distratto di quella selvaggia danza al chiarore del fal. L'eccitamento aumentava mentre il canto saliva di tono e d'intensit terminando infine in un grido sincrono di tutto il gruppo.
Applaudimmo con entusiasmo. Alcune delle danzatrici si comportavano come se noi non ci fossimo; poche osavano
guardare dalla nostra parte e poi ridacchiavano, conscie di essere osservate. Poi tutti gli occhi si appuntarono sulla donna, ch'era al centro, che diede il segnale della ripresa, ed incominci una seconda danza. Le donne avevano preparato un certo numero di bis, alla fine dei quali scomparvero tutte e i fal, con perfetta tempestivit, si abbassarono diventando brace incandescente.
Nell'oscurit salutammo tutti, ringraziammo i capi e ce ne ritornammo a bordo; senza voler assistere alla pellicola Western che si proiettava, preferimmo andar presto a dormire dopo aver preso un brodo allestito coi soliti dadi da padre Walter.
Il giorno seguente giungemmo a quell'atollo a forma di salsiccia chiamato Ulithi. Ulithi  composta di quarantanove isole, ma soltanto sette di esse risultano abitate. Su ciascuna di queste i villaggi sono comandati da uno o pi capi, ma il superno comandante degli ulithiani - il capo dei capi -  il re Ueg.
Il primo scalo fu all'isola di Mog Mog, residenza del re. Non avrei mai immaginato che al mio primo incontro con un re sarei stata a piedi nudi, con le treccine umide e il costume da bagno, e che un re mi avrebbe accolta in abiti altrettanto succinti.
Eravamo da poco sbarcati all'isola quando corse voce che il re stava per arrivare. Avevo sentito dire che Ueg era stato vittima della poliomielite alcuni anni addietro ed ora non poteva camminare, perci mi aspettavo di vederlo su una portantina regale, trasportato a braccia dai suoi sudditi. Arriv seduto in un vagoncino dalle ruote di gomma, trainato da un solo indiano. Il vagoncino regale era piuttosto strano e le gambe ripiegate del suo occupante offrivano un triste spettacolo; ma il viso di Ueg era veramente regale: un bel naso affilato dalle narici forti, acuti occhi azzurri, sopracciglia arcuate e folte, capelli neri ricciuti. I contorni del volto erano belli, il re appariva dignitoso, saggio e gentile; sebbene la sua espressione fosse quasi sempre solenne, quando sorrideva lo faceva con sincerit e calore. Come gli altri capi di Fais era tatuato e portava un semplice pettine fra i capelli, nessun'altro segno di regalit.
Restammo a Ulithi pi di quattro giorni, e visitammo oltre Mog Mog anche le isole di Asor e Fassari. Il re Ueg venne con noi e su ciascuna isola comandava al miglior pescatore con l'arpione di mettersi a mia disposizione. File di baraccamenti militari semi-distrutti, un ricordo dei giorni della Seconda guerra mondiale, quando la Marina teneva su questo atollo una vasta base, marcivano fra gli alberi di cocco, specialmente ad Asor, la pi ricca di queste visioni, sgradevoli quanto insolite, in un'isola tropicale.
Buona parte delle mie giornate le passavo nel punto meno colpito dalla guerra e pi bello dei Mari del Sud: nel giardino dei coralli e delle alghe, fiorito dalle teste piumate degli anellidi e degli anemoni di mare di un metro di diametro.
Ulithi fu l'ultima tappa delle mie esplorazioni subacquee nel Pacifico. Da l tornammo direttamente a Koror dove, dopo alcuni giorni passati a imballare tutti i miei esemplari, iniziai il mio viaggio di ritorno a New York in aeroplano.
Nelle vetrine del mio laboratorio al Museo Americano di Storia Naturale c' un gruppo di pesci dall'aria piuttosto stupida, che molti giudicheranno inconcludenti; ma quando io esamino lo sbiadito esemplare segnato sull'etichetta come: Paraluteres prionurus, banco corallifero a nord-ovest di Kayangel, 4 settembre 1949, ricordo un pesce molto simile a uno sferoide dai vividi colori, che faceva capolino fra grossi coralli a forma di fungo, e il ricordo si allaccia all'inseguimento di quell'ambiguo pesce-lima e alla gioia di averlo finalmente arpionato, mentre si disegna nella memoria il profilo di un'incantevole isola dei Mari del Sud a novemila miglia di distanza...
Mi  stato chiesto molte volte se, viaggiando sola per le isole del Pacifico ed altri luoghi remoti non sia mai incorsa in qualche difficolt con l'altro sesso. Una volta, dopo aver ascoltato una mia conferenza sulle esplorazioni nel Pacifico, una donna mi chiese testualmente se nei miei viaggi portavo con me qualche arma per proteggermi e risparmiarmi una sorte peggiore della morte. Un'altra volta, a della gente che voleva sapere come mi difendevo nei casi disperati, dissi che ero un'esperta di judo e che usavo questo mezzo per trattare con gli uomini. Mi presero sul serio! Ammetto di essere stata fortunata, ma non posso credere che un uomo, in condizioni normali (ch'egli sia un isolano dei Mari del Sud, un marinaio della Marina statunitense o qualsiasi altro straniero), non sappia rispettare una donna che non invita ad essere molestata e che fa chiaramente capire di essere soltanto occupata a svolgere il proprio lavoro. Il mio peggiore, e praticamente il solo scontro con un importuno, non meriterebbe di esser ricordato, ma ve lo racconter brevemente, come esempio dell'unica situazione spiacevole nella quale mi sia trovata durante i miei viaggi.
Dovevo andare a pescare in una localit fuori mano su un'isola del Pacifico, non importa quale. Sebbene lo avessi desiderato io, e non avessi alcun timore di andarmene sola, gli ufficiali della Marina decisero che un certo signor X, persona degna d'ogni fiducia, dovesse accompagnarmi per proteggermi dagli indigeni.
Mi intesi invece benissimo con loro e ce ne andammo a pescare nell'acqua bassa mentre il signor X, che non volle unirsi a noi, rimase a sedere, molto infastidito, sotto il sole ardente. Vennero alcuni indigeni per invitarlo a bere con loro offrendogli preziose bottiglie e quando io ebbi finito di pescare, il signor X aveva gli occhi rossi, barcollava e si dimostr spiacevolmente aggressivo. Riuscii per a liberarmi di lui e i pescatori che erano nelle vicinanze mi diedero tutta la protezione di cui avevo bisogno. Il signor X rinsav prontamente dopo un bagno improvviso nell'acqua di mare, e tornato alla normalit, riprese il suo contegno di perfetto gentiluomo.

Note.
(1) Involucri o coltri.

Didascalia.
Un UOMO-RANA DI Ngulu
Fine didascalia.


VERSO L'EGITTO.

NEL 1950, mentre il mio progetto di ricerche presentato al Department of Animal Behavior si avviava ad una felice soluzione, sentii dire che sotto gli auspici del Fulbright Bill studenti e professori potevano essere inviati in vari paesi del mondo per perfezionarsi nelle loro specialit. Fra questi paesi era elencato l'Egitto.
Avevo appena letto un saggio sulle strane relazioni fra il piccolo pesce-clown e il potere paralizzante dell'anemone di mare, fra i cui tentacoli egli vive. Lo studio era stato fatto in un laboratorio di Marina sulla costa egiziana del Mar Rosso dal suo direttore, dottor H. A. F. Gohar Bey. Non sapevo se vi fossero i mezzi adatti per fare delle ricerche marine, laggi; ma mentre leggevo del pesce-clown egiziano mi colp la notevole rassomiglianza di questo esemplare del Mar Rosso con quello del Pacifico tropicale.
Il piccolo pesce a strisce marrone e arancio, raffigurato nell'articolo del dottor Gohar, era del genere di quelli che avevo visto fra i banchi coralliferi della Micronesia e mi ricordai che ogni volta che scoprivo questo grazioso pesce e gli nuotavo accanto, esso mi conduceva verso un anemone di mare rosa pallido o color lavanda, molto somigliante a un crisantemo. Talvolta un solo anemone ospitava parecchi di questi pesci-clown, che sfrecciavano dentro e fuori dai suoi tentacoli come api in cerca di miele su un gigantesco fiore. Ma se mi avvicinavo molto a questi commensali(1), il pesce si rannicchiava profondamente fra i tentacoli del suo
fiore e vi restava tranquillamente nascosto. In quel rifugio il pesce-clown era al sicuro dei suoi nemici naturali che sarebbero stati senz'altro inghiottiti e paralizzati dall'anemone; ma costituivano tuttavia un bersaglio pietosamente facile per un cacciatore armato di arpione.
Dunque i medesimi pesci-clown e gli stessi anemoni vivevano anche nel Mar Rosso! Allora ricordai che molti dei plettognati del Pacifico tropicale erano stati originariamente descritti dai primi ittiologi tedeschi che avevano fatto collezione di pesci nel Mar Rosso. Incominciai a leggere molto su questo mare e la sua unica stazione Biologica Marina. Con mia grande sorpresa appresi che in pratica, da oltre settantanni, non era stata fatta alcuna relazione scientifica sui pesci del Mar Rosso, e che i musei del nostro paese non possedevano alcun esemplare rappresentativo di questa zona. Il lavoro del dottor Gohar era basato principalmente sui coralli, piuttosto che sui pesci. Che rara occasione per gli ittiologi moderni se l'organizzazione Fulbright si fosse presa la responsabilit di uno studio sui pesci in questo mare vergine. E che occasione per me di paragonare i pesci del Pacifico con quelli del Mar Rosso!
Scrissi al dottor Gohar in Egitto; mi rispose che la stazione Biologica Marina di Ghardaca sul Mar Rosso offriva tutto il suo appoggio agli scienziati in visita, e un americano che andasse a studiare la vita dei pesci sarebbe stato ben accetto. Il dottor Lonard Schultz m'inform che il Museo Nazionale degli Stati Uniti desiderava assicurarsi una collezione di pesci del Mar Rosso e si sarebbe occupato del trasporto di tutto il materiale che fossi riuscita a raccogliere. Il dottor Halstead, direttore del programma di ricerche sui pesci velenosi e incaricato della Marina, alla Scuola per la Medicina Preventiva e Tropicale della California, si offr di analizzare tutti gli esemplari dei pesci velenosi che avessi catturati nel Mar Rosso.
Tracciai un programma avente come principale obbiettivo la collezione e lo studio dei plettognati del Mar Rosso e di altri pesci velenosi; inviai la proposta alla Direzione dell'Organizzazione Fulbright e attesi la risposta.
Nel frattempo per era entrato in scena un nuovo elemento a complicare le cose. ILIAS THEMISTOCLES PAPAKONSTANTINOU aveva una firma che, una volta decifrata, faceva sembrare banali i pi complicati nomi scientifici dei pesci; inoltre possedeva una personalit che poteva destare l'interessamento di un'ittiologa, anche all'infuori dei pesci.
Era un giovane medico che aveva dimostrato interesse per il mio lavoro, un interesse superiore a quello di qualsiasi altro uomo che avessi mai incontrato. Non si risentiva per gli strani studi che mi assorbivano. Da lui, non udii mai quelle osservazioni impazienti a cui ero avvezza, come: Non voglio far la parte del secondo violino davanti a dei pesci!. Ilias era nato e cresciuto in Grecia, ma aveva studiato medicina in Austria. Il suo inglese era colorito da una bizzarra e divertente mescolanza di accenti greci e tedeschi. Come la maggior parte degli studenti europei, sapeva leggere un certo numero di lingue e mi fu di grande aiuto quando dovetti consultare delle relazioni scientifiche sui giornali stranieri; i complicati nomi tecnici di pesci, spesso derivati dal greco, non presentavano per lui alcuna difficolt.
V'erano sere in cui, avendo io il tempo misurato, i nostri incontri erano basati sulla traduzione di un articolo di ittiologia, su una serie di numeri che io gli dettavo e che egli scriveva manovrando una calcolatrice mentre concretavamo i dati per il mio lavoro sperimentale al Department of Animal Behavior. Il guardiano notturno del Museo, facendo il giro di ronda nelle prime ore del mattino, scuoteva il capo guardandoci e pensando probabilmente Ai miei tempi i giovani andavano a ballare o al cinematografo.... In cambio io non osavo protestare quando ero costretta a passare delle intere serate nell'atrio dell'ospedale St. Clare in attesa che Ilias finisse di lavorare.
- Per questa appendicotomia non ci vorranno pi di venti minuti - mi disse la sera in cui arriv un caso 'urgente, e poi, tre ore dopo: - Pensa, Genielein, gli abbiamo trovato un vecchio proiettile nell'intestino.
Il mio progetto di andarmene in Egitto per un anno port le cose ad una soluzione per me veramente inattesa. All'arrivo della conferma della borsa di studio concessa dal Fulbright Ilias si dimostr molto lieto.
-  una cosa magnifica andar a studiare i pesci nel
Mar Rosso! Potrai far tappa ad Atene per conoscere i miei genitori.
Arrivai al Cairo alla Vigilia di Natale del 1950. Due settimane dopo vidi per la prima volta quella che doveva essere la mia casa per tutto un anno: la graziosa stazioncina Biologica Marina di Ghardaca, un luogo isolato ai margini orientali del deserto libico, dove le grandi distese sabbiose finivano bruscamente ed incominciava l'azzurra immensit del Mar Rosso.

Note.
(1) Animali che vivono in comunanza o sul corpo di un altro senza essere parassiti.


STAZIONE MARINA NEL DESERTO.

ALLUNGAI il collo per guardare dal basso una creatura eretta, alta tre metri e trenta, dall'aria stranamente vacua. I piccoli occhi, molto distanti fra loro ai lati della testa, si scorgevano appena, e soltanto dopo un attento esame; gli avambracci sembravano pinne (sebbene la loro anatomia scheletrica indicasse la degenerazione di dita ancestrali) e sotto ognuna c'era una grossa mammella pi che sufficiente per allattare i piccoli. Il grosso corpo liscio si affusolava verso il fondo in una pinna caudale ben sviluppata, molto simile a un arpione da caccia alla balena. La testa era calva ed i soli peli notevoli erano dei ciuffi di setole attorno alla bocca.
- Quella - mi disse il dottor Gohar -  la sirena. Si pensava che le sirene fossero estinte nel Mar Rosso, finch non ne pescammo una con le nostre reti. - Gli occhi azzurri di Gohar scintillavano allegramente malgrado la solennit della barba castana brizzolata e severa.
Quella che stavamo guardando nel piccolo museo della Stazione Marina era una gigantesca femmina di vacca marina
o dugongo, talvolta chiamata sirena. Il dottor Gohar preferiva quest'ultimo nome perch gli piaceva creare nei visitatori l'attesa di una romantica bellezza e sorprenderli poi con lo spettacolo di quella mostruosit.
Se da questo strano mostro aveva avuto origine la leggenda sulle sirene, come pensa il dottor Gohar, i marinai che la videro per primi e mostrarono di apprezzarla dovevano aver da tempo dimenticata la vera forma femminile! Sotto certi aspetti per la bestia pu suggerire qualche richiamo
alla femminilit. Persino il suo nome arabo, arus el bahr, significa sposa del mare. Se  vero che  uno dei pi grossi e stupefacenti abitanti del Mar Rosso,  per anche vero che  soltanto uno fra le centinaia di altri pesci egualmente interessanti.
Il Mar Rosso  unico fra tutti i mari.  l'estremo punto a nord-ovest delle acque tropicali dell'Indo-Pacifico, assai diverso dal Mediterraneo col quale  artificialmente unito dal piccolo Canale di Suez, legame che ha reso possibile un piccolo scambio, fra i due mari, delle specie pi adattabili. Questo scambio  per assai limitato dalle diversissime condizioni esistenti fra il Mediterraneo temperato, il Mar Rosso tropicale e i laghi d'acqua marina fangosa del canale stesso, che formano una barriera ecologica.
Un tipico esemplare del Mediterraneo paragonato ad altro eguale del Mar Rosso, rivela, anche all'occhio del profano, un'enorme diversit, bench soltanto un centinaio di miglia separino le acque da cui vennero pescati. Ma confrontate invece un campione di pesci di Ghardaqa con un altro proveniente dalle Hawaii - a dodicimila miglia di distanza
- (a volo d'ape e non a nuoto di pesce) e troverete tali affinit che occorrer l'esame di un esperto per scoprire le vere differenze; poich il blennio che salta in giro alle pozze di marea delle Hawaii, si comporta allo stesso modo nel Mar Rosso; il pi comune fra gli sferoidi velenosi delle Hawaii presenta
lo stesso pericolo nel Mar Rosso.
Per, un attento studio, rivela che i processi evolutivi causano delle distinzioni nella vita relativamente isolata del Mar Rosso. Tali distinzioni si sono operate attraverso le migliaia d'anni in cui questo mare  stato quasi tagliato fuori dalle acque madri dell'Oceano Indiano, il solo trait d'union essendo allora lo stretto di Ba-el-Mandeb, un passaggio profondo soltanto un centinaio di metri, all'estremo sud del Mar Rosso.
Soltanto il dieci per cento delle specie di pesci che si trovano nel Mar Rosso  specifico a questo mare. Una altra forte percentuale mostra gli stadi intermedi dell'evoluzione dei pesci dell'Indo-Pacifico in quelli strani del Mar Rosso e le loro speciali condizioni ecologiche. Posto nel centro di un clima arido dove l'evaporazione della superficie dell'acqua supera abbondantemente la scarsa caduta delle pioggie, il Mar Rosso  un grande bacino salato a temperatura eccezionalmente alta, ad alto grado salino. A differenza di altri mari, nel Mar Rosso non si versa alcun fiume. Sebbene la profondit media delle acque costiere che giungono fino al limite dei banchi coralliferi, sia di circa settecento metri, in alcuni punti il frastagliamento sotterraneo sprofonda a pi di duemila metri. E in queste straordinarie vallate la temperatura  incredibilmente calda in contrasto cogli altri mari dove le zone a tali profondit sono gelide.
Il Mar Rosso con la sua fauna limitata e strana ecologia, i suoi dinamici mutamenti,  una sfida costante al biologo bench sia stato relativamente trascurato dai biologi moderni, che troverebbero alla Stazione Biologica di Ghardaqa, ogni possibile opportunit di studio.
La Stazione sorge a quattro miglia dal villaggio di Ghardaqa. Gli uffici, una ricca biblioteca, il museo, il deposito macchinario e le villette di abitazione per gli scienziati in visita e quelle per le famiglie del personale fisso, sono sparse qua e l per il deserto, e formano una piccola comunit.
La parte che incanta i visitatori  situata in fondo a una banchina che si estende oltre i margini del bacino del Mar Rosso; qui sono collocati i piccoli laboratori, molto vicini l'uno all'altro, con acquari di vetro e di pietra per conservarvi gli esemplari vivi. In un acquario, un pesce clown, nascosto in un gigantesco anemone di mare, tenta di adescare altri pesci per portarli fra i tentacoli mortali, ove soltanto due ospiti: il pesce-clown ed uno speciale pesce-donzella nero possono ritenersi al sicuro. In un altro acquario un gruppo di anemoni gessili si mettono improvvisamente in cammino: guardando meglio ci si accorge che si fanno semplicemente trasportare dal guscio di un gambero e lo ripagano per il trasporto e per il cibo che il gambero elargisce loro, proteggendolo con quel travestimento che lo trasforma in corolla ambulante. In un altro angolo le teste pulsanti di un gruppo di morbidi coralli xenidi agitano i lunghi peduncoli terminanti in corti tentacoli, come centinaia di braccia tese dalle mani articolate che aprono e chiudono la punta delle dita. Una gallinella, con le piume aperte come la coda di un pavone, nuota con lentezza; soltanto toccandola si avverte la punta delle spine nascoste, di questo velenoso scorpione del mare. Un gobio vi guata da sotto una pietra; e su questa pietra striscia una splendida massa di gelatina di un rosso rosato con un anello di delicate piume bianche ad un'estremit. Se la raccogliete e passate la mano sulla soffice massa gelatinosa essa si apre come la sottana a corolla di una ballerina; poi. tornata nell'acqua, nuota nell'acquario danzando, con movimenti ondulatori pieni di ritmo e di grazia, come fosse indossata da un'invisibile danzatrice. Non fa meraviglia se i nativi hanno chiamato Bedia questa lumaca di mare, dal nome della pi famosa danzatrice egiziana.
Col microscopio si osservano le migliaia di larve trocophore roteare entro piccole capsule uscite da una rosetta a nastro che Bedia aveva depositato in un angolo dell'acquario la settimana precedente. Distogliete gli occhi dal microscopio e affacciatevi alla finestra: ecco la mostruosa manta, seguita da una mezza dozzina di piccoli pescecani, e il pesce- sega con una sega a doppia dentellatura pi lunga del vostro braccio, e la razza chiodata e il pesce-chitarra e centinaia di altri fantastici abitanti delle profondit marine che vivono nell'ampio stagno all'aperto, accanto ai laboratori.
Se amate il nuoto, potete tuffarvi dal fondo del molo, nel mare aperto di un limpido azzurro, e con la maschera, in poche bracciate, scendere nello sconfinato acquario scintillante
di strani, bellissimi pesci che vi spiano dai loro nascondigli nel grande giardino di corallo,
Questo era il mio laboratorio.
Gli alloggi della Stazione Marina erano comodissimi. Le due villette destinate agli scienziati di passaggio potevano ospitare, in caso di necessit, fino a dodici persone. Ma poich raramente v'erano pi di due o tre studiosi alla volta, solitamente potevo disporre di una villetta tutta per me, posta ai margini del deserto da un lato, e lambita dalle sponde del Mar Rosso dall'altro. Anche coll'alta marea, riuscivo a raggiungere il mio alloggio senza bagnarmi i piedi. Dal balcone posteriore, sul mare aperto (un oceano furibondo in certi giorni, e simile a un tranquillo lago in altri) vedevo al di l dell'acqua le montagne della punta meridionale della penisola del Sinai: dal portico anteriore, le piane del deserto e le montagne chiudevano lo scenario. Nelle vicinanze v'era una costruzione a strisce rosa e bianche: la moschea. Dalla mia finestra vedevo i fedeli scendere fino al mare per lavarsi prima di entrarvi a pregare: la voce del muezzin e il canto dei brani del Corano si levavano alte nel silenzio. Talvolta, la sera, i ragazzi delle case vicine, battevano un ritmo caratteristico su tamburi improvvisati: cantavano e ballavano, mentre Soliman il Marinaio traeva dal suo flauto, uno strumento casalingo dai toni incredibilmente dolci fatto con un tubo di piombo a otto fori, le note di una malinconica canzone araba.
Il dottor Gohar rimase fra gli ospiti, durante le prime due settimane della mia permanenza. Ma per il resto del mio soggiorno egli fu assente, assorbito dai suoi compiti di professore all'Universit Fouad del Cairo, di cui la Stazione faceva parte. Prima di partire egli mi illumin su tutte le facilitazioni offerte dalla Stazione, mi present agli uomini che potevano aiutarmi nelle mie ricerche, e mi fu di valido aiuto in tutto, specialmente agli inizi, perdendo anche molto tempo a insegnarmi l'arabo.
Il francese appreso a scuola mi era stato di aiuto al Cairo, ma qui sul Mar Rosso, la gente con la quale dovevo trattare
- pescatori, marinai e tuffatori - non parlavano che l'arabo. E non l'arabo comune, ma uno strano dialetto delle regioni dell'Egitto superiore e della costa del Mar Rosso. Gli studiosi si impuntavano davanti alle parole dialettali che i vocabolari non riportavano. Per esempio la prima parola araba che imparai al Cairo, ahwa (caff) era pronunciata gahwa sul Mar Rosso, e l'aromatico gahwa era servito a Ghardaqa, come al Cairo, facendolo sgocciolare da un tarbush, ogni volta che vi fosse una scusa per interrompere di qualche minuto la monotonia di una lunga giornata afosa. Un pesce a testa in gi in una bottiglia era un maglup e non malub. Il nome ufficiale della Stazione Biologica Marina era Mohatta el ahyaa el baharya, ma imparai presto che quando il suo direttore non poteva sentire, lo chiamavano Mohatta au dign (la Stazione con la barba), ma in questo non c'entrava la stranezza del dialetto locale.
La scrittura araba mi interessava. Abituata a scrivere da sinistra a destra, persino dall'alto in basso nelle lezioni di giapponese, la scrittura araba da destra a sinistra era una novit che mi divertii molto ad apprendere. La scrittura araba  come un bel disegno e come tale  usata nella decorazione delle moschee. Avevo studiato l'alfabeto e avevo incominciato a mettere insieme alcune delle sue combinazioni artistiche al Cairo, sentendo che ci poteva servirmi da inizio a Ghardaqa; ma, purtroppo, nessuno degli uomini coi quali dovevo lavorare sapeva leggere o scrivere od apprezzare i miei sforzi per imparare la loro lingua scritta.
Prima che il dottor Gohar se ne andasse, mi annotai tutte le espressioni che potevano riuscirmi utili e dopo dovetti sbrigarmela da sola.
Incominciavo al mattino col Buongiorno in arabo detto a tutti quelli che incontravo: il mio cameriere, il cuoco, i marinai e chiunque altro fosse nelle vicinanze. Questa espressione cos poco elegante, che ha il suono di un gargarismo, mi abituava allH gutturale degli arabi.
Col passar del tempo, mi accorsi ch'era facile intendersi con gli indigeni, un'accozzaglia di razze diverse: pescatori e fattori della vallata del Nilo, negri del Sudan, arabi del deserto; ma tutti molto gentili, specialmente i pescatori che si sforzavano con molta pazienza di interpretare le mie istruzioni date in un arabo stentato, insegnandomi le nuove parole che cercavo, ripetendomele con enfasi perch potessi impararne la giusta pronuncia, in un modo pieno di tatto e del tutto casuale, senza aver l'aria di volermi correggere.
Il mio cameriere, Shehat, ed il cuoco, Mohammed, mi trattavano come una figlia viziata. Ero libera di dedicare tutto il mio tempo ai miei studi e loro si occupavano del resto. Shehat mi sgrid una volta che mi sorprese a lavarmi un paio di calze.
- Nel nome d'Allah, che state facendo? Ve ne intenderete di pesci, ma che cosa volete saperne di come si fa a lavare le calze? Guardate la sporcizia che ci avete lasciata in fondo.
Io le faccio diventare pi pulite. Non vanno forse bene? Allah sa se faccio del mio meglio per accontentarvi... - e altre frasi del genere per farmi capire che era profondamente offeso.
Shehat si preoccupava di mostrarmi che svolgeva accuratamente tutti i lavori inerenti al mio alloggio. Quando puliva la stanza ammazzava anche le mosche e, se ce n'erano molte, ne accatastava i cadaveri in un posto bene in vista affinch
io le vedessi. La cosa era molto sgradevole perch il mucchio attirava spesso altri e pi molesti insetti, cos fingevo di non vedere le mosche accatastate n complimentavo Shehat, come egli si aspettava, n lo rimproveravo, come avrei desiderato fare: ma questo non succedeva molto spesso. Nella regione di Ghardaqa, persino d'estate, si sta sorprendentemente bene per le frequenti brezze che impediscono alle mosche di diventare troppo numerose.
In una giornata eccezionalmente afosa, stavo cercando di lavorare in laboratorio a dissezionare del pesce fresco, avvolta in un volo fitto di noiosissime mosche alcune delle quali avevano la sfacciataggine di passeggiare sulla lama dello scalpello di cui mi servivo per tagliare gli addomi dei miei esemplari mentre ne toglievo i visceri. M'immaginavo Shehat, nel cottage, impegnato in una delle sue occupazioni favorite, cos decisi di fare anch'io una collezione di mosche morte. Non fu una lotta leale, lo ammetto. Alcune le uccisi, ma per le altre tirai fuori da una pentola di formalina un pesce mezzo conservato perch le adescasse facendole morire. Finito il pomeriggio me ne andai a casa a fare una doccia portando con me la mia collezione di mosche. Shehat aveva collocato la caccia della giornata al solito posto e cos misi diligentemente il mio mucchio, molto pi grosso, accanto al suo. Quella sera, dopo cena, quando ritornai nella mia stanza, i due mucchietti erano spariti. Pi tardi Shehat venne ad augurarmi come al solito la buona notte. Questa volta per, mi fece un inchino cerimonioso, con le mani sul cuore e mi disse con seriet: - Allah sa che la dottora  una cacciatrice di mosche pi valente di Shehat. - Poi guard in su timidamente e ridemmo tutti e due. Da quella volta non lasci pi in giro il suo bottino d'insetti per provocare le mie lodi.
Quando Shehat mi seguiva nelle spedizioni di pesca, insisteva per farmi da valletto, slanciandosi verso di me con un asciugamano asciutto appena uscivo dall'acqua. Vegliava su di me come una chioccia ansiosa quando facevo un tuffo profondo o c'erano i pescecani in giro. Fece alti lamenti asciugandosi gli occhi asciutti il giorno che partii. Sapeva ben poco del mare e non mi segu mai nei lunghi viaggi in barca perch soffriva il mal di mare, mentre questi viaggi erano la pi grande gioia per Mohammed.
La Stazione disponeva soltanto di barche a vela e per raggiungere i banchi lontani ci volevano due ore di navigazione sul bellissimo mare. Per agitato che fosse, Mohammed ci serviva egualmente una tazza di gahwa caldo. Durante le gite lunghe sapeva improvvisare un intero pasto, nel piccolo spazio dello scafo, sotto coperta. Mohammed era un abile marinaio, ma in questi viaggi era ufficialmente adibito alla cucina, e quando non lavorava si sedeva a fumare la sua pipa casalinga hubble-bubble(1), o passava il tempo a rammendare le reti. Era un uomo prezioso. Sapeva preparare ogni specie di pesce in tutti i modi possibili; cucinava dugonghi, polipi, tartarughe di mare, conchiglie giganti ed ogni altra cosa commestibile che arrivasse dal mare, preparava piatti europei e piatti egiziani e dopo un po' di allenamento impar qualcosa della cucina giapponese quando il mio padrigno mi mand un pacco con i condimenti essenziali. La sola cosa che non sapeva preparare era il pesce crudo. Quando aveva messo le fette sul piatto ed era pronto a servirle, come gli avevo insegnato, mi chiedeva di riportarlo ancora in cucina, per tema di aver trascurato qualche particolare.
Durante una delle permanenze del dottor Gohar alla Stazione, pregai Mohammed di improvvisargli un pasto di gusto giapponese. Per l'occasione gli diedi i nuovi bastoncini in avorio che avevo fatto fare appositamente al Cairo, con dei minuscoli pesci, scolpiti sulle impugnature. Ma allorch il dottor Gohar ed io ci sedemmo a tavola i bastoncini mancavano. Quando Mohammed entr portando il vassoio con la prima vivanda, feci un gesto per chiedergli dei bastoncini. Mi sorrise con quell'espressione sul viso di: non - penserai - che - mi - sia - dimenticato e sollev il coperchio del piatto contenente la prima portata: i bastoncini!
Mohammed, Shehat e gli altri uomini che lavoravano alla Stazione abitavano nelle vicinanze con le loro famiglie. I loro ragazzi erano sempre fuori a giocare e strillavano scoppiando in fragorose risate quando parlavo con loro il mio arabo stentato. Erano le cavie per i miei esperimenti linguistici poich la mancanza di educazione non imponeva loro di fingere di aver capito quando non riuscivano a raccapezzarsi.
Durante le prime settimane vidi raramente le donne e quando le scorsi erano pesantemente velate e avevano tutte un'aria misteriosa; ma col passar del tempo si abituarono alla idea di una donna americana che indossava il costume da bagno e andava a pescare coi loro uomini e invece di voltarmi la faccia incominciarono a rispondere al mio saluto. Nell'intimit della loro casa, eran ben felici di lasciarsi fotografare, cosa che feci diverse volte e, abbandonando i loro veli, si mostravano socievoli e graziose come tutte le donne di questo mondo. Si divertivano a profumarmi con le loro essenze e per molti giorni dopo portavo in giro l'olezzante testimonianza della loro cordialit.
Un ittiologo in un paese straniero, pu contare quasi sempre sul favore degli indigeni.  in loro un bisogno istintivo di aiutare uno straniero, bisogno che nasce da un sincero desiderio di rendersi utili, o dalla voglia di mettersi in evidenza, oppure soltanto dalla curiosit di avvicinarlo. Quando poi si tratta di una straniera venuta a cacciare e a studiare i pesci, sia che si fermi un giorno in un'isola remota dei Mari del Sud (dove non sa una parola della lingua locale) o che passi un anno ai margini del deserto (dove gradatamente impara a storpiare qualche frase), si rimane sorpresi dalla sollecitudine dei molti Isaak Walton locali che si fanno in quattro per aiutarla a trovare il pesce che pi desidera.
Non aspettatevi una risposta calorosa se chiedete ad un amico ricco di aiutarvi a trovare del denaro, ma chiedete a un pescatore straniero di aiutarvi a scovare un determinato pesce (il pi difficile, il pi raro, il migliore) e desterete immediatamente il suo interesse ed eventualmente otterrete anche il suo disinteressato aiuto. Non serve conoscere la sua lingua; fate un disegno del pesce che desiderate, gesticolate per spiegarvi meglio e affidatevi a lui. Facendo questo avrete chiarito tre cose: che non siete venuto per star a guardare lui e la sua gente, ma avete con lui un comune interesse specifico; che rispettate il suo giudizio e riconoscete la sua superiore conoscenza delle condizioni locali (un pescatore nativo sa sulle sue acque, molto pi del pi esperto ittiologo); infine che vi fidate di lui.
Il divertimento della pesca fa, di due estranei, due amici per la pelle nel giro di poche ore. Vogate coi nativi nella loro barca fra pesci, reti e lenze, tuffatevi sott'acqua con loro: si faranno premura di accompagnarvi ai nascondigli degli esemplari che desiderate e non potreste augurarvi una compagnia pi sicura e pi divertente.

Note.
(1) Pipa dell'india Orientale il cui fumo passa attraverso un fornello d'acqua che provoca un gorgogliare sommesso.


PESCANDO NEL MAR ROSSO.

- OH, POTER essere un pesce-ago! -  un'esclamazione che potrebbe essere perfettamente giustificata in una donna incinta che ha per marito un uomo poco comprensivo.
Questo pesce dal corpo allungato simile a un bastone, parente stretto del cavalluccio marino, forma, con quest'ultimo, un gruppo di animali che si distinguono fra tutte le creature viventi: le femmine lasciano al maschio la fatica di partorire.
Ebbi occasione di studiare la prima volta un maschio di questa specie, pescando con la rete a sacco sulle aiuole di erbe marine e mi accorsi che era gravido. Eravamo partiti al mattino quando il sole non era ancor alto, e ventate di aria fredda spingevano a zig-zag la nostra piccola barca a vela sul mare agitato, investendoci con spruzzi gelati che, evaporando prontamente al vento, ci lasciavano la pelle fredda e salata. Rabbrividendo sotto il maglione pesante e i pantaloncini corti, ricordavo i commenti degli amici quando avevo annunciato la mia partenza per il Mar Rosso. C' un caldo spaventoso, insopportabile! Un anno intero? Vi ammalerete mi dicevano. Avrei voluto dire ora a quegli stessi amici: Peccato che non ho portato con me abiti pi pesanti.
Alla mattina di buon'ora e alla sera dopo il tramonto, tranne che per pochi mesi di mezz'estate, faceva tutt'altro che caldo.
Soliman il marinaio, per distinguerlo da quattro altri Soliman che lavoravano alla Stazione, era il fratello del nostro cuoco, Mohammed. Soliman era un valente uomo di mare. Nelle giornate di bonaccia serviva la barra del timone coi piedi mentre suonava il flauto, strizzando gli occhietti grigi sotto il forte riflesso del sole, fino a nasconderli dietro gli zigomi alti del suo viso finemente cesellato. Ma nelle mattine di gennaio, quando pescavamo con la rete a strascico, teneva il timone con mano ferma e dava istruzioni agli altri due uomini della piccola ciurma sul maneggio dell'alta vela bianca.
Manovrava abilmente per prendere il vento, evitando i numerosi banchi frastagliati che incontravamo sulla nostra rotta e raggiungere felicemente i letti d'erbe marine. La vela doveva esser girata con rapida e febbrile manovra varie volte prima dell'approdo. Io dovevo sdraiarmi bocconi nel posto che m'indicavano, mentre i due marinai correvano sopra il ponte scivoloso, slegando lentamente le corde. La barca s'inclinava ad angolo costeggiando il bellissimo, ma minaccioso banco, mentre giravamo. Come mai durante queste pazze corse, gli uomini non perdessero il turbante n inciampassero nelle lunghe sottane dei loro galabias, era per me un mistero.
Raggiunta la zona pescosa, il lavoro era tutt'altro che facile. Per riuscire a far preda dei delicati esemplari (la diafana corifena rosea, ad esempio, che sembra un filo d'erba e nuota a testa in gi) vivi o almeno in buone condizioni per esser conservati, la rete larga e pesante doveva esser trascinata dietro la barca a velocit limitata e tirata a bordo nel giro di dieci minuti al massimo. La sollevavamo con cura per vuotarla in una vasca di acqua marina, dove occhi acuti e dita Caute e pronte separavano gli esemplari dai frammenti d'alghe che costituivano la maggior parte della nostra pesca. L'erba nascondeva spesso gamberi dalle pinze taglienti, pungenti ricci di mare fitti di piccole spine che si spezzavano dopo essersi infilate nella pelle, minuscoli sferoidi con forti dentature simili a becchi, pronte ad azzannare le dita disattente, infine variet di pesci ben camuffati dalle acuminate spine velenose e invertebrati dai corpi sottili e gelatinosi pungenti al tocco. Capita
all'inesperto di farsi abbrancare le dita dai tentacoli dei polipi, inoffensivi, ma sgradevoli, o, peggio ancora, dai filamenti adesivi dell'oloturia, o pene marino, come lo definiscono i marinai per la sua specialit di inturgidirsi al tocco spruzzando acqua chiara o in rare occasioni, una sostanza lattiginosa.
In un'ora di pesca con la rete a strascico riuscivamo a raccogliere nei letti d'alghe trenta diverse qualit di pesci. I pesci balestra erano fra i pi comuni, fortunatamente per me, perch volevo collezionarne molti per studiare le differenze fra i maschi e le femmine, cosa impossibile a risolvere su pochi esemplari. Raramente si riesce a pescare vivo un pesce molto interessante: il Solenostumus, che significa dalla bocca a tubo (non ne conosco altro nome). Ma noi ne pescammo diversi e li portammo al laboratorio dove potemmo osservarli nell'acquario. Alcuni sono quasi tutti bianchi, altri tutti neri, ed altri rosati con delle macchie nere, secondo il color dell'erba dalla quale provengono; hanno movimenti lenti e scarsi, come le piante a cui assomigliano.
Il pesce ago e il cavalluccio marino costituivano il mio divertimento. Non sembravano pesci e nell'acquario potevo studiarli con tutta calma. Raramente si spostavano nuotando, ma quando lo facevano si muovevano con lentezza, come fantasmi, poich le piccole pinne che li spingevano, girando rapidamente, erano praticamente invisibili. Di solito si aggrappavano alle piante attorcigliando le code pensili attorno ai gambi e tenendo il corpo eretto. Gli ippocampi tenevano le teste basse, come fanciulle timide; i pesci ago, senza collo, tenevano le teste allungate in linea col corpo, il muso alto nell'acqua, con un gesto di disprezzo per tutte le creature intorno a loro. Una volta un modesto ippocampo con la testa graziosamente incurvata, nuotava lentamente presso la testa eretta di un pesce-ago immobile, come un ramo della pianta a cui era attaccato. Il cavalluccio, pensando che quel ramo sporgente
fosse un comodo appiglio, vi avvolse gentilmente la coda e i due pesci, uniti in quella posa, sembravano elefanti da circo del mondo marino.
Le labbra attorno alla piccola bocca in fondo al muso allungato di alcune variet di ippocampi e pesci-ago, s'incurvano come in una specie di broncio, un'espressione molto giustificata nei maschi, durante la gestazione, quando hanno il ventre colmo degli embrioni in formazione. Una vera incongruit per il nostro mondo di maschi!
Le femmine dopo aver deposto le uova nei maschi molto tempo prima (il maschio feconda le uova dopo che sono nel suo corpo) sono libere dai doveri materni e al maschio  lasciata la responsabilit di mettere al mondo la prole. Non mi  mai capitato di assistere al processo della nascita, ma alcuni studiosi che vi sono riusciti, narrano che il maschio soffre dei dolori del parto.
Con la bassa marea alcuni dei banchi coralliferi lontani dalla spiaggia rimangono quasi allo scoperto ed  facile attraversarli guardando nell'acqua che non arriva oltre il ginocchio. Nelle giornate di calma il mare era come un'immensa lastra di vetro attraverso la quale si vedeva il mondo variopinto e affacendato di quel fantastico paese sottomarino.
In quei giorni uscivo con uno o due marinai in una piroga su cui si poteva drizzare una piccola vela, per il caso che si levasse il vento. Puntavamo direttamente allo scoglio che volevamo esplorare mentre la piroga scivolava sugli scogli
pi a fior d'acqua, lungo il percorso. Soltanto in rare occasioni dovevamo scendere e guadare il banco trascinandoci dietro l'imbarcazione.
I coralli che compongono questi banchi sono taglienti quanto sono belli. Gli uomini calzavano tutti grosse scarpe pesanti durante queste escursioni. Io con le mie vecchie scarpe da tennis dovevo far molta attenzione dove mettevo i piedi, perch le spine tossiche dei ricci ne perforavano benissimo la tela.
Bench la zona dei banchi fosse lunga parecchie miglia, passavamo spesso l'intera mattinata in una piccola zona di pochi metri quadrati. Frugavamo dappertutto, raccoglievamo pezzetti di scoglio, e, scuotendoli, traevamo fuori pesciolini, gamberi, vermi marini, polipi, conchiglie e lumache di mare, esaminavamo la superficie del corallo per cercarvi i depositi di uova lasciati da centinaia di creature i cui piccoli nascono nei crepacci dei coralli. Si tornava al laboratorio con la collezione dei nostri tesori vivi e il pomeriggio volava come il vento. Passavo le ore studiando un grappolo di perline bianche, ciascuna della grossezza di un mezzo seme di limone, in cui gli embrioni delle seppie balzavano su e gi per le pulsazioni del loro sistema di propulsione in miniatura, e l'aprirsi e chiudersi del canale di alimentazione era chiaramente visibile nei corpi minuscoli attraverso il microscopio.
Le lumache di mare che raccoglievamo nei coralli, depositavano forzatamente le uova nel laboratorio, spesso contro la parete laterale di un acquario di vetro. Me ne stavo seduta con una magnifica lente ad osservarne le evoluzioni mentre la lenta creatura a spirale lasciava dietro di s una scia a nastro ricca di uova, qualche volta strettamente attorcigliata a forma di molla d'orologio. Ma la macchina di precisione che generava quelle scie era un lento animale che di solito strisciava lemme lemme sempre indeciso sul percorso da compiere.
Queste parenti delle lumache, senza guscio, che variano dalla misura dell'unghia di un mignolo alle gigantesche lumache glamour girl(1) del Mar Rosso, alla Bedia, la cui sottana color cremisi spiegata pu misurare trenta centimetri di diametro, sono chiamate pi correttamente nudibranchi. Questo nome si riferisce alle loro branchie nude che, quando l'animale  indisturbato, escono dal dorso come un anello di fragili piume ondeggianti, muovendo l'acqua ed assorbendone il prezioso ossigeno. Sulla testa di questi nudibranchi si vedono talvolta due tentacoli o filamenti che si muovono in tutte le direzioni mentre il loro proprietario scivola sui coralli e sulle pietre, ma che sono prontamente ritratti quando la creatura  disturbata o si ferma bruscamente. Personalmente preferisco il nome di nudibranchi a quello di lumache marine per questi animali; la parola lumaca fa pensare a un piccolo, scialbo, grigio animale che striscia fra i detriti. I nudibranchi sono invece fra le creature pi squisitamente e sfarzosamente colorate dei banchi coralliferi. Non c' da meravigliarsi della passione dell'imperatore del Giappone che ne  attento collezionista. Da un punto di vista estetico non v' affinit fra i nudibranchi del Mar Rosso e le vere lumache, le quali mancavano assolutamente delle branchie esposte nei primi.
Visto dall'alto il mantello di un nudibranchio rassomiglia spesso ad una sottana con un orlo a volant.  molle e gelatinoso e, nelle rare occasioni in cui nuota, si sposta in acqua con movimenti ondulatori. All'orlo del mantello, nella parte anteriore vi sono le antenne e, verso la coda, le branchie ondeggianti come piume sul cappello di una signora. Un pittore dalla tavolozza varia e scintillante difficilmente riuscirebbe a ritrarre i colori del mantello di questi nudibranchi. Alcuni sfoggiano un disegno a strisce anastomotiche dorate, che si alternano con l'azzurro pavone tra branchie e antenne tutte
d'oro. Altri hanno un disegno netto, di un giallo delicato, che parte dal centro del mantello di un bianco gessoso; l'orlo del mantello pieghettato  segnato da una striscia color porpora e le antenne gemmate hanno anelli dello stesso colore. Altri ancora ostentano una gonna nera e verde smeraldo pallido. La spettacolosa Bedia gi la conoscete: sotto il mantello ha una salda struttura muscolare chiamata il piede. Come il piede della lumaca esso  l'organo locomotore dell'animale allorch striscia sul fondo. Quando un nudibranchio striscia sul fianco di un acquario di vetro, si offre allo studio della parte inferiore del mantello e della struttura del piede. Su di un lato di quest'ultimo v' una piccola apertura da cui esce la massa delle uova, se si  tanto fortunati da cogliere questo preciso momento, che  il solo che consenta di riconoscere questa delicata creatura allegramente colorata, come appartenente al sesso femminile; ma la stessa posizione permette di vedere anche un grosso pene uscente di sotto quel mantello e che tradisce la natura ermafrodita di questa strana creatura che ha peraltro tutti i caratteri della femmina.
C' un modo strano per mettere assieme una bella collezione di grossi pesci da banco. Come per un giuoco da bambini, il pescatore ed io, guidati da Soliman il Marinaio, ci mettevamo a danzare selvaggiamente sopra un banco corallifero, gridando, sguazzando, lanciando sassi e battendo l'acqua coi nostri bastoni. Quella danza sfrenata e disordinata rappresentava il nostro piano d'attacco e ciascuno aveva una precisa mansione in quel campionario di movimenti che costituisce uno dei metodi pi efficaci adottati dai pescatori arabi per la pesca sugli scogli.
Si insegue la preda con molta cautela, a distanza. La barca a vela si accosta a un grosso banco e i marinai lo scrutano in cerca di una zona dove l'acqua poco profonda e increspata alla superficie, lascia emergere le code dei grossi pesci che si fermano sui banchi di coralli a caccia di granchiolini, vermi ed altre delicatezze allogate nei crepacci. Il ghiotto pasto si compie a testa in gi mentre le code agitano la superficie dell'acqua. Questi pesci normalmente nuotano al largo del banco protetti dall'acqua profonda dov' difficile cacciarli in gruppo e devono esser uncinati o arpionati individualmente; ma quando risalgono i banchi poco profondi per soddisfare la loro golosit c' modo di realizzare una vera caccia grossa.
Lentamente si cala l'ancora della barca a breve distanza, evitando sciacqui e forti vibrazioni nell'acqua. La canoa, con le lunghe reti e tutto l'equipaggiamento pronto, si stacca dalla barca a vela. Si rema lentamente, dolcemente scivolando finch si toccano i margini del banco. Qui ci si cala in acqua silenziosamente e si stende una doppia rete a maglie fitte e rade lungo il bordo del banco. La larghezza della rete supera di poco la profondit dell'acqua in quel punto: circa un metro dai piombi ai galleggianti. La lunghezza, di circa diciotto metri,  spiegata completamente finch forma un semicerchio attorno ai pesci che si stanno cibando. Questi, per, sono gi consci del pericolo e poche code, ora, battono la superficie dell'acqua.
 il momento del grande panico che li mander nella direzione desiderata. Tre o quattro di noi hanno raggiunto
il lato opposto a quello popolato dai pesci ormai irrigiditi dalla paura: incomincia lo spettacolo. I due uomini che tengono i capi della rete corrono uno verso l'altro e noi verso di loro a chiudere il cerchio; il silenzio  interrotto dalle nostre grida e dagli schiamazzi e sconcerta la preda, la eccita e la terrorizza inducendola a guizzare in qua e in l; i pi si dirigono verso il mare aperto, ai limiti del banco, dove incappano fra le due reti; altri, in minor numero, cercano di scappare nella nostra direzione e, per la verit, alcuni passano attraverso la nostra linea, sbattendoci nelle gambe con le forti code mentre scivolano oltre, malgrado i nostri sforzi per fermarli facendo baccano e indurli a ritornare verso la rete. Occorre difendersi anche dalle code dei grossi pesci-chirurgo i cui coltelli taglienti sono tesi per colpire il nemico che preclude loro la fuga.
Quando torna la calma vale la pena di esaminare il contenuto della rete. Talvolta si compone di un centinaio di pesci commestibili, specialmente pesci-pappagallo, pesci-coniglio, pesci chirurgo, ma con una variet di altri grossi pesci di scoglio, raccolti anch'essi a far bottino fra questi, e sono snappers, emuloni, sferoidi, pesci-balestra, pesci-cofano e persino qualche razza aculeata. A peso, questo  il modo pi redditizio di cacciare i pesci dei banchi coralliferi.
Per, diversamente dai pescatori arabi, io non badavo tanto alla massa quanto alla variet di pesci della mia raccolta, ed un pesce minuscolo poteva dimostrarsi pi prezioso per me di uno di molti chili. Mi interessava di rilevare la variet dei pesci del Mar Rosso e di scovare nuovi esemplari mai pescati fino a quel momento in quella localit. Il metodo standar di avvelenamento, usato dagli ittiologi, si dimostrava il pi efficace a questo fine.
Lungo le coste del Mar Rosso, nella zona che io esaminavo, non vi sono localit con buone formazioni di pozzanghere di marea e la differenza fra l'alta e la bassa marea non  sensibile come sulle coste di molti altri mari; tuttavia diverse volte avvelenammo dei banchi coralliferi aperti con eccellenti risultati. In un punto dell'isola di Shadwan trovammo novantotto variet di pesci, fra i quali i pi rari del Mar Rosso, e altri mai scoperti prima in questo mare. Ma occorsero qui grandi quantit della mia limitata scorta di rotenone, mentre le normali pozze di marea ci consentivano di usare pochissimo rotenone per catturare tutti i preziosi pesci che ospitavano. I nativi erano sconcertati da questo metodo che non avevano mai visto usare prima.
Poich potevamo raggiungere gli stagni di marea, camminando lungo la costa, invece di arrivarci con la barca, il nostro Shehat, dallo stomaco delicato, si univa sempre a noi. Gli piaceva pescare quando bastava che si chinasse sull'acqua che gli arrivava alle caviglie, per acchiappare delicatamente con due dita la coda di un pesce morto che galleggiava. Mentre gli altri raccoglievano dozzine di pesci, Shehat, a furia di saltellare fra gli scogli, mi portava soltanto pochi esemplari chiedendomi sempre se si trattava di una specie nuova.
Il centro di questi stagni era spesso molto profondo. Portavo le mie scarpe da tennis, il costume da bagno ed usavo la maschera per esaminare il fondo o le crepe profonde in cui talvolta si nascondevano i pesci storditi. Anche gli uomini, con i pantaloncini alle ginocchia, si tuffavano nell'acqua profonda per ricuperare il pesce: tutti fuorch Shehat, naturalmente. Egli si aggirava intorno all'orlo della pozza dove l'acqua era pi bassa, tenendo fra i denti il bordo della sottana del suo lindo galabia rosso, e si curvava a osservare ridacchiando con grande divertimento e sorpresa le strane creature che uscivano dibattendosi dai loro nascondigli mentre il rotenone incominciava ad agire. Non toccava nulla che non riconoscesse per un pesce, ma riusc a capire che alcuni oggetti, che non sembravano affatto pesci, erano classificati come tali e sperava sempre di scoprire qualche specie nuova, chiamando tutti a raccolta ogni volta che trovava qualcosa per lui insolita.
- Venite qui, presto. Guardate cos'ho trovato: una creatura che Allah stesso non saprebbe cos'. Portatela alla dottoressa e non mancate di dirle che sono io che l'ho scoperto.
- Marinaio di terra ferma, smettila di seccarci, chiudi
il becco.  soltanto un comunissimo verme di mare - gli gridavano e lo mettevano in fuga ficcandogli qualche granchio
fra le pieghe del galabia o gettandogli le stelle di mare che si contorcevano convulse agitando le branchie.
Una volta mentre ci disponevamo a raccogliere il pesce in uno stagno di marea, Shehat disparve per un po' di tempo e quando ricomparve camminava orgogliosamente a testa alta indossando un costume da bagno. Era di tipo molto antiquato, uno di quei costumi da uomo, interi, dal collo alle ginocchia, come usavano quarantanni fa; non so dove l'avesse scovato, ma evidentemente doveva esser appartenuto ad un uomo grasso due volte pi lui. Smettemmo di colpo di lavorare e restammo tutti a bocca aperta per la sorpresa, non riuscendo quasi a credere ai nostri occhi. Soliman mormor qualcosa in arabo che non capii, ma doveva voler dire: Guardate che roba!. Seguito dai nostri sguardi meravigliati, Shehat si diresse verso il mare coperto. Sembrava meno baldanzoso mentre ci guardava con la coda dell'occhio studiando le nostre reazioni. Poi gli uomini attaccarono.
- Shehat, dove sei diretto in quella guisa? Non potrai nuotare!
- Se vai nell'acqua attirerai tutti i pescecani del mare. Ma, non ti preoccupare, quando ti avranno ben guardato scapperanno.
- L'hai preso al Cairo quel costume da mare? Certo un indumento cos elegante non si pu comprarlo a Qena.
- Non mancare di cambiarti d'abito prima d'andar a pregare se vuoi che Allah ti riconosca come mussulmano.
Commenti come questi, ed altri pi salaci, furono urlati a Shehat che, improvvisamente divent timido come una ragazza scoperta in mutandine. Ritorn al carretto parcheggiato nel deserto, le braccia incrociate sul petto tenendosi le spalle con le mani, e non lo vedemmo mai pi in costume da bagno.
Gomah era il pi bravo dei marinai; era anche un buffone bench balbuziente. Per l'assenza dell'incisivo superiore riusciva a spruzzare saliva, incidentalmente o no, in faccia agli
altri marinai, specialmente quando era agitato. Robusto e forte era per molto piccolo di statura e Abdullah, il gigantesco autista sudanese del dottor Gohar, si divertiva a chiuderlo nel cerchio delle sue braccia e serrargli la testa contro le costole finch il turbante gli cadeva e Gomah si allontanava barcollando e fingendo di avere le vertigini.
Ma anche quando non scherzava Gomah era una figura comica. Egli e il falegname della Stazione abitavano in case adiacenti. Alla fine di una giornata di lavoro, rincasavano insieme, tenendosi per mano e dondolando le braccia, mentre le loro lunghe ombre esageravano questi movimenti. Quel modo di camminare  molto comune fra gli arabi e li fa assomigliare a scolaretti in vacanza, senza per altro che questo diminuisca la loro mascolinit. Gomah e il falegname parlavano all'unisono raccontandosi gioie e dispiaceri della giornata, senza ascoltarsi l'un l'altro, ma preoccupati solo di sfogarsi su fatti che, il giorno seguente, non avrebbero pi avuto alcun significato.
Gomah soffriva che una ragazza americana lo superasse nell'esercizio di tuffarsi all'indietro da una barca. Un pomeriggio, dopo le ore di lavoro, udii delle sonore risate provenire dal mondo del molo. Mi affacciai alla finestra del laboratorio e vidi raccolti diversi uomini e un ragazzino che teneva il turbante e il galabia di Gomah, mentre questi si lanciava ripetutamente all'indietro affondando in mare il cranio calvo, mentre con le gambe tozze e spalancate, ripiegate al ginocchio, schiaffeggiava rumorosamente l'acqua. Ma non si dava per vinto. Infine, dopo numerosi tentativi, si cacci nuovamente in testa il turbante con aria soddisfatta, e s'infil il galabia sulla pelle arrossata. Aveva imparato il tuffo all'indietro, cadendo nell'acqua sui piedi, anche se il resto della posizione era poco ortodossa.
Gomah e Atiyah erano i miei aiutanti con l'arpione del Mar Rosso; ma pur facendo del loro meglio non potevano competere con quelli del Pacifico meridionale. Gomah superava se stesso se si tuffava per quattro metri e mezzo e non ho mai capito come Atiyah riuscisse ad arpionare tutti i bei pesci che mi portava, mentre la miopia gli impediva di contare le dita di una mano a due braccia di distanza. Aveva un'ottima reputazione come pescatore con l'arpione, e per la verit, mirava molto bene, ma non riusciva ad arpionare un determinato pesce che localizzavo e gli indicavo, perch non
lo vedeva. Per aveva un suo sistema per colpire un oggetto lontano in moto e catturava cos dei bellissimi esemplari. Si diceva che sapesse tuffarsi a venti metri di profondit; ma non me ne diede mai una dimostrazione: ho il sospetto che n a lui n a Gomah, a quest'ultimo in special modo, piacesse restar troppo sott'acqua. Preferivano arpionare il pesce camminando lungo il bordo del banco, quando l'acqua non arrivava oltre le ascelle, impugnando un lungo arpione metallico e guardando attraverso una scatola dal fondo di vetro.
 strano, ma fra tutti i pescatori che ho conosciuti nel Mar Rosso, non ho mai visto n sentito parlare di qualcuno che usasse occhiali da acqua, anche primitivi, cosa che ai nostri giorni  considerata indispensabile fra i pescatori del Pacifico tropicale. I tuffatori del Pacifico faranno magari a meno di indumenti, di armi, ma non degli occhiali.
Dopo molte insistenze riuscii a persuadere Gomah a provare una maschera. Dapprima si lament che gli faceva l'effetto di uno strumento di tortura, che l'acqua filtrava dentro e che il vetro si appannava, e che se fosse stato possibile arpionare il pesce con gli occhi chiusi non gli sarebbe affatto importato di mettersi la maschera. Ma poi impar ad usarla nel modo giusto e a respirare profondamente per il naso per un po', in modo da creare un vuoto perch la maschera non lasciasse filtrare l'acqua. Credo per che l'idea incominciasse a piacergli quando gli spiegai che il vetro della maschera non si sarebbe appannato se l'avesse bagnato di un leggero strato di saliva, cosa che da quel momento fece con molta diligenza. Col dente che gli mancava, bastava soltanto che sollevasse leggermente il labbro superiore perch una massa copiosa del liquido colpisse il vetro della maschera alla distanza di un braccio.
La maschera apr nuovi orizzonti a Gomah, com'era capitato un tempo anche a me e ad altri entusiasti dello sport subacqueo. Una cosa  guardare fra gli scogli di un banco attraverso una scatola o una barca dal fondo di vetro, ed una altra  nuotar sott'acqua in piena libert fra gli scogli e vedere chiaramente in ogni direzione. Gomah conosceva bene il mare, ma questa era una nuova esperienza per lui.
Nuotar sott'acqua con gli occhiali, nel Mar Rosso offre un brusco cambiamento di scenario. Ricordo particolarmente un luogo a una trentina di miglia a sud di Ghardaqa, chiamato la Baia degli Squali, dove pi m'impression questo passaggio dall'arida sabbia infuocata del deserto a una zona divinamente fresca, un giardino sottomarino di coralli, brulicante di vita e vivido di colori sorprendenti.
Nella Baia degli Squali il deserto sprofondava improvvisamente nel mare e si trasformava in un breve banco frastagliato. Il ricordo di questo strano e splendido scoglio  ancor vivo nella mia memoria. Il margine del primo strato del banco s'immergeva ad angolo acuto fino a uno scoglio largo circa sei metri, a sette o otto metri sotto di me. Questo scoglio, a sua volta, strapiombava nell'acqua di un turchino cupo, verso un fondo invisibile. Quasi ogni punto del banco era fitto di coralli dalle forme strane, delicate, graziose. Alcuni crescevano come grappoli di fiori rosa e lavanda, altri erano rotondi e solidi, con dei canali che s'intrecciavano alla superficie e li facevano assomigliare ai cervelli dei mammiferi: alcuni piccoli come quelli delle marmotte, altri mostruosi che sembravano provenire dalla testa di un gigante. Alcuni coralli crescevano come rami di un albero o come corna di daino, altri avevano la superficie liscia come un ripiano di tavolo che si reggesse su un'unica gamba centrale. Un certo tipo di corallo era a piccole pezzature sabbiose, sulla parte inferiore e assomigliante alle teste di funghi velenosi. V'erano coralli a forma di grandi ventagli e bisognava badare a non toccarli: sapevo fin troppo bene gli effetti di quelle punte velenose; alcuni coralli molli erano a forma di coppe; di bicchieri col manico e di cespi di lattuga.
Fra questi coralli variegati, vivevano numerose creature invertebrate somiglianti, come i coralli, pi a piante da giardino che non ad animali. V'erano spugne vermiglie che spuntavano fuori dai coralli come dita tuffate in una latta di vernice rosso brillante; i familiari anemoni di mare dai ciuffi tentacolari in belle tinte pastello in cui si annidavano i pesci-clown rigati; teste piumate color di porpora dei vermi che possono raccogliersi in un lampo nel cannello che restituisce la realt vermiforme a queste graziose creature; nudibranchi che strisciano lentamente e granchi che si spostano rapidamente.
Bastava un'occhiata per vedere migliaia di variet che come gemme scintillanti del mare, vivono accanto ai coralli: un gruppo di piccoli smeraldi, un altro di rubini, un terzo che faceva pensare a una banda di forzati in fuga, col loro corpo a strisce bianche e nere e le pinne pelviche terminanti in scintillanti zaffiri. Questi tre tipi di pesce-donzella vivono tutti fra i rami dei coralli e vi si rifugiano all'approssimarsi del pescatore, per cui  facile catturarli spezzando semplicemente un ramo del corallo e scuotendolo su una reticella a maglie fitte. Ma i piccoli blenni color topazio e opale si infilavano nelle crepe pi profonde dove il nemico non poteva raggiungerli.
Le teste dei pesci pi grossi facevano capolino dalle nicchie degli scogli: perche chiazzate di giallo e di marrone, pesci-scoiattolo color di rame, murene verdi e nere, pesci-chirurgo, pesci-farfalla, pesci-palla e pesci-cofano mi nuotavano intorno. Dei grossi pesci-pappagallo, a distanza, mi adocchiavano sospettosamente mentre smettevano per un po' di addentare rumorosamente il corallo coi forti becchi.
Lontano dal banco passava un gruppo di pesci d'argento, assai simili alle aringhe con la bocca protrattile spalancata, come per uno sbadiglio e le mascelle bloccate in quella posizione: pesci dalla carne deliziosa come quella dei grossi snappers, e pesci-spazzino, o i rapidi pesci-pilota attirati dall'arpione. Dalla profondit del mare azzurro qualche pescecane di passaggio si accostava nuotando ai bordi del banco, senza degnarmi di uno sguardo.
Gli arpioni non mi soddisfacevano. Usavo quelli della Stazione, del tipo che Atiyah adoperava abilmente, non essendomi portata i miei; ma gli arpioni tutti in metallo che adoperano i pescatori del Mar Rosso non sono pratici per la pesca subacquea: essendo troppo pesanti, finiscono per funzionare da ncora.
Si ha un unico vantaggio: che se il pesce che si sta cacciando  in profondit, ci si pu tuffare per raggiungerlo con poco sforzo.
Una volta mentre nuotavo lungo il banco della Baia degli Squali con uno di questi arpioni metallici, lottando per tenermi vicino alla superficie e poter prendere respiro di tanto in tanto e dare un'occhiata in giro, scorsi un grosso pesce piatto sulla sabbia dello scoglio sottostante. Era uno di quelli facili da prendersi di mira. Non si mosse nemmeno mentre lasciavo che l'arpione mi trasportasse verso quella che speravo fosse una pastinaca velenosa, di quelle che da tempo cercavo. Ma proprio mentre stavo per infilzare l'arpione nella schiena dell'animale, ne riconobbi la specie. Era una razza, ma una razza elettrica: l'arpione metallico avrebbe fatto da buon conduttore se io e il pesce fossimo venuti a conflitto.
Gomah nuotava dietro di me, indifferente al fatto che avrei potuto buscarmi una forte scarica elettrica, forse per troppa fiducia nelle mie cognizioni. Gli organi elettrici della razza sono localizzati soltanto in alcune parti del dorso e possono essere evitati, ma se si falla il colpo la scarica di una razza elettrica ha la forza di uccidere un individuo. Come molte fra le pi pericolose creature marine i suoi poteri offensivi verso l'uomo sono solitamente esagerati, e le informazioni errate conducono, chi non ha molta familiarit con le creature del mare, a formarsene un giudizio sommario. Un tuffatore pu nuotare fra pesci molto pericolosi, persino fare il solletico sotto il ventre di un pescecane senza essere azzannato, ma, disgraziatamente,  sempre il caso eccezionale che fa la regola.
Sarebbe come se Nettuno venisse in terra a visitare una delle nostre citt e poi ritornasse a casa e dicesse alla gente del mare: - Quanti pericoli si devono affrontare nelle citt della gente di terra! Si devono attraversare strade dove corrono centinaia di automobili che minacciano di travolgervi e uccidervi. E quanti cani! bestie maligne che vi azzannano coi denti aguzzi; talvolta questi cani hanno la schiuma alla bocca ed il loro pi piccolo morso causa una morte orribile.
S,  vero, pericoli ve ne sono, ma anzich esagerarli, occorre definirne i limiti; anche se questo render meno spettacolari le nostre esperienze.
Ho constatato che nel Mar Rosso di pesci velenosi ve ne sono relativamente pochi. Una trentina di tipi rientrano in questa categoria; in maggioranza sono pesci-scorpione e pastinache, senza dubbio pericolosi; ma nella zona del Mar Rosso non ho registrato un solo incidente mortale dovuto a queste bestie. Le diverse specie di sigani o pesce-coniglio, un certo pesce-plotoside, assai simile al pesce-gatto hanno le spine velenose.
Fra le variet di pesci non commestibili, soltanto gli sferoidi sembrano rappresentare un vero pericolo per l'uomo e sono molto facili da riconoscere. Alle analisi, effettuate dal dottor Halstead, che nel suo laboratorio in California esaminava tutti gli esemplari che gli mandavo e che sospettavo fossero velenosi, si rivelarono tutti innocui.
All'infuori dei pesci, vi sono per altri animali velenosi nel Mar Rosso. Molti di questi feriscono pungendo; ma la loro puntura non  mortale. Quanto a me temevo assai pi la presenza di uno scorpione nel mio cottage che non l'incontro in mare con qualcuna di queste creature.
Esiste una interessante specie di tartaruga in queste acque di cui non avevo mai sentito parlare prima. Appartiene a quella categoria di animali che diventano velenosi a seconda del cibo che ingeriscono: tuttavia la cosa non  scientificamente dimostrata. Questo esemplare di tartaruga marina  molto apprezzato dai nativi che se ne cibano.  grossa e carnosa, e pesa talvolta pi di mezza tonnellata; si nutre di pesci, spugne, coralli molli, ma  particolarmente ghiotta di un mollusco pungente le cui cellule velenose si arricchiscono in determinate stagioni. Se la tartaruga mangia di questo mollusco diventa velenosa e occorrer tenerla per diversi giorni a una dieta sicura perch diventi commestibile.
I pescatori lo sanno e adottano senz'altro il metodo della quarantena appena ne catturano una viva. Se la tartaruga muore prima che sia possibile sottoporla al trattamento depurativo, essi tagliano l'animale e ne assaggiano il sangue tratto dal cuore. Se irrita la lingua la tartaruga  avvelenata, diversamente banchettano con piena sicurezza.
Il serpente di mare  considerato il rettile pi pericoloso delle acque dei mari tropicali, ma non in quelle del Mar Rosso. Le molte variet delle murene sono spesso scambiate per serpenti marini, tuttavia non sono velenose. Un attimo di distrazione vi pu portare in prossimit della tana di una murena esponendovi a un serio pericolo, proprio come talvolta, imboccando una curva senza guardarsi in giro, accade che una macchina che arriva di corsa vi sfiori. Ma chi ragiona si guarda intorno e cerca di salvarsi dai pericoli che lo circondano in terra o in mare. Resi edotti delle insidie del mare e del modo come evitarle, ci si pu aggirare con sicurezza e tranquillit in un mondo di sogno godendosi uno spettacolo affascinante quanto insolito.

Note.
(1) Bella ragazza.

Didascalia.
Soliman il Marinaio, con un pesce-chitarra, una variet del gruppo degli squali molto comune nel Mar Rosso.
Fine didascalia.


DALL'ALBA A NOTTE ALTA.

NON HO mai sofferto la solitudine e le mie giornate di laboratorio erano cos piene che non riuscivo mai a trovare il tempo per altro. Spesso i visitatori della Stazione Marina, sentendo che vivevo sola in un luogo cos remoto, mi compassionavano suggerendomi, con mio grande divertimento, vari modi per ammazzare il tempo!
Un paio di giorni la settimana, li passavo completamente in mare. Ma di solito dovevo limitare le mie spedizioni di pesca al mattino perch c'era molto lavoro da fare in laboratorio, al museo, nella biblioteca per trarre il maggior utile possibile dalle spedizioni.
Bisognava classificare la collezione, appena di ritorno dalla pesca. Gli esemplari vivi dovevano essere collocati nell'acquario e divisi in gruppi che avessero qualche affinit. Allora si doveva studiarli prontamente, perch le prime reazioni di un pesce al nuovo ambiente rivelano diversi comportamenti, che non si notano pi tardi, quando il pesce si  assuefatto alla sua nuova casa o ai compagni. I primi incontri fra i pesci in un acquario sono particolarmente interessanti da osservare:  quello il periodo in cui il pesce non sa assolutamente che cosa aspettarsi dai nuovi camerati. Per esempio, c'era fra gli sferoidi un tipo color oliva scuro che improvvisamente rivelava degli anelli di un bel color oro intorno agli occhi, ed un'insolita fosforescenza (un avvertimento forse per gli altri pesci?) mai notata prima; un piccolo sferoide maculato sollevava una specie di cresta nel mezzo della schiena (invece di gonfiare lo stomaco), una reazione che mi ricordava quella di un gatto spaventato che inarca la schiena; un grosso sferoide tondo nuotava indifferente accanto a un piccolo pesce-donzella, ma lo faceva per la prima ed ultima volta, dopo di che imparava a tenersi lontano da quel minuscolo e battagliero individuo pronto ad azzannare la coda ai pi grossi sferoidi che gli attraversavano la strada.
I pesci morti che raccoglievamo, specialmente i pi rari, dovevano essere studiati prontamente prima che perdessero i loro colori vivaci. Qualche esemplare non convenientemente conservato doveva esser portato al pi presto in laboratorio e sezionato: ogni dettaglio anatomico dei nuovi rari esemplari doveva esser schizzato e descritto. A volte la sola classificazione della nostra pesca continuava fin a notte tarda.
Di solito paragonavo le mie collezioni con quelle del museo della Stazione. Questo modesto museo, sotto il costante interesse del direttore, aveva accumulato quella che probabilmente  la pi bella collezione del mondo di animali e vegetali del Mar Rosso. La specialit prediletta dal dottor Gohar  il corallo che forma la ricchezza della raccolta. Gli esemplari magnificamente preparati di questo immenso assortimento strappavano esclamazioni di meraviglia alle signore in visita che desideravano sempre averne qualche frammento per farne un soprammobile e quasi sempre erano accontentate. Vi si conservano anche le sirene che il dottor Gohar ritiene siano di una specie unica, introvabile nelle altre parti del mondo; la pi grossa tartaruga di mare trovata nel Mar Rosso; esemplari di uccelli marini da far rimanere a bocca aperta gli ornitologi di passaggio; numerosi invertebrati, piante marine e persino una collezione di mammiferi e rettili del deserto.
Dal punto di vista di un ittiologo questo museo rappresenta un tesoro nascosto. Nei primi giorni in cui esaminai la collezione di plettognati, trovai due stupefacenti esemplari dei rarissimi Brachaluteres e Paraluteres che hanno tormentato gli specialisti in cerca di affinit fra pesci-balestra e sferoidi,
perch questi pesci-balestra, per gonfiarsi, usano il medesimo meccanismo degli sferoidi. Non ne avevo visti prima di venire nel Mar Rosso, nemmeno nell'Oceano Indiano Occidentale, e questi esemplari estendevano notevolmente la specie.
Una gigantesca pastinaca, come un'enorme frittella bruna, con una specie di frusta ad un'estremit, pendeva dalla parete del museo in attesa di esser descritta alla scienza per la prima volta. Il museo ospitava oltre sessanta pelli di sedici diversi tipi di pescecani, dieci razze e tre torpedini (incluso il formidabile pesce-sega) e diverse centinaia di pelli, pi piccole e molto colorate, di pesci dei banchi coralliferi. L'abile artista e imbalsamatore, Moawad Mohsen, aveva anche fatto numerosi dipinti dal vero che ricordavano i colori, il contegno ed altre caratteristiche di rari, spesso non identificati esemplari raccolti alla Stazione.
V'era a disposizione una vera ricchezza di materiale da studiare! Il dottor Gohar, contento che un'ittiologa studiasse per la prima volta la sua collezione, generosamente mi consent di usarla come volevo. Cos feci anche un completo inventario e riordinai tutta la collezione, e con l'aiuto del signor Mohsen e dei suoi assistenti, mettemmo le etichette a tutto ci che poteva essere identificato, con la descrizione in inglese e in arabo. Progettammo anche di pubblicare, in una serie di articoli scientifici, le nuove scoperte e le collezioni di pesci del Mar Rosso.
Certe sere avevo appena il tempo di mangiare in tutta fretta prima di andare in biblioteca per paragonare la mia pesca della giornata con gli altri esemplari descritti da Ruppell e Klunzinger, gli ultimi ittiologi collezionisti del Mar Rosso che avessero pubblicato le loro scoperte da settant'anni a questa parte. Talvolta mi trovavo ad avere gi raccolto esemplari rarissimi conosciuti e descritti in base a un solo esemplare; tal'altra scoprivo di aver trovato un pesce che non esisteva affatto sui libri; e mi rendevo conto che poteva trattarsi di una specie ancora sconosciuta alla scienza; altre volte, rivedevo i pesci raccolti, scovavo un'et, un colore o una variazione dovuta al sesso e sconosciuta in una particolare specie.
Rintracciare i nomi di queste gemme del mare era una operazione eccitante quanto le ricerche di un detective. Spesso avendo studiato fino a notte alta, mi decidevo a chiudere i libri e a concedermi qualche buona ora di sonno e di riposo, allettata dal pensiero della pesca che avrei effettuata al mattino seguente.
Poi ritornavo al mio piccolo cottage e scrivevo a Ilias del mio lavoro, specialmente delle mie splendide esperienze di caccia con l'arpione. Ilias era un appassionato nuotatore, che tuttavia non si era mai cimentato in questo sport. Gli raccontavo dei pesci che vedevo sott'acqua, di quelli velenosi che acchiappavo e dei pescecani che non acchiappavano me.
La posta mi arrivava soltanto poche volte al mese, ma allora potevo contare sulle lunghe lettere di Ilias. Mi teneva informata di tutte le novit di casa, dell'inaugurazione del nuovo ristorante dei miei genitori e delle frequenti visite che faceva loro, godendo di poter variare il cibo che gli davano all'ospedale. Mi veniva l'acquolina in bocca leggendo le sue descrizioni dei manicaretti che il mio padrigno gli ammanniva; ma mi consolavo col fatto che il sashinvi di un ristorante giapponese non avrebbe mai potuto reggere al paragone per bont e freschezza con quello che mi veniva servito ogni giorno nel Mar Rosso.
Pensavo spesso a casa mia, con infinita tenerezza, desiderandola e apprezzandola, come succede sempre a coloro che ne sono lontani; ma senza quel sentimento di nostalgia che  generato dalla solitudine.

Didascalia.
Una nuova specie di pesce-balestra del Mar Rosso
Fine didascalia.

Didascalia.
Il dottor H.A.F. Gohar, direttore della Stazione Marittima Biologica Egiziana, e l'autrice hanno arpionato un velenoso, ma splendido esemplare a macchie azzurre di pastinaca, nelle vicinanze di un banco di corallo a Ghardaqa.
Fine didascalia.


GUARDANDO NEL PASSATO DELL'EGITTO: IL RE TUTANKHAMEN ED IO.

LA MIA permanenza in Egitto non si limit completamente a Ghardaqa. Andai spesso al Cairo per tenere delle conferenze e mi fermavo a comprare qualche ricordino nella bottega di avori di Khan Khalili con l'entusiasmo di una massaia in un giorno di liquidazione dei magazzini di Macy.
Ebbi occasione di fare qualche breve escursione a Suez, alla penisola del Sinai, a Qena, a Luxor, talvolta per certi miei studi sui pesci, e tal'altra senza aver affatto in mente la ittiologia. In uno di questi viaggi, mi recai ad una cava di pietre, non molto lontana da Ghardaqa, un luogo fantastico e remoto, sprofondato fra le montagne.
Chi viaggia sulle coste desertiche del Mar Rosso per la prima volta, resta di solito sorpreso al cospetto delle montagne poich l'idea che ci facciamo di un deserto  quella di una enorme ed uniforme pianura, e tuttavia esse sono uno degli aspetti pi caratteristici del litorale del Mar Rosso. Catene di montagne si stendono per pi di mille miglia da Suez al Sudan, con cime frastagliate e fantastiche paragonabili all'elettrocardiogramma di una persona sovreccitata.
La prima volta che le vidi, fu andando da Suez a Ghardaqa. Il percorso si svolse su strade accidentate e battute dal vento, su torride distese di piatto deserto, o piste costiere mezzo cancellate dall'alta marea, e attraverso vallate fra le montagne che incombevano vicinissime. Il dottor Gohar percorreva queste strade con la disinvoltura di un veterano, mentre Abdullah, l'autista, dormiva nel retro del camioncino della Stazione sulla mia catasta di bagagli.
I picchi delle montagne si stagliavano contro il rosa radioso del tramonto e la calma superficie del mare aveva riflessi di un rosso intenso.
- Forse  per questo che lo chiamano Mar Rosso - disse il dottor Gohar - sebbene la maggior parte dei biologi presupponga che il nome del mare abbia origine dalla presenza di piccoli microrganismi pigmentati di rosso del plancton, e che in certe stagioni e nelle giuste condizioni prolificano straordinariamente e originano quella che noi talvolta chiamiamo la marea rossa.
Ma in quel momento la mia attenzione, per una volta tanto, era pi attratta dalle montagne che dal mare. La strana mescolanza di aride catene rocciose che attirava l'occhio per le sue gradazioni gialle, brune, arancio, porpora e nere, sbiadiva in un grigio uniforme. Le cime frastagliate apparivano irreali, come illustrazioni di un libro di fate. Quasi mi aspettavo di vedere spuntare un gigante dietro qualche picco. Che cosa nascondeva quella vasta catena di monti? Esseri viventi? Come si potevano raggiungere? Il dottor Gohar rispondeva alle mie domande.
Tranne i pochi uomini delle stazioni di guardia nel deserto, lungo le poche strade praticabili, nessun altro vive fra quelle montagne. I beduini e gli arabi erranti, le attraversano a dorso di cammello, talvolta impiegandoci dei mesi, e sanno dove trovare le poche e lontane oasi. Gazzelle, capre selvatiche e topi, questi pi rari, sono i soli animali che le popolano. C' un monastero copto, quello di San Paolo, che si suppone sia il pi antico del mondo.
- Non  permesso alle donne di visitarlo - mi spiega il dottor Gohar facendo sfumare le mie speranze. - Recentemente un gruppo di scienziati del U.S. Navy Medical Research Unit, che si occupava del problema del controllo della malaria, fece una spedizione fra queste montagne, guidato da un beduino. In uno stagno, alimentato da un piccolo ruscello
di un'oasi, scoprirono una specie di zanzara sconosciuta alla scienza. Fare un viaggio fra le montagne richiede una buona guida e almeno due carri bene equipaggiati per le escursioni nel deserto.
Un tempo, per, le montagne non erano cos desolate. Nei primi secoli d. C., molte migliaia di persone vi vivevano, in cittadine quadrate unite da una rete di strade, la maggior parte delle quali conducevano a Qena sul Nilo. Ai tempi di Filadelfo, il secondo dei Tolomei (285-247 a. C.), fu costruito un porto a Bernice ed una strada fu tagliata fra le montagne da qui al Nilo, proprio a sud di Qena. Alcuni secoli pi tardi i Romani vennero a sfruttare la ricchezza di queste montagne. Trovarono l'oro, scavarono il granito e costruirono molte buone strade, con una stazione di sentinella ogni trenta miglia. In queste montagne fu scoperta l'unica fonte del porfido imperiale, una bellissima roccia di un rosso porporino, venato di cristalli di feldspato bianchi e rosa. Questo raro granito, oggi inaccessibile, fu portato a Roma e pi tardi a Costantinopoli dove fu trasformato in otto belle colonne monolitiche a sostegno delle alcove laterali di Santa Sofia.
Alcune settimane dopo il mio arrivo a Ghardaqa, con un gruppo di impiegati della Shell Oil Company, ebbi occasione di visitare uno dei pi interessanti avanzi di queste stazioni romane a Mons Claudianus. Lasciammo Ghardaqa alle sei del mattino; per la strada ci insabbiammo varie volte, ma prima di mezzogiorno fummo ricompensati dalla vista delle antiche rovine. Vagammo fra le mura quadrate di una stazione romana, un tempo attiva, nel grande tempio accanto ad essa, e per la cava ingombra ancora dei resti di colossali colonne spezzate e abbandonate. Una di queste misurava non meno di venti metri su tre di diametro. Era stata scavata col primitivo, ma efficace metodo dei cunei di legno piantati nella roccia secondo un disegno; sui cunei si versava poi dell'acqua per farli gonfiare finch, gonfi, facevano pressione e staccavano il gigantesco pezzo di roccia. Quando le colonne erano pronte, migliaia di schiavi egiziani e di esiliati romani, le trascinavano attraverso le infuocate montagne del deserto fino al Nilo.
Il Mar Rosso, i suoi banchi corallini e i pesci sembravano lontani mille miglia da questo luogo remoto fra le montagne. Al termine dell'infuocato sentiero, le colline si facevano pi basse e lasciavano intravvedere il Mar Rosso, ancor distante, che lambiva la citt di Ghardaqa, sopra il deserto.
Ghardaqa o Hurgada, il nome inglese che comunemente  usato sulle carte in lingua inglese, una volta non era che un piccolo villaggio di pescatori. Ghardaqa,  il nome arabo di un piccolo cespuglio verde che qui cresce in abbondanza. Si pensa che i primi pescatori, nei loro viaggi lungo l'arida costa, avessero fatto del paese un luogo di riposo, riferendosi ad esso col nome del suo verde cespuglio. Le sorgenti delle montagne vicine, probabilmente, alimentavano la piccola comunit che fond la citt di pescatori di Ghardaqa.
La scoperta di ricchi giacimenti di petrolio fra le rocce sedimentarie lungo la costa del Mar Rosso, in tempi recenti, ha condotto ancora allo sfruttamento delle risorse naturali in aree raramente toccate dal tempo dei romani. Le societ inglesi di sfruttamento incominciarono a trivellare i giacimenti di petrolio e uno di questi, fece s che Ghardaqa, da semplice villaggio di pescatori diventasse una citt industriale dove centinaia di nativi furono impiegati dalla Shell Oil Company. Nell'ultimo decennio, per, la riserva di petrolio  assai diminuita e la percentuale dell'acqua salata nel petrolio diventa sempre pi forte. Ghardaqa sta gi mutando aspetto. Quando i giacimenti di petrolio saranno inariditi e cesser anche l'approvvigionamento della citt per via mare, fatto alla grossa comunit dal naviglio inglese, Ghardaqa torner ad essere, come prima, un piccolo villaggio di pescatori.
La storia della costa del Mar Rosso ha interessanti misteri. Dov'era Punt, la citt costiera a cui la regina Hatshepsut mand una spedizione pi di 3000 anni fa? In un viaggio a Luxor vidi la documentazione originale della spedizione a Punt, descritta sulle pareti del tempio della regina Hatshepsut e scopersi qualcosa che mi sorprese. Anche gli antichi egiziani erano degli ittiologi!
I disegni di pesci sulle tombe ed i templi sono cos accurati che l'esatta specie del pesce rappresentato pu essere determinata in moltissimi casi. Uno zoologo che non abbia alcuna nozione di ittiologia potrebbe distinguere, da un frammento di intaglio su un muro, la spedizione a Punt, da qualsiasi altra spedizione sul Nilo, soltanto dai pesci dipinti sotto la barca! Riconobbi un acanturo e un pesce-ago che avevo raccolto alcuni giorni prima di vedere questi disegni antichi di 2000
anni.
Ma poich la culla dell'antica civilt egiziana era nella valle del Nilo  naturale che i pesci maggiormente usati nelle loro opere d'arte fossero quelli del Nilo. Il tilapia conservato in molti acquari del mondo, era il pesce rappresentato pi comunemente dagli antichi Egizi, ed  anche il pesce pi importante dell'Egitto d'oggigiorno. Molto adattabile, sopporta l'acqua salmastra, ha invaso tutti gli estuari e i laghi uniti al Nilo ed  stato artificialmente introdotto e propagato negli specchi d'acqua non legati al Nilo. Il tilapia, probabilmente,  la pi importante ed unica fonte di proteine per gli egiziani del passato e del presente. Ricorre spesso come elemento decorativo nei gioielli dell'antico Egitto o infilato, con scarabei sacri, nelle collane e nei bracciali. Nei geroglifici  il segno di una doppia consonante: per l'N come nella parola
INYNT: che significa valle. Il tilapia  impiegato come decorazione nei graffiti di pareti raffiguranti scene sulle rive del Nilo dove sono descritti anche altri tipi di pesci facilmente riconoscibili, come il pesce-gatto a testa in gi accuratamente disegnato nella posa caratteristica del suo comportamento.
Oltre al tilapia altri pesci e le loro squame sono usate nei geroglifici per simbolizzare suoni di due o tre consonanti. Cos vidi frequentemente lo sferoide maculato, il muggine, il barbio e il pesce-elefante, o la remora dal naso lungo, del Nilo, in diverse scritte.
Gli antichi Egiziani erano anche pescatori con l'arpione. Una volta il corrispondente di una rivista al Cairo, mi chiese di posare in una determinata posizione: l'arpione tenuto alto ad un preciso angolo, la testa, rigida, volta in avanti, e il piede destro dietro il sinistro; un atteggiamento del tutto innaturale. Perch questa posa forzata? Perch questa era la posa del re Tutankhamen quando arpionava i pesci, secondo una statuetta in oro trovata nella sua tomba! Effigi del re Tutankhamen e mie sarebbero apparse accostate in un prossimo numero della rivista. Il giornalista dovette giudicarmi un'ingrata perch declinai l'alto onore.


I VISITATORI DELLA STAZIONE MARINA.

UNA mattina la nostra grossa rete da pescecani tir su tre sirene, purtroppo gi morte, e potei aiutare a dissezionarle ed a prepararne scheletro e pelli, mentre il dottor Gohar riempiva tre bottiglie da un quarto coi loro vermi parassiti. Poich le sirene sono erbivore si cibano di erbe dei fondi marini, mi aspettavo di dover trovare un intestino lungo, ma rimasi egualmente stupita quando, da una femmina di due metri e mezzo, usc una canna elastica di trentasei metri. Della preparazione della pelle e dello scheletro si occup l'imbalsamatore della Stazione.
Il principe Ismail Hassan venne a pranzo proprio quella sera. Naturalmente in una Stazione Marina si aspettava di mangiare del pesce fresco. Quando assaggi i deliziosi tranci che sembravano un misto di vitello e di porco, comment educatamente:
- Non sapevo che fosse possibile trovare della carne tanto buona da queste parti.
- Oh, s - rispose gentilmente il dottor Gohar -  una sirena che abbiamo catturato oggi - e continu a mangiare come un inveterato cannibale.
Nella settimana seguente, il nostro versatile cuoco, Mohammed, prepar quella carne in tutti i modi immaginabili: fritta, lessata, ai ferri, al forno e con gli spaghetti. C'era pi di mezza tonnellata di carne gustosa e potevamo andare avanti per un pezzo.
Un giorno a colazione mentre stavamo masticando gli ultimi avanzi della sirena, il vecchio Rais, il capo marinaio, arriv correndo a dirci che una gigantesca raia era stata catturata viva.
Ci precipitammo fuori. Il principe venne con i nuovi abiti da golf e l'ombrello bianco, ed io tenni pronta la macchina fotografica mentre i marinai sollevavano fuor dell'acqua la manta. Quando si sent libera nello stagno questa incominci a sbattersi furiosamente; le sue ali gigantesche, con un'apertura di pi di tre metri, colpivano la superficie dell'acqua, sollevando fango e terriccio finch tutto lo stagno s'intorbid. Finalmente si calm e incominci a nuotare intorno come un gigantesco scarafaggio nero. Era la principale attrazione fra i pesci in mostra, la prediletta di tutti; impar presto i limiti relativamente ridotti del suo fossato e vi nuotava con movimenti regolari abbordando le curve come un grande aereo transoceanico: magnifico a vedersi.
Col passar dei giorni si comp, con nostro dispiacere, il destino inevitabile di questa creatura, che, tranne che per le sue mostruose dimensioni, era inoffensiva. La sua bocca enorme, abbastanza grande da contenere la testa di tre persone, era solo una concavit liscia in cui la bestia succhiava l'acqua di mare per estrarne i minuscoli microrganismi di cui si cibava. Occorrevano barili interi di placton per mantenere in vita questo gigante che non avrebbe toccato un pesce lungo tre pollici. Non era possibile nemmeno trovargli un bocconcino nella nostra collezione assai limitata di microrganismi del fondo del mare, e cos qualche giorno dopo ci si present l'occasione, pi che rara, di fare una dissezione anatomica del nostro mostruoso cucciolo.
Durante l'anno che trascorsi alla Stazione Marina avvicinai un certo numero di visitatori; alcuni si fermavano soltanto pochi giorni, altri intere settimane. Venne un algheologo egiziano, poi un gruppo di ornitologi, il rettore dell'Universit Farouk, il vice-rettore dell'Universit Fouad, due principi egiziani, e l'Ambasciatore americano, tanto per nominarne alcuni fra i pi entusiasti dell'incantevole vita fra i banchi coralliferi. Il re Farouk aveva una magnifica residenza nelle vicinanze, ma si diceva che l'usasse raramente, sebbene una volta che un gruppo di noi lo incontr in un ristorante del Cairo, egli stringesse vigorosamente la mano al dottor Gohar chiedendogli della Stazione Marina e mostrando per essa molto interessamento. Il dottor Gohar parlava sempre bene del suo re e lo difendeva come un patrono della biologia marina, senza alcun riguardo a ci che gli altri dicevano di lui. Dopo la sua prima visita alla Stazione, sua Maest mi mand in regalo una barca dal fondo di vetro e molte cassette di vetro per l'acquario cos che la vita del mare, sia viva che imbalsamata, potesse essere mostrata ai visitatori con maggior profitto. Egli non manc mai di segnalarmi qualcosa di insolito che avesse, rapporto con la vita marina, come nel caso della balena deformata, arenata sulla spiaggia a Suez, che la gente riteneva fosse un mostro di mare.
L'ex re Farouk merita che gli si renda giustizia anche per l'unico esemplare di uno dei pi rari plettognati del Mar Rosso, l'ostracione quadricorno detto pesce-vacca. Lo stesso Farouk l'aveva pescato riconoscendolo come una rarit e l'aveva conservato e mandato al dottor Gohar.
Il modo pi semplice per catturare un pesce prezioso per la sua carne fu quello a cui assistetti, per puro caso, durante un breve soggiorno presso di noi del rettore dell'Universit Farouk, Mustaf Bey Amer, e della sua famiglia. Era il primo giorno della loro permanenza e il dottor Gohar era ansioso di impressionarli con le meraviglie della Stazione Marina e del Mar Rosso.
Dopo colazione, eravamo seduti tutti sotto il portico posteriore che dava sul piccolo molo accanto ai laboratori. Discutevamo di problemi di pesca. L'Egitto fiancheggiato da due grandi mari, deve importare la met del pesce che consuma; particolarmente il pesce in scatola e affumicato che si importa dalla Norvegia, dall'Inghilterra, dalla Turchia, dal Giappone e dagli Stati Uniti. Soltanto il venticinque per cento
del consumo locale proviene da fonti dirette di cui la principale  il Nilo con i suoi canali e particolarmente i laghi salati del suo delta.
Il Mar Rosso risulta quindi come la pi scarsa sorgente di rifornimento commerciale d'Egitto. Nell'anno precedente infatti si registrava una pesca inferiore alle 5000 tonnellate. Un'inchiesta fatta da una Societ greca di ricerche sulla pesca, aveva portato alla conclusione che occorrevano ai pescatori del Mar Rosso maggiori possibilit di rifornirsi di barche a motore per la pesca a strascico, facilitazioni di refrigeramento, equipaggiamenti moderni invece di barche a vela e di primitivi mezzi a remi. In queste condizioni i prodotti della pesca avrebbero raggiunto almeno le 140.000 tonnellate mensili nel solo Mar Rosso.
-  (forse una cifra un po' alta - comment il dottor Gohar - non tutti si rendono conto che i banchi eccezionalmente frastagliati e il fondo del Mar Rosso rompono facilmente le reti a strascico e presentano problemi sconosciuti ai pescatori delle acque del Mediterraneo: comunque  indubbio che il Mar Rosso sia poco sfruttato.
Mentre il dottor Gohar concludeva con queste parole, la calma superficie del mare cominci ad agitarsi. Centinaia e poi migliaia di piccoli pesci volarono in aria, come se il mare fosse esploso improvvisamente e lanciasse in alto migliaia di monete d'argento. Ci rendemmo subito conto della causa di tanta agitazione, quando vedemmo emergere dalla superficie centinaia di grossi pesci-pilota. I loro corpi poderosi sbattevano a destra e a sinistra, mentre le bestie cercavano di liberarsi dall'acqua bassa nella quale imprudentemente si erano cacciati inseguendo la loro preda. Alcuni saltarono addirittura sulla spiaggia. Mohammed e Shehat accorsi ne acchiapparono uno per la coda. Il pesce allora fece nell'aria tali salti da spaccare le braccia ai due uomini. I due figli del Rettore erano scattati di colpo dalle sedie ed erano corsi alla spiaggia mentre noi restavamo a fissare esterrefatti lo straordinario spettacolo.
Il Mar Rosso aveva veramente offerto uno spettacolo eccezionale ad Amer Bey e alla sua famiglia.
Durante una conferenza al Cairo, all'Ambasciata americana, mostrai un documentario a colori ripreso dal professore di Biologia all'Universit Fouad, quattordici anni prima, quando aveva visitato la Stazione Marina. Dopo la conferenza, Jefferson Caffery, l'ambasciatore americano, mi mand a chiamare nel suo ufficio.
- Quegli animali marini che abbiamo visti nel film sono meravigliosi! Coloro che si recano a visitare la Stazione possono veramente vedere quelle creature vive? - Gli assicurai di s.
Dopo alcuni giorni ch'ero tornata sul Mar Rosso, i giornali annunciarono che l'Ambasciatore stava per arrivare a Ghardaqa, con un aeroplano speciale, per ispezionare la Stazione Marina e il lavoro che io stavo svolgendo.
Gomah ed io ripulimmo per bene il laboratorio. Il dottor Gohar avvert il Rais di tenersi pronto per un viaggio nella grossa barca a vela per il caso che l'ambasciatore e il suo seguito avessero accettato l'invito a trascorrere una giornata sul mare. Mohammed non aveva bisogno di essere avvertito. Sapeva preparare un banchetto per un numero di persone superiore a quello che la barca poteva contenere, anche con un brevissimo preavviso.
Il primo giorno della visita, l'ambasciatore fece un giro per il museo, i laboratori e gli stagni all'aperto, mostrando il pi vivo interesse. A differenza di molti altri diplomatici che avevano visitato la Stazione e che ritenevano forse confacente alla loro dignit uno staccato disinteresse per le creature marine, l'ambasciatore Caffery era un ospite veramente piacevole. Sempre pronto a far domande sembrava sinceramente interessarsi alle ricerche in corso. Dimostrava una gioia infantile nel toccare le creature che toglievamo dall'acquario e
far funzionare, con le sue stesse mani, il meccanismo naturale che abbassa la pinna dorsale di un pesce-balestra.
Non era un uomo giovane e camminava appoggiandosi al bastone, ma quando il dottor Gohar lo invit a fare una gita in barca il giorno seguente, non soltanto accett immediatamente, ma si port anche il costume da bagno e chiese di venire con noi a pescare con l'arpione. Ammise di non essere un gran nuotatore, ma voleva provare una maschera da nuoto e il respiratore (un meccanismo che mette in condizione di inalare l'aria pura, mentre il viso resta sotto la superficie dell'acqua, e che si chiude automaticamente durante i tuffi). Quando arrivammo ai banchi coralliferi, il signor Caffery in pochi minuti impar la tecnica della maschera da nuoto. Quello che vide lo entusiasm a tal punto, che risal a malincuore sulla barca per consumare il pasto caldo che ci aspettava. Aveva il corpo coperto di tagli causati dalle punte acuminate dei coralli; ma questo non scemava il suo entusiasmo, lo induceva anzi a ripetere sempre con maggior calore: -  l'avventura pi meravigliosa che mi sia mai capitata!


IL VISITATORE PI IMPORTANTE.

Di tutti i visitatori che vennero nel Mar Rosso, il pi importante per me fu un certo medico giunto dagli Stati Uniti, In giugno, Ilias pot prendersi qualche settimana di vacanza e venire di persona a rendersi conto della prodigiosa vita dei pesci che nelle mie lettere io gli descrivevo con tanto entusiasmo.
Andai in citt a raggiungerlo e ci sposammo in una chiesa greco-ortodossa vicino al bazar di Khan Khalili al Cairo. Era una buona scusa per andarvi a fare delle spese, compresi i due anelli d'oro coi nostri nomi incisi internamente in lettere arabe. La madre di Ilias giunse in volo da Atene, per l'occasione, e ci fece da cubara, ossia da testimone.
La cerimonia si svolse tutta in greco e naturalmente non riuscii a seguirla; ma stavo molto attenta e mi davo l'aria di capir tutto. Le cose andarono lisce finch il prete fece quel che mi parve una stranezza. Mettendosi di fronte a me con l'anello di Ilias fra la punta del pollice e dell'indice, me lo port alle labbra, facendomi un cenno. Qualsiasi persona di buonsenso avrebbe immaginato ci che il prete mi invitava a fare; ma  strano come in certi momenti non si riesca a pensare con chiarezza. Per un istante fui presa dal panico, senza sapere che cosa fare, poi, improvvisamente, mi ricordai del mio rospo cornuto e delle comunioni all'altare della piccola cappella di padre Stephans. Non sapevo che cosa ne avrei fatto dell'anello, una volta che l'avessi sulla lingua, comunque spalancai la bocca per riceverlo.
Il prete mi guard sbigottito mentre prontamente Ilias m'informava: - Devi soltanto baciarlo.
Poi si pass alla Bibbia, ma il prete non volle correr rischi e quando la sollev alle mie labbra, smise di cantare e mi sussurr in francese: - Non dovete mangiarla, baciatela soltanto!
Durante la luna di miele nel Mar Rosso, studiammo insieme i pesci. Ilias si interessava molto ai pescecani e fu sorpreso di apprendere che molti esemplari della specie erano innocui. Ne avevamo una collezione viva nello stagno fuori dai laboratori ed Ilias si fece fare una fotografia, che mostra ancora con orgoglio, che lo raffigura nello stagno insieme a sette piccoli squali, naturalmente pi lunghi di lui, che gli nuotano attorno. Si pu realmente cavalcare un cucciolo di pescecane e persino dargli un calcio: egli si limiter tutt'al pi ad allontanarsi da voi;  questo il tipo di squalo che viene ripreso nei film quando si vuol rappresentare l'uomo coraggioso che si tuffa sott'acqua, afferra il pescecane e lo pugnala nel ventre. Ma vi sono altri pescecani nel Mar Rosso che non sono altrettanto domestici n hanno una dentatura cos ridotta.
Lo squalo dall'aspetto pi selvaggio  indubbiamente il Mako. Fummo lieti di constatarlo basandoci soltanto sugli esemplari del museo della Stazione. Una femmina di tre metri era stata catturata viva qualche tempo prima e morendo mise al mondo sei piccoli. Ilias ed io fummo d'accordo che, conservati in formalina, questi baffuti piccoli individui - dal naso caratteristicamente appuntito, gli occhi grandi, la seconda pinna dorsale e la pinna anale rudimentali, e la coda a mezzaluna, cos poco somigliante a quella di un pescecane - sarebbero stati davvero carini. Ma la loro mamma! Quella sua mostruosa chiostra di denti, ciascuno dei quali sembrava una testa d'arpione allungata e incurvata, superava quella dello squalo-tigre di tre metri e sessanta, conservato al museo. A causa della sua spettacolare abitudine di saltar fuori dall'acqua, specialmente quand' uncinato, lo squalo Mako  un pesce a cui si d pi volentieri la caccia. Il suo corpo aerodinamico e il fatto che riesca a cibarsi dei rapidissimi pesci- spada, dimostrano che  fra gli squali pi veloci che si conoscano.
A Fars el Bahr, il pi grande mercato di pesce di Suez, vidi una volta la testa di un grosso squalo Mako sul banco. Quando chiesi del resto del corpo, seppi ch'era stato venduto. Appresi con meraviglia che a Suez mangiavano carne di pescecane, poich a Ghardaqa non se ne mangiava e nemmeno il dottor Gohar, nonostante la sua curiosit gastronomica, ne aveva mai assaggiato.
Quanto a me ne mangiai la prima volta a Kayangel, una sperduta isoletta della Micronesia. La mia ospite nativa me l'aveva servito crudo. L'odore di decomposizione prodotto dall'urea che  immagazzinata nella carne dei pescecani, mi aveva a tutta prima disgustato, poi la carne bianca e di gusto gradevolissimo mi piacque e finii senza alcuno sforzo la mia porzione, pensando che un giorno avrei mangiato del pescecane cucinato in modo adatto. Quale miglior occasione, se non a Ghardaqa?
L'abilit di Mohammed fu ancor una volta messa alla prova: egli prepar infatti uno dei piatti pi gustosi che avessi mai assaggiati: pescecane bollito con cipolle e salsa di pomodoro. La carne era deliziosa come il pi tenero petto di pollo ed aveva il vantaggio d'esser senza ossa. Mohammed l'aveva lavato ben bene prima di cucinarlo e non conservava alcun odore sgradevole. Avemmo cos un nuovo piatto da aggiungere alla nostra lista, piuttosto limitata.
All'infuori dello squalo Mako ci sono da enumerare almeno due o tre altri tipi di pescecani nel Mar Rosso dai quali  meglio girar alla larga mentre si nuota: lo squalo tigre e il pesce-martello. Il piccolo dello squalo tigre (lungo da un metro e mezzo a un metro e ottanta) si identifica di solito dalle striature. Gli adulti (che raggiungono i nove metri, una delle pi grosse specie del Mar Rosso, a parte lo squalo- balena inoffensivo) perdono queste striature. Ma le maggiori autorit in materia, dicono che non c' pericolo di confondere la tigre con qualsiasi altro pescecane, perch ha i denti assai diversi (tali da poter trapassare i gusci delle tartarughe) e il solco labiale superiore, o labbro, eccezionalmente lungo. Queste caratteristiche non sono facilmente accessibili a un pescatore subacqueo, per chi si trovasse a scivolare nella cavit orale di uno squalo tigre non deve mancare di osservarle, per avere almeno la soddisfazione di sapere quale specie di squalo lo sta inghiottendo.
Gli squali tigre sono frequenti nelle acque profonde, sebbene sia anche dimostrato che ve ne siano anche nelle acque basse e spesso costituiscono una minaccia per i bagnanti. Il grosso esemplare del museo della nostra Stazione era stato catturato in poche braccia d'acqua, ma ci era considerato una cosa veramente insolita. Arpione alla mano, Atiyah non aveva paura di alcun pescecane nell'acqua poco profonda. Il grido di Gersh! lo spediva, con l'arpione impugnato nella direzione che gli si indicava, prima ancora ch'egli chiedesse di che genere era il pesce, n le sue dimensioni. E uno squalo tigre, bench corto di vista, avrebbe avvistato Atiyah, assai prima che Atiyah riuscisse a distinguerlo da un cucciolo di pescecane. Forse Atiyah si fidava, pi di noi, della documentazione ittiologica secondo la quale lo squalo tigre  generalmente lento nei movimenti, se non viene stimolato!
Il pesce-martello con i piccoli occhi situati in fondo alle strane estensioni laterali della sua testa,  un pesce facilmente identificabile. Persino Atiyah sarebbe stato capace di riconoscerlo sott'acqua prima che questi potesse scoprir lui. I pescatori indigeni di Ghardaqa erano tutti d'accordo nell'affermare che questo pescecane  terribilmente pericoloso e le numerose grosse pelli nel museo della Stazione inducono a credere che sia uno squalo piuttosto comune nel Mar Rosso. Sebbene il pesce-martello superi difficilmente i quattro metri, esso  conosciuto in tutto il mondo come mangiatore-di-uomini per aver attaccato nuotatori senza alcuna apparente provocazione, anche in acque poco profonde. Il vecchio Rais vi racconter con gesti drammatici di quella volta che un pesce-martello l'aveva attaccato mentre egli se ne stava in pochi piedi d'acqua aggiustando una boa sul banco vicino alla Stazione. Fu un incidente raro, ch'ebbe luogo molto tempo fa, ma le profonde cicatrici sui polpacci del Rais stanno a dimostrare la ferocia dell'attacco.
All'infuori dello squalo Mako, dello squalo-tigre e del pesce-martello, vi sono almeno una dozzina di altri esemplari di squali nella regione di Ghardaqa. Sono queste le specie pi comuni, e, fortunatamente, per la maggior parte, inoffensive. Ilias ed io le studiammo tutte e fui lieta di constatare che il pensiero di ci non lo tratteneva dal pescare con l'arpione, ritenendo ragionevolmente che le nostre probabilit di imbatterci in una specie pericolosa erano molto limitate.
Al Cairo comprammo un fucile subacqueo, un respiratore extra ed una maschera per Ilias. Non avevo mai speso del denaro per un fucile subacqueo prima d'allora perch provandolo nel magazzino per la prima volta, mi ero accorta di non aver forza sufficiente per mettere la fionda di gomma in posizione di sparo; facendolo l'impugnatura del fucile mi premeva violentemente nello stomaco. Ilias per riusc facilmente a mettere a posto l'elastico sull'impugnatura dell'arma, fin dalla prima volta che prov. Familiarizzandomi con l'arma, trovai un modo semplice per caricarla appoggiandola contro l'osso dell'anca. Scoprii anche che, sott'acqua, specialmente dopo che la fionda era stata usata un certo numero di volte, la manovra diventava pi agevole. Per, finch non arriv Ilias, e anche dopo, usai semplicemente gli arpioni con lunghe impugnature di legno di varie misure che il dottor Gohar aveva giudiziosamente ordinati per noi quando gli avevo parlato degli inconvenienti generati dagli arpioni metallici usati dai nativi. Inoltre un semplice arpione era pi adatto per dar la caccia ad alcuni pesci di cui andavo in cerca: grosse pastinache, ad esempio, che spesso facevano attorcigliare il cavo
attaccato al fucile subacqueo cos che le loro code venivano a trovarsi pericolosamente vicine al tuffatore. Ma per molti pesci il fucile subacqueo, o arbalete,  pi efficace e pi facile da maneggiare.
Dopo il suo primo tuffo sott'acqua in un giardino di coralli, in cui la freccia del suo fucile s'infilz in un pesce-pappagallo, Ilias fu affascinato da questo sport e divenne uno dei pi ardenti pescatori subacquei che avessi mai visti. Infine avevo trovato qualcuno che aveva sempre voglia di continuare quando io decidevo di smetterla.
Fu soltanto dopo un paio di settimane di pesca con l'arpione nel Mar Rosso, che Ilias ed io facemmo la prima spiacevole esperienza subacquea. Eravamo sull'orlo esterno di un banco a forma di mezzaluna, non lontano dalla Stazione, dove ci recavamo quasi tutti i giorni, prima di pranzo, per un'ora
o due di pesca. Ilias stava divertendosi con una perca di mare maculata, cercando di colpirla durante i brevi istanti in cui faceva capolino da uno dei numerosi buchi del corallo. Poco a poco stava scoprendo il disegno dei rami che conducevano a tutti i buchi e non metteva il viso o le mani troppo vicino a questi buchi. (Soltanto alcuni giorni prima mentre guardava da vicino in una fessura dello scoglio, la testa di una murena con la bocca spalancata e i denti seghettati gli aveva dato il suo saluto). Infine, puntato il fucile in un buco, spar, ma dovette ricaricare con suo dispetto, mentre i grossi occhi del pesce lo fissavano da un altro buco. L'osservavo divertita, ma poi scorto un raro pesce-farfalla mi gettai alla caccia girando dall'altro lato di un gruppo di coralli.
Il pesce si mise a scappare gi per il banco, a picco, e si nascose fra alcuni coralli ramificati. Mi tuffai dietro di lui con l'arpione pronto, ma mancai il colpo. Mi tuffai ancora pi volte cercando di individuare il suo nascondiglio. Poi, per una ragione misteriosa, mi volsi di scatto.
A meno di quattro metri da me c'era un pesce enorme. La mia prima impressione, data la sua mole, fu che si trattasse di un pescecane, ma guardando meglio il grosso corpo d'argento che giaceva immobile quasi alla superficie dell'acqua, capii ch'era un barracuda di gigantesche proporzioni; era messo di profilo ben visibile in tutta la sua lunghezza. I suoi occhi acuti e inconfondibili mi osservavano. Non so da quanto tempo fosse l, e questo avrebbe dovuto darmi una certa sicurezza, perch se un barracuda intende attaccare, dubito che ci pensi su a lungo. Non persi l'occasione e incominciai a indietreggiare lentamente verso un punto poco profondo del banco. Era meglio in simile occasione non allontanarmi in fretta per non creare un'immagine in moto, e offrire al barracuda la visione di una massa unica, press'a poco della sua stessa lunghezza.
Poi mi ricordai il mio ultimo sguardo all'ignaro Ilias che dall'altro lato del gruppo dei coralli, si tuffava beatamente cercando di scovare il suo pesce: un corpo abbronzato in calzoncini da bagno azzurro cupo, con gambe e braccia in moto e i piedi calzati di scarpe da tennis bianche nuove fiammanti simili, in distanza, a due piccoli pesci. Una bella esca per un barracuda!
Scrutai l'acqua intorno e quando vidi il tubo respiratore affiorare alla superficie, gridai sperando che mio marito mi udisse. Egli sollev il capo ed io gli additai con un'occhiata
il punto dove potevo ancora scorgere la grossa forma scura nell'acqua limpida, separata da Ilias soltanto da un gruppo di coralli. Cercando di non allarmarlo troppo gridai seccamente: - Ilias sali sul banco subito! - Egli colse nella mia voce un tono allarmato e rispose:
- Rimani l. Andr alla barca - e prima che potessi fermarlo, nuot in direzione del mare aperto, verso il nostro canotto. Le sue braccia agitandosi facevano delle bolle nell'acqua e le sue scarpette bianche, muovendosi a tutta velocit lasciavano una pista che si dirigeva sicura verso il barracuda.
Se la cav. Con una forte spinta delle braccia fu salvo nella barca e rem verso di me che ero rimasta sullo scoglio, in pochi piedi d'acqua.
- Era un pescecane, vero? - mi chiese e quando gli dissi che si trattava invece di un grosso barracuda, non ne fu troppo impressionato. Per svariati giorni per rimasi sotto l'impressione di quel barracuda che mi fissava e non provavo alcun piacere a tuffarmi. Nei mesi che seguirono per non ne incontrai altri di quelle dimensioni.
Alcuni giorni dopo, quando l'impressione cess, passammo una giornata a pescare nella Baia degli Squali, di cui Ilias vedeva per la prima volta le bellezze. Non aveva ancora visto un pescecane faccia a faccia ed era impaziente.
- Mi avevi detto che avremmo incontrato sicuramente dei pescecani qui - commentava mentre eravamo in acqua gi da mezz'ora. Tuttavia la nostra pesca con l'arpione era eccellente: avevamo catturato pesci-scoiattolo, pesci-chirurgo, una razza aculeata, un pesce-scorpione ed un enorme istrice di mare. Ne avevamo gi messo da parte una buona riserva quando, poco dopo, uno squalo di circa un metro e quaranta sbuc improvvisamente da dietro una parete di corallo e mi pass accanto nuotando.
Era un esemplare di Triaenodon Obesuis (il grassone dai denti tricuspidi) menzionato da Ruppell che, reduce dal Mar Rosso, lo descrisse nel 1835. Questa specie pu essere classificata nella famiglia degli squali a cui popolarmente ci si riferisce come ai veri pescecani (Carcharhinidae), il solo gruppo di pesci dai denti taglienti, con una membrana sugli occhi, che pu farvi l'occhietto e contemporaneamente staccarvi i piedi con un morso. Questa particolare variet, dal naso smussato, i denti piccoli  fra i pescecani il meno aerodinamico, raramente oltrepassa il metro e ottanta ed  considerato inoffensivo. Lo si riconosce a distanza dalla punta bianca delle sue pinne dorsali e caudali.
- C' un pescecane dalle punte bianche che viene verso di te - gridai a mio marito. Pensavo che ingrandito dal vetro
della maschera ne avrebbe calcolato la lunghezza almeno a un paio di metri, e sarebbe stato soddisfatto. Egli si guard in giro ansioso, ma nello stesso tempo indietreggi verso la parte meno profonda del banco. - Lo vedo - mi grid in risposta. - Ce ne sono due! - Incominci a nuotare pi in fretta poi, mentre l'osservavo si ferm, guard sott'acqua attraverso la maschera e scomparve dalla superficie. Trattenni il respiro chiedendomi quanto fosse lungo il secondo squalo e se fosse della stessa specie innocua. E se fosse stato invece un pesce-martello o uno squalo-tigre? Contai i secondi. Se Ilias si era tuffato spontaneamente, ora avrebbe dovuto risalire a prender respiro. Finalmente la sua testa apparve alla superficie, ed egli si alz in piedi nell'acqua bassa.
- Guarda, ho arpionato un pesce! - esclam trionfante mentre agitava l'arpione su cui era infilzato un pesce-pappagallo.
Ma non bisogna concludere per questo che non avessimo pi paura dei pescecani. Alcuni giorni dopo un grosso esemplare, lungo circa due metri e mezzo apparve improvvisamente sotto di noi; ma col dovuto rispetto, saltammo nella canoa tanto in fretta che per poco non la rovesciammo.
Il pescecane era fra i pi aerodinamici della specie e le punte scure delle sue pinne facevano pensare che appartenesse ai pi innocui; ma ci limitammo alle sole congetture, ben felici di non poterlo meglio identificare.
Nell'ultima nostra spedizione di pesca, Ilias fece un bottino eccezionale. In meno di tre ore aveva gi trenta esemplari di buone dimensioni, incluso un raro pesce-farfalla che non avevo mai trovato prima. Cattur persino due pesci con un sol colpo di fucile, quel giorno. Fu un finale grandioso per lui. Poi dovette partire per gli Stati Uniti dove era atteso al Reparto Ortopedico del General Hospital di Buffalo.
I mesi che seguirono li passai pi in laboratorio, a imballare pesci e a scrivere le mie annotazioni, che non sui banchi coralliferi. Il tempo passava in due modi opposti: troppo in fretta per finire tutto il lavoro che riguardava il Mar Rosso
e troppo lentamente per il mio desiderio di raggiungere Ilias.
Quando terminai il mio lavoro in Egitto, raggiunsi mio marito a Buffalo. Dal caldo tropicale delle acque del Mar Rosso arrivai ad una cittadina coperta di neve. La forte abbronzatura che mi faceva scambiare per un'egiziana durante
i miei ultimi giorni di permanenza al Cairo, quando incominciavano i disordini per le strade, sbiad presto mentre riprendevo le abitudini cittadine. Avevo ancora da confrontare le centinaia di pagine e di annotazioni portate da laggi. Non  questa la parte pi eccitante nella vita di un ittiologo, ma  una delle pi importanti. Serve a poco viaggiare per il mondo ed imparare tante cose nuove sui pesci dei mari lontani, se non si rendono partecipi gli altri delle proprie scoperte.
Pubblicando i miei risultati scientifici in una serie di articoli nel giornale della Stazione Biologica d'Egitto, avr la grande fortuna di poter mettere un certo numero di tavole colorate fra le illustrazioni; una cosa del tutto nuova per i giornali scientifici di questo paese e per me ragione di particolare incoraggiamento. Nei saggi scientifici il freddo riferimento di fatti precisi non lascia posto per le descrizioni che gli studiosi, che, come me, lavorano in un ambiente di incomparabile bellezza, vorrebbero includere. A me perlomeno riesce difficile trattenere la penna sulle mie impressioni personali e il fatto che mi sia stato concesso di mettere qualche tavola a colori in questi articoli strettamente formali che consistono prevalentemente di lunghi nomi scientifici, tavole di misurazioni, conti di pinne, descrizioni di visceri, eccetera, mi d un senso di sollievo estetico, assai simile a quello che un uomo d'affari prova quando si libera dal grigio completo da lavoro per inalberare una camicia bianca e una cravatta colorata.
Spesso, mentre studio i miei appunti, m'imbatto in un'annotazione su di uno speciale pesce arpionato da Ilias. Lo interrompo allora dalla lettura dei suoi libri di medicina:
- Ti ricordi quando hai arpionato questo pesce al banco di Fenidir? - Il ricordo ci riporta allora sulle rive del Mar Rosso, circondato dai coralli; una perca maculata tenta Ilias da una crepa fra gli scogli; gruppi di pesce-capra baffuti, pesci-pappagallo verdi e rosa passano accanto a noi; un pesce-clown danza fra i tentacoli di un anemone di mare mentre i raggi scintillanti del tramonto sommergono tutti i colori del banco. Se guardiamo fuori dalle finestre del nostro appartamento, vediamo cadere lenta la neve.
...
.
...
FINE.